Venezia 2017 | Day Four

Parte da premesse trite e ritrite Foxtrot il nuovo film di Samuel Maoz, regista di Lebanon, premiato proprio qui al festival di Venezia con un Leone d’Oro nel 2009: un figlio arruolato nell’esercito, un incidente imprevisto, il dolore della famiglia.

La rappresentazione di un momento così complesso, personale e privato è straziante, resa attraverso lunghi silenzi, improvvisi scoppi di rumore e un uso della camera mai brusco o affrettato.

Il film si evolve poi in modo inaspettato e non convenzionale, continuando a sviluppare la sua narrazione nell’universo bellico, defilandosi e allontanandosi dalle battaglie vere e proprie.

Ed è qui che iniziano i primi problemi della pellicola: se da un lato, infatti, il passaggio a nuovi archi narrativi (in totale sono 3 quelli che compongono l’opera) viene reso in modo perfetto attraverso un cambiamento nello stile, dall’altro, la storia si dilunga eccessivamente e arriva a perdere la forza e l’attrattiva iniziali.

Un film caratterizzato da alti e bassi, soprattutto nella parte finale, non forte come probabilmente voleva essere nell’intento del regista, ma comunque un prodotto che non passa inosservato.


Grandi e attesi ritorni per Suburbicon, film presentato oggi in concorso, ultima fatica da regista di George Clooney e firmato dai fratelli Coen, dallo stesso Clooney e da Grant Heslov.

La pellicola è ambientata alla fine degli anni ’50 nella città immaginaria di Suburbicon, un piccolo pezzo di paradiso scosso dall’arrivo di una famiglia di colore, i Mayers. Esso coincide con l’irruzione di due criminali nella casa dei Lodge, “normale” famiglia composta da Gardner (Matt Damon), la moglie Rose e la sua gemella Maggie (entrambe interpretate da Julianne Moore) e il piccolo Nicky (Noah Juper).

Da questi eventi prende il via una riflessione metaforica sull’America di oggi, sul problema dell’integrazione e sulla quantità di infide piccolezze che si nascondono sotto la facciata pulita della periferie.

Da questo punto di vista il film non fornisce grandi spunti di riflessione, non riesce a decollare in modo originale e ad evitare un ottimismo finale forse un po’ troppo buonista – anche se, fortunatamente, non si chiude in maniera troppo zuccherosa.

Ciò che salva la pellicola, però, è l’assurdo climax che poi esplode nel finale, in pieno stile Coen, in cui un avvenimento folle e grottesco viene seguito da un secondo ancora più ridicolo e stravagante e così fino alla conclusione, dove tutti i personaggi cambiano volto e si mostrano per ciò che sono davvero.

Si ride, anche parecchio, per le situazioni in cui i protagonisti si trovano e che sembrano circondarli in maniera sempre più incontrollata e totalizzante via via che la narrazione procede: perfetto esempio di questo è il personaggio interpretato da Oscar Isaac, la cui apparizione – breve ma intensa – segna proprio l’inizio della fine.

Si potrebbe quindi paragonare questa giornata a una montagna russa: divertente e godibile ma solo a tratti.

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Francesca Sala

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