Torna la musica al Lido.

Dopo il trionfo di La La Land lo scorso anno, nel concorso trova di nuovo spazio un musical, ben più peculiare e stravagante del suo predecessore: Ammore e malavita, ultima creazione dei Manetti Bros.

A quattro anni dal loro Song ‘e Napule i due fratelli firmano questo progetto, strano già sulla carta e con un alto rischio di fallimento. Che è stato decisamente evitato.

Il musical si apre con una situazione assurda: il boss Don Vincenzo (Carlo Buccirosso), dopo essersi ferito, è spinto dalla moglie Maria (Claudia Gerini), appassionata cinefila, a fare come James Bond: fingersi morto per poter scappare con lei e vivere in tranquillità.

Mentre lo stanno segretamente curando in ospedale, però, un’infermiera di nome Fatima (Serena Rossi) lo vede e diventa così testimone della truffa. Il boss manda allora due uomini fidati, Ciro (Giampaolo Morelli) e Rosario (Raiz), addestrati come le migliori spie dei film (sempre dalla moglie cinefila), a ucciderla, ma non sa che proprio l’infermiera è stato il grande amore della giovinezza di Ciro. Il loro incontro porterà l’uomo a staccarsi dalla sua vita criminale e a cercare di bruciare tutti i ponti con essa.

Il tutto è condito da stacchi musicali, in napoletano o anche in inglese, coreografati o meno, quasi sempre inerenti alla storia e utili a portare avanti i discorsi fatti dai personaggi.

L’impresa era complessa e rischiosa, ma è anche proprio per questa sua difficoltà intrinseca, riconosciuta da tutti, che il risultato finale soddisfa a tal punto.

E il motivo principale per cui si esce contenti dalla sala è l’autoironia di questo film: i Manetti sono capaci di non prendersi troppo sul serio, di non dimenticarsi di voler divertire e questo porta a scelte interessanti. Alcuni esempi sono Ciro che si cala giù da una finestra come in Mission Impossible o che schiva proiettili come in Matrix, Fatima che, nel momento in cui rivede Ciro per la prima volta, inizia a cantare una versione napoletana di What a Feeling di Flashdance, ma soprattutto i cadaveri degli uomini uccisi da Ciro che ballano dietro di lui sul finale, definiti la “risposta italiana a Thriller di Michael Jackson” oggi in conferenza stampa. Mischiando tutti questi elementi con un’estetica prettamente kitsch viene fuori un mix micidiale.

La pellicola risulta purtroppo un po’ lunga, nello specifico a causa di alcune scene centrali che potevano essere accorciate, ma, nel complesso, il film riesce a trasportare lo spettatore in questo folle mondo di criminali intonati con facilità.

La sceneggiatura è piuttosto solida, capace di toccare anche il tema della rappresentazione di Napoli nei media e nelle news – ultimamente così cupa e oscura – usando in modo intelligente e divertente le Vele di Scampia, ormai famose come la Torre Eiffel e, quindi, vendibili e sfruttabili.

Una scommessa riuscita, quindi, quella dei Manetti e l’esplorazione, per il cinema italiano, di un territorio nuovo ma sempre legato alla tradizione, grazie all’ispirazione tratta delle sceneggiate napoletane.

Decisamente il film italiano più riuscito fra quelli in concorso e una bella sorpresa, sempre ben accetta in queste fasi finali del festival.

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