“Frontiers are where you find them”

[I confini sono dove ognuno li trova: traduzione della frase scritta sulla lavagna dal Professore in “Everybody wants some!!“]

di Paolo Cardinale


Richard Linklater, reduce dall’incredibile esperimento di “Boyhood”, che gli ha fruttato Golden Globe e Nomination agli Oscar, a maggio del 2016 ha creato “Everybody wants some!!”. Il film funge da sequel spirituale del suo capolavoro, Dazed and Confused del 1993: entrambi fortemente autobiografici, e peraltro sceneggiati da lui stesso.

All’inizio di “Everybody wants some!!”, siamo nel 1980: Jake Bradford si trasferisce al college, dove abiterà insieme a nuovi compagni della squadra universitaria di baseball. Tra cameratismi e qualche conflitto interno, tra le competizioni varie e le notti folli alla perenne ricerca di alcool e conquiste femminili, Jake inizierà un percorso di crescita che lo porterà a maturare e a trovare l’amore.

Everybody wants some!!” è una folle commedia scatenata che (come vuole lo stile del suo regista) non cerca le sue unità narrative negli schemi tradizionali, ma nella capacità narrativa della vita stessa: più che prologhi, atti e risoluzioni, a Linklater interessa far emergere i dettagli delle giornate che scandiscono la vita dei protagonisti.

Il tentativo, riuscito, di Linklater è quello di catturare lo spirito di un’epoca ormai lontana, grazie anche all’ausilio di una colonna sonora esemplare, spaziando tra i vari generi (Disco, Punk, Country e Hip Hop) che spopolavano nei primi anni ottanta. Essendo un film “in costume”, non mancano le prime videoregistrazioni, i pantaloni attillati, le auto  del periodo e i dischi in vinile (quando non erano ancora vintage), che contribuiscono a dare alla vicenda un’identità ben delineata.

Il titolo originale è un palese richiamo alla canzone dei Van Halen (estratta dal loro album “Woman and Children First”, 1980) che, tradotto più precisamente, suonerebbe “Tutti ne vogliono un po’”.

Infatti nel film tutti rivendicano il proprio diritto di “qualcosa”: dalla libertà alla sessualità, dall’entusiasmo alla felicità, dal successo fino alla vittoria. Gli sprazzi dell’esistenza, in cui questo diritto (definito dallo stesso regista illusorio) sembra a portata di mano, sono la vera essenza di quella nostalgia forte, vera, potente, perché legata a ciò che realmente si rimpiange del passato giovanile: una sensazione di infinite possibilità, in tutte le direzioni, dall’amore alla carriera, un senso di vertigine piacevole, garantito dall’inesperienza.

Svolto in una sequenza fluida di quadri saturi di colori e di sonorità pop, dove le ore sembrano dilatarsi all’infinito, “Everybody wants some” ribadisce l’ossessione del regista per il tempo già vista nella sua trilogia (Before Sunrise, Before Sunset, Before Midnight).

Così come “Dazed and Confused, il film rimane un flusso di coscienza generazionale che si chiude con un sorriso, che va al di là del tempo e che non lascia appesantire la magia terapeutica del ricordo da una eccessiva malinconia.

La pellicola rimane un’esperienza spumeggiante, complice un cast di bravi e giovani attori e una regia che incornicia sapientemente il continuo andirivieni dei suoi protagonisti. Il film dà l’impressione di un viaggio che procede a ritmi vertiginosi, ma che risulta senza un punto d’arrivo ben preciso, a causa di una visione che cerca profondità di sguardo anche nella superficialità tipologica degli stereotipi o che si sofferma distrattamente sulle ragazze che, rimanendo in secondo piano, risultano poco più che sfondi piacenti a una storia declinata tutta al maschile.

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