Essere donna oggi: scene di vita quotidiana

Introduzione: La cultura del femminismo nel 2017 – Dalla narrativa agli articoli di giornale

La tematica femminile è uno degli argomenti più caldi dell’ultimo periodo (dell’ultimo secolo?) e ciclicamente torna ad essere centrale, tanto che questi ultimi mesi hanno visto la pubblicazione di “Storie della buonanotte per bambine ribelli” e l’uscita sul New York Times di un elenco di consigli su come crescere figli femministi, ripresi da un articolo di Francesca Sforza su La Stampa, in cui il tema si trasforma (pur non mutando la sua natura) in “Come allevare figli non maschilisti”.

Perché oltre al problema di considerare le donne al pari degli uomini, c’è il fondamentale problema dell’educazione: insomma è dai bambini che dobbiamo partire per attuare un cambiamento di rotta perché, inutile dirlo, saranno gli adulti di domani.

Dobbiamo crescere i bambini più sensibili senza dover inculcare loro il modello del maschio alfa/uomo che non deve chiedere mai/non fare la femminuccia.  Come si possono raggiungere i pari diritti (ma soprattutto una considerazione reciproca egualitaria) se per primi nel 2017 continuiamo a pensare che le donne non sappiano parcheggiare e che le donne con una vita sessuale attiva siano delle troie?

Magari questo discorso non varrà per tutta l’Europa – in alcuni stati esistono politiche sociali volte a non creare divario uomo-donna (per esempio nei paesi scandinavi) – ma sicuramente in Italia ci sono ancora molti temi da affrontare e ancora molto da insegnare agli uomini (e anche alle donne!).

Spesso il femminismo è visto come un movimento in cui è impossibile il dialogo, in cui le donne vogliono sovrastare tutto e tutti proponendo una dittatura al femminile in cui gli uomini sono sottomessi. Altre volte si trasla il significato di femminismo a fenomeni che hanno poco a che fare con quest’ideologia e che anzi tendono non solo a sminuire la figura femminile ma anche ad oggettivarla sessualmente.

Dovremmo essere più istruiti, avere le idee più chiare e desiderare la vera parità di sessi (che non significa “Hai voluto la parità dei sessi? Allora non pretendere la galanteria”).

Detto ciò, dato che non siamo un sito di inchiesta o di informazione, abbiamo deciso che la scelta migliore per trattare questo argomento sia attraverso alcuni brevi racconti. Buona lettura!

Scene di vita quotidiana

1.

Eravamo amici e, dato che ci separavano ben dieci anni di età, lui aveva sempre avuto un atteggiamento paterno nei miei confronti. Sinceramente la cosa mi dava fastidio perché non ho mai pensato di aver bisogno di una figura del genere, ma a lui evidentemente faceva piacere o lo faceva sentire grande e lusingato, quindi non dicevo nulla.

Un giorno ci incontrammo da Arnold in Festa del Perdono: dovevamo ripassare per un esame che avremmo avuto di lì a pochi giorni.
Mentre ripetevo un capitolo, lui mi prese le mani e mi disse che erano molto morbide. Non dissi niente ma per qualche motivo non le ritrassi, allora lui, che continuava a stringermi le mani, sorridendomi e guardandomi fisso negli occhi, mi disse “Chissà se è così anche la tua patatina”.

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2.

Ballare è una delle gioie della vita. Mi sento rilassata, rispettata, il ballerino ti guida, ti fa volteggiare, alla vecchia maniera: un gentiluomo.

Sì, questa volta sono proprio stata fortunata; l’uomo che mi ha invitata in pista è bravo, e neppure troppo vecchio. Che meraviglia, sembra di volare. È un dialogo, sapete, un gioco delle parti. Ma rispettoso, più gentile di molti altri. Ecco, il mio partner, ad esempio, è un ballerino focoso, stringe tanto. Ma non c’è problema, la musica è così bella, e per ballare bisogna essere vicini.

Ecco, magari non così vicini, così è un po’ troppo.

Mi sta talmente incollato che i nostri corpi toccano quasi ovunque, devo stortare il collo indietro per non urtare contro il suo petto. La sua gamba è così in mezzo alle mie cosce che non riesco neanche più a chiuderle. Tutto ciò non è molto pratico. E neanche galante, neanche un po’. Anzi, è terribilmente maleducato, e umiliante. Ma come si permette? In mezzo a tutti, e non ci conosciamo neanche!

