Si diceva che la notizia fosse finita addirittura sui quotidiani nazionali e che fosse giunta alle pudiche orecchie delle signore della buona società di campagna, generando scandalo ed accesi dibattiti antropologici nei circoli intellettuali. In realtà la notizia non oltrepassò la copertura delle cinquanta rispettabilissime copie delle Cronache padane, alloggiata in dieci righe d’una colonna di ottava pagina, proprio accanto al cruciverba del mese. Di queste cinquanta copie forse trentacinque furono vendute, andando incontro ai più disparati destini: cinque andarono perse per errore del garzone del giornalaio, che diede loro fuoco gettandoci sopra il mozzicone ancora fumante della sigaretta; in dieci casi i lettori non giunsero mai alla pagina interessata, preferendo servirsene come ventagli; otto acquirenti erano invece vecchi pseudoanalfabeti a cui interessavano solo le date della Sagra del Fungo Nostrano. Si può dire che i dodici effettivi lettori assimilarono però le informazioni con attenzione e scrupolo… eccettuato quel mezzo tubercoloso del Mordiratti. Al Mordiratti non fregava un fico secco dei pettegolezzi di paese, sicché egli soffriva da anni di acuti disturbi gastrointestinali e il giornale gli era necessario come distrazione al gabinetto, durante le battaglie coi suoi demoni interiori. Senonché era così avvezzo alle ruvidezze della vita contadina da adoperare le ultime pagine come carta igienica: pertanto (che spreco) la notizia non gli giunse mai, inghiottita antetempo dai sofferenti gorgoglii dello scarico.

Tutta la vicenda, o per meglio dire, il fattaccio, ebbe luogo il dì di San Gervaso, santissimo protettore del borgo, proprio davanti alla chiesa, appena prima dell’inizio della funzione. Il campanile aveva da poco scoccato otto rintocchi dedèn dedèn che segnalavano il rito incipiente e il borgo tutto s’affrettava spingeva scalciava per non perdersi nemmeno una parola di Nostro Signore. Di punto in bianco, si venne a creare un trambusto infernale sul sagrato di tufo secentesco, opera (pubblico vanto!) dell’oriundo e stimatissimo architetto Giovan Nicola Sacri di Paranza, a cui la cittadinanza fiera aveva dedicato anni addietro un busto di discutibile fattura davanti al Municipio, ora unanimemente riconosciuto come pubblica latrina per tutti i marciaioli della dirimpetta taverna, nonché per la numerosa colonia di cornacchie che il paese ospitava: secondo le minuziose ricostruzioni di Nino Lupara, mezzo guercio e sordo da un orecchio, eppure testimone più attendibile essendo l’unico non coinvolto nella rissa, il putiferio si generò per “affari di donne”.

In paese circolavano già da qualche tempo pettegolezzi circa svariate scappatelle della signora Marianna Bonagiunti con Gigi, il figlio del fruttivendolo: lei aveva ventidue anni scarsi, maritata chissà perché al peggiore avvocato del luogo (e anche l’unico), il Rispett. Dott. Avv. Colussi, già attempato; invece nessuno sapeva esattamente quale cognome recassero Gigi e suo padre, perché in paese tutti li identificavano come “il nipote” e “il figlio” dello Svampa, così chiamato per via della sua vena collerica e indistintamente scorbutica: ma ormai era sul demente andante e trascorreva le sue giornate col culo piantato sulla sua cadrega di vimini a sganciare improperi e molestie ad ogni gentil donzella che, mossa da pietà, gli rivolgesse un timido buongiorno.

Accadde quindi, come il Lupara continuò a ripetere allo sfinimento per le settimane seguenti ad ogni avventore del bar dov’egli stazionava ore ed ore, che l’avvocato fosse venuto a conoscenza dell’intendimento che c’era fra la fu devota moglie e il giovanotto dell’ortofrutta. Invece, il motivo per cui quella foga di vendetta, con ganci e montanti per aria e sonore bestemmie, che proprio davanti alla casa del Signore, suvvia, siate gentiluomini, gli fosse presa proprio in quel momento, ecco, questo è il fatto oscuro. Ma dopotutto è risaputo che la nube dell’ottudimento svia la mente dal retto corso delle azioni e il Colussi si avventò come una faina sull’impreparato manovale, che capitombolò, bubbolò di schianto sul mattone del sagrato, strappandosi, indecoroso!, i pantaloni del completo buono che giusto giusto per la funzione s’era fatto rammendare.

