Uno Sguardo

Scendo dal tram numero cinque in piazza Duca d’Aosta, sono le 12:05. Ho fatto bene i calcoli, ho tutto il tempo di farmi un giro in libreria, pranzare e prendere il treno. Dopo aver attraversato la piazza e aver schivato, con non poca fatica, tutti i ragazzi di colore che hanno cercato di vendermi qualsiasi cosa, mi fiondo in libreria.

Non c’è tanta gente per fortuna, e mi dirigo subito verso le nuove uscite, anche se non ho ancora deciso quale comprarmi: “La paranza dei bambini” di Saviano o “Duellanti” di Condò?
La copertina del romanzo dell’autore napoletano mi colpisce e prendo subito in mano il libro, ripeto la mia solita azione: leggere l’ultima frase dell’ultima pagina. Guardo per qualche secondo il libro di Condò, ma ho già deciso. Vada per Saviano, non lo leggo da una vita ormai, mi sembrano passati secoli da “Zero zero zero”.

Arrivo alla cassa, una ragazza alle prime armi batte l’etichetta, 18 euro.
18 EURO? Sti cazzi Robbè. Va beh, per te questo e altro.

Mentre esco dalla libreria controllo l’orologio: non so come, ma sono già passati venti minuti. Da lontano vedo che al Burger King c’è poca fila e aumento il passo. Tra 40 minuti ho il treno e la mia ansia temporale mi fa pensare ancora una volta di essere tirato coi tempi.
Ordino un menù a caso, mi importa relativamente poco cosa mangerò. Oggi l’unica cosa che conta è il messaggio del Direttore Sportivo per l’acquisizione del nuovo talento che abbiamo scovato insieme.

Mi siedo, bevo un po’ di Coca Cola e metto il cellulare sul tavolo. Inizio a far fuori l’hambuger, aspettando che lo schermo si illumini. Dopo tre morsi feroci prendo fiato e mi accorgo di una coppia seduta di fronte. Lui mi dà le spalle, mentre lei è rivolta verso di me. Hanno entrambi i rasta, hanno quasi finito il loro pranzo e sembra che non si siano rivolti parola per tutto il tempo. Li etichetto subito come persone talmente deboli che stanno insieme soltanto perché hanno un interesse in comune: vestirsi di merda e portare i rasta. Un errore che la gente commette troppo spesso, iniziare una storia d’amore con chi condivide i tuoi interessi, per poi accorgersi col passare degli anni che le stesse passioni non bastano.

Continuo a divorare il mio hamburger, ma la mia attenzione è stata catturata dagli occhi verdi di quella ragazza dalla felpa nera vecchissima, i jeans strappati e quei rasta che ne limitano la bellezza. Sento che mi sta rapendo, ho diminuito la velocità della masticazione, non riesco a toglierle lo sguardo di dosso e lei fa lo stesso.
Continua a fissarmi e io distolgo lo sguardo dalle sue pupille e mi concentro sul suo viso. Non ha un filo di trucco, un piccolissimo neo vicino al labbro superiore e le lentiggini la rendono particolare e bellissima ai miei occhi. Sento che sta iniziando a piacermi, continuo ad ispezionarla, come se lei non si stesse accorgendo di nulla. È magrissima, sfiora l’anoressia, ma non mi interessa. Questa maledetta ragazza mi piace.

Continua il nostro gioco di sguardi; non voglio farmi notare, ma allo stesso tempo voglio attirare la sua attenzione. Ormai è tutto più che chiaro, entrambi stiamo facendo lo stesso gioco.  Sto provando una sensazione che mi mancava da tempo: l’essere osservato mi mette ansia, ma contemporaneamente provo gioia per aver attirato l’attenzione di una donna che mi interessa. I nostri sguardi si incrociano per l’ennesima volta, nessuno dei due si nasconde più, il tempo sembra fermarsi, mi sento rinchiuso tra le sue pupille e una valanga di brividi mi travolge.
Lei dice qualcosa al suo ragazzo, il quale è troppo concentrato a dare le patatine al loro bulldog.

Il mio hamburger è finito, le patatine quasi e il bicchiere di Coca Cola è pieno. Cerco di distrarmi un po’, sblocco il cellulare, ma nessun messaggio ancora. Rialzo lo sguardo e lei è fissa su di me. Mi piace, la voglio, ma non posso. Non posso fare niente, va contro i miei principi. Evito di fare agli altri ciò che non vorrei fosse fatto a me.
Neanche lei si trova nella condizione di azzardare qualcosa.

Non ce la faccio più, ogni ulteriore secondo seduto a questo tavolo aumenterebbe il rischio di fare azioni evitabili. Mi alzo di fretta, butto tutto nel cestino ed esco ad un passo spedito. Manca un quarto d’ora alla partenza del treno, sullo schermo compare il binario.
Basel, 13:05, binario 9.

Mostro il biglietto agli addetti della biglietteria e mi dirigo verso il treno: Carrozza 2, posto 15.
Sento il cellulare vibrare, fermo la mia camminata veloce.
“È fatta Gian, il ragazzo firmerà domani. Buon rientro”.

Era la notizia che aspettavo, ma non mi fa più alcun effetto. Sono bastati due occhi verdi e nulla sembra più avere valore. Voglio quella ragazza, ma non la rivedrò mai più.

Arrivo alla carrozza, salgo, non c’è ancora dentro nessuno. Sistemo il bagaglio e mi siedo al mio posto.
Il cellulare vibra di nuovo.
“Scrivimi quando parti amore”
“Sono sul treno, tra dieci minuti parto”
“A dopo. Mi sei mancato”
“Anche tu”
“Ti amo”
“Ti amo”

Metto le cuffie e guardo verso la stazione, alla ricerca disperata di quegli occhi verdi.

Racconto di Gezim Qadraku

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L'ospite Inatteso

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