Allora perché non riesco a dirglielo? Perché non riesco a scostarmi e a mollarlo in mezzo alla pista e tanti saluti? Non è difficile, “Scusa, puoi spostarti per favore? Sei troppo vicino.” È il minimo che possa dirgli, meriterebbe che mi mettessi a strillare. Non è neanche maleducato; semplice, un rifiuto netto e cortese. Perché esito? Di che ho paura? Ho ragione io, è andato troppo oltre.

La sua mano è scesa in fondo alla mia schiena, e ballo praticamente con il naso contro il suo petto. Ancora non riesco a dire nulla, solo a irrigidirmi, ma lui sembra non recepire il messaggio. Bello, eh, capire solo ciò che si vuole? La tipa con cui stai ballando è diventata un ciocco di legno tra le tue braccia e cerca di tirarsi indietro e tu non capisci? Comodo! Che rabbia. Ancora cerco di parlare, ma ormai la danza è finita e lui si stacca da me. Ha pure il coraggio di sorridere e fare il galante, ora. Galante un tubo. E io non sono riuscita a dire nulla, a fare nulla. Che rabbia. Perché? Sono una stupida. E lui scommetto si sente un gran dongiovanni. Che stupida. Lui sta andando via tutto ringalluzzito, e io mi sento sporca.

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3.

Quell’anno avevamo affittato una casa a venti metri dalla spiaggia. Io e mia sorella capitava che scendessimo al mare con solo su il costume, tanto era breve la distanza da casa. Stavo tornando un po’ prima degli altri, quel pomeriggio, perché avevo l’ultimo esame da preparare prima del rientro, e cercavo di studiare un po’ ogni giorno.

Mi accorsi che davanti al cancello della casa sostavano tre ragazzotti, che alternavano occhiate tra di loro a ghigni rivolti a me. Passai loro accanto, stringendo le chiavi tra le dita, e cercai di non agitarmi, ma loro mi circondarono, continuando a esibire dei sorrisi strafottenti. La mano che impugnava le chiavi iniziò a tremare: non mi stavano sfiorando, e inconsciamente ero sicura che non l’avrebbero fatto, ma i loro respiri caldi, la loro formazione a branco, lo stringermi verso la porta avevano scatenato in me un terrore primordiale, profondo. Mi sentii nuda, debole, e quando finalmente riuscii ad aprire il cancello, mi ci fiondai dentro, infilandomi in casa senza guardarmi alle spalle, ma sentendo dietro di me le risate e i versi dei tre ragazzi. Dopo aver chiuso la porta, mi sedetti per terra e mi misi a piangere.

Non scesi più al mare da sola fino alla fine della vacanza.
Qualche tempo dopo, tornata a Milano, raccontai l’episodio a un gruppo di amici. “Beh”, mi sentii rispondere, “Avevi solo il bikini, no? Cosa vuoi aspettarti?”.


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4.

Siamo amici, perciò so che mi vuoi bene e che non l’hai detto con cattiveria, ma l’hai detto. Eravamo in quattro e io ero l’unica ragazza. Avevo appena preso un bel ventotto quel giorno: un bel voto dopo settimane di studio. Ero soddisfatta di me stessa, felice. Stavo raccontando agli altri com’era andata, e tu l’hai detto.

 “Com’eri vestita, tette di fuori?!”, hai ridacchiato, e gli altri ti hanno imitato, “Camicetta sbottonata?”.

Io non ho riso. No, non avevo voglia di farmela una risata e di non prendermela. Ti ho detto che non dovevi più permetterti di dirmi una cosa del genere. Ero piuttosto seria, ma sarei stata disposta a tornare a chiacchierare come prima, se mi avessi chiesto scusa. Invece ti sei offeso e io – agli occhi degli altri – sono passata come la pesante, come quella che aveva esagerato.

“Potevi fare finta di niente, dai”, mi è stato detto quando te ne sei andato.

Poco dopo mi hai scritto che scherzavi, che era ovvio che non fossi scollata e che il voto me lo fossi meritata.

Ovvio, eppure non sei riuscito a trattenerti.

 

Articolo della redazione

ROA

 

 

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