Il primo a intervenire fu il D’Avanzo Michele, detto il Sequoia, di anni trentaquattro, ancora celibe nonostante la statura erculea e l’apparente prestanza; le malelingue mormoravano fosse scemo come quei caproni che pascolava per mestiere, che nessuna madre assennata avrebbe mai affidato la figlia a un tale cerebroleso, ma questo era solo ciò che si diceva, e, d’altro canto, il Sequoia non agiva per smentire le suddette maldicenze. Costui tentò di frapporre il proprio metro e novanta fra i due contendenti, richiamandoli all’ordine e alla civiltà; ma nel frattempo volle dire la sua anche quel rincoglionito dello Svampa, che si stava reggendo al braccio del nipote prima dell’inizio della quisquilia: indementito com’era, pensò bene di dirimere la questione infrangendo il proprio bastone di pioppo o di salice o di leccio (c’erano varie leggende popolari su quell’oggetto, che coinvolgevano alternativamente l’esercito alleato, losche compravendite di pezzi rari e una puttana di nome Mariuccia) sugli stinchi del Colussi, senza tener conto che i suoi ottantanove anni avevano leggermente compromesso la sua facoltà di mira e così il legno andò invece a scontrarsi con le virilità del Sequoia che si accasciò per terra coi testicoli fra le mani, appellandosi a quel vecchio-cretino-ora-te-la-faccio-pagare e a San Gervaso in modi che ahimè non sarebbe decoroso ripetere, ma sicuramente il santo avrà chiuso entrambi gli occhi al riguardo ben comprendendo la serietà della cosa.

Lo Svampa, dal canto suo, non fece nemmeno in tempo a rendersi conto dell’azione che il suo sguardo vacuo e inebetito, con gli occhi cisposi socchiusi a mo’ di miope, s’era già concentrato sulla figliuola di mastro Malfatti, assai graziosa invero e chiacchierata in tutto il paese per il suo fare fintamente ritroso. Ma queste dicerie lo Svampa se l’era scordate il secondo dopo averle apprese e, malfermo sulle gambe per via della perdita del bastone e tirando fuori la lingua di lato come un cane randagio sotto la canicola, si sollevò il cappello chiaro traforato, sfoderando un eroico sorriso sdentato, in segno di saluto, mentre il signor Malfatti accorreva, trattenendo, da dietro, le braccia dell’avvocatopùgile che non voleva sentire ragioni, sì da garantire qualche secondo di requie al ragazzo, che s’alzò grondante sudore, sangue e polvere: anziché darsela a gambe pensò bene, tuttavia, di restituire qualche cazzotto al suo cornuto aggressore e si catapultò a sua volta sul Colussi trattenuto dal Malfatti, prendendo a pugni indistintamente l’uno e l’altro e ravvivando la contesa. Ora s’era fatto improbabile discernere chi stesse menando chi e a questo punto il quadretto fu completato dallo Svampa, che, ridestatosi dall’impulso erotico, si gettò, o meglio proruppe cadendo, nella mischia distribuendo secche sberle un momento al Colussi e un momento al nipote. Intanto il Sequoia era ancora piegato sulle ginocchia davanti alla bagarra, emettendo acuti suoni scomposti simili al verso dei delfini e con l’espressione sofferente della Madonna dei Sette Dolori.

Fu necessario l’intervento delle esimie forze dell’ordine locali, ben due preparatissime unità, che, nel loro tempestivo tentativo di salvare ciò che rimanesse della mascolinità del Sequoia, lo spinsero contro il Malfatti che stava colpendo alle reni il Gigi che s’era attaccato con due mani al collo rantolante del Colussi che nel frattempo respingeva con sonori sciò la furia dello Svampa che sembrava, agli occhi increduli degli astanti, gli stesse rosicchiando gli stinchi con la dentiera logora e gialliccia e che cadde badabùm ruzzolando giù dai tre gradini del sagrato e finendo con la faccia sulla tela d’un disgraziato pittore, troppo pavido per intervenire, giunto quel giorno da Borgo Cristoforo, il paese accanto, per riprodurre la facciata della chiesa nello sfondo della sua Deposizione e che invece si ritrovò la faccia del vecchio stampata proprio sulla tempera fresca.

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