Venezia 2017 | Day Six

Dalle stalle alle stelle.

Non c’è modo migliore per definire questa giornata veneziana, fortemente caratterizzata dalle differenze abissali che intercorrono fra i due film presentati in concorso: Una famiglia di Sebastiano Riso e Three Billboards Outside Ebbing, Missouri di Martin McDonagh.

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Il primo, infatti, è un filmetto noioso, sconsclusionato, inconsistente.

La storia segue una coppia, composta da Vincenzo (Patrick Bruel) e Maria (Micaela Ramazzotti), e ci mostra il loro rapporto distorto, a volte pieno di complicità e altre solo di urla, mentre portano avanti la loro attività: concepire e poi vendere bambini a persone che non riescono ad averne di propri.

I due interpreti non convincono mai, i drammi e i dilemmi che mettono in scena si dimostrano senza sostanza e il punto di partenza della vicenda risulta artefatto e rende poco credibili tutti gli sviluppi successivi.


Ma è il secondo film che risolleva le sorti della giornata. E pensare che di solito il lunedì non succedono cose buone.

Three Billboards Outside Ebbing, Missouri è il primo vero colpo di fulmine del festival.
La vicenda ha come protagonista Mildred Hayes (Frances McDormand), donna che ha subito la perdita della figlia, il cui omicidio non ha ancora avuto giustizia, nonostante siano passati sette mesi.

Così Mildred decide di affittare per un anno dei grossi cartelloni pubblicitari appena fuori città e usarli per mandare un messaggio diretto alla polizia.

Da qui la vicenda prende una piega inaspettata e, proprio per questo, sorprendente: la pellicola infatti, invece di concentrarsi sulla riapertura delle indagini, trasformandosi in un tipico film investigativo, inizia una riflessione sui limiti e i pregi delle procedure ufficiali, dell’uso della violenza e, soprattutto, sulle relazioni umane che si sviluppano e si evolvono in una cornice tragica come quella di un assassinio.

Dal lato della legge, in continui testa a testa con Mildred, troviamo il capo sceriffo Will Willoughby (Woody Harrelson) e il suo sottoposto Jason Dixon (Sam Rockwell).

L’intera opera procede mettendo in mostra diversi tipi di rabbia e i vari modi in cui essa può essere sfogata: se, infatti, il personaggio di Dixon è violento in modo fisico, quello di Mildred lo è in modo più subdolo, più sottile ma non meno pesante ed efficace; e compito di Will è cercare di salvarli entrambi, bloccandoli quando rischiano di superare i limiti.

E sarà sempre lui, con i suoi modi così riconducibili a quelli di un deus ex machina, a sbloccare questa spirale di rabbia, permettendo ai suoi compagni di fare uno scatto in avanti. Non tanto nell’eliminazione totale della violenza dalla loro vita ma nel considerare altre opzioni, altre strade per arrivare ai loro risultati.

La sceneggiatura non ha momenti morti, si mantiene arguta per tutta la durata e ci si stupisce a scoprire che il regista è inglese, considerando il perfetto ritratto della periferia americana da lui composto, tagliente e penetrante allo stesso tempo.

Tutte splendide le performance degli attori, tra cui spicca un Sam Rockwell in forma smagliante, che però stacca solo di poco i suoi comprimari.

Qua a Venezia gli occhi erano già puntati a domani, all’anteprima del nuovo film di Aronofsky, e così Three Billboards Outside Ebbing, Missouri ci ha colti tutti un po’ alla sprovvista facendoci ridere, piangere e conquistandoci con battute scorrette e verità amare.

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Francesca Sala

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