Che Netflix sia un paradiso di contenuti originali è cosa risaputa. Ma essi non sono gli unici pregi del colosso streaming: Netflix infatti rende anche disponibili film difficilmente reperibili, sia perché usciti da troppo tempo o perché proprio non distribuiti in Italia.

Di conseguenza, nel momento in cui ho notato che sulla piattaforma era stato caricato La ragazza che sapeva troppo, film di cui avevo visto il trailer ormai quasi un anno fa, non ho potuto contenere la gioia.

Ovviamente, però, bisogna ricordarsi che Netflix non è responsabile anche della qualità dei contenuti non originali, e, di conseguenza, non dovrebbe stupire che la mia gioia si sia trasformata velocemente in delusione.

ROA recensione cinema manifesto netflix

Fare un film che racconti l’apocalisse zombie in modo originale è quasi impossibile in quest’era post The Walking Dead, serie in cui, nel corso dei 7 anni da quanto è andata in onda per la prima volta, sono stati esplorati tutti gli scenari possibili, spesso anche due volte.

La sfida diventa poi ancora più complessa se si conta che già i predecessori della famosa serie erano più che illustri (andatevi a rivedere il primo La notte dei morti viventi del recentemente scomparso George Romero e capirete cosa intendo).

La storia di questo film comincia in uno stabilimento militare isolato, nel quale un gruppo di bambini viene studiato per capire come sia possibile che essi siano “portatori sani” del fungo che trasforma in zombie.

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In breve, però, tutto precipita e la nostra piccola protagonista, Melanie, si trova a vagare per la campagna intorno a Londra, e nella stessa metropoli, con due soldati, una dottoressa e un’insegnante, unica persona ad averla sempre trattata con gentilezza.

La narrazione comincia con una buona premessa, portandoci a riflettere su dove siano finite la nostra umanità e sensibilità nel momento in cui conduciamo studi medici su bambini pur di salvarci, ma questo tema si perde con il procedere della narrazione, che si conclude in maniera piuttosto deludente nel vano tentativo di dare all’apocalisse zombie un’aria di novità.

Il maggior pregio dei film post-apocalittici dovrebbe essere quello di darci la possibilità di osservare la distruzione della società che conosciamo e i vari tentativi che l’uomo fa per ricostruirla. Non solo: una buona pellicola di questo genere dovrebbe essere capace di usare l’epidemia di massa come metafora di un problema contemporaneo, esasperandolo e ingrandendolo, con lo scopo di far riflettere gli spettatori sulle possibili conseguenze di situazioni reali e presenti. Purtroppo, La ragazza che sapeva troppo non riesce a fare nessuna delle due cose in maniera completa e funzionale.

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Se l’idea di bambini nati “malati” ma comunque capaci di apprendere e interagire con gli umani è interessante, lo spettatore perde la voglia di seguire lo sviluppo della nuova società nel momento in cui questo si basa sull’uccisione di innocenti. Anche il regista sembra rendersi conto del problema e abbandona la storyline, ma la soluzione scelta per il finale lascia, se possibile, ancora più perplessi: la decisione di distruggere l’umanità, creando una nuova specie di zombie educati, non riesce, infatti, a creare empatia nel pubblico e non fa che allontanarlo dai personaggi rappresentati sullo schermo.

E questo è anche il motivo per cui una qualsiasi metafora fra piaghe attuali e piaghe ipotetiche diventa difficile da comprendere: il film ci sta forse dicendo che non ci sono speranze se non la distruzione totale?

Questa domanda non trova risposta nella pellicola, ma un altro quesito, quasi fondamentale, viene sciolto: gli zombie non si prendono mai una pausa da tutto quell’avanzare lentamente verso le loro prede?

Spoiler: sì, lo fanno, dormendo in piedi come cavalli.

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