‹‹When you play the game of thrones, you win or you die››

Game of Thrones fra mainstream e controcultura

 

Introduzione

Il 17 aprile 2011 debuttava sul canale via cavo HBO la serie Game of Thrones, adattamento televisivo di A Song of Ice and Fire[1], il ciclo di romanzi fantasy firmato da George R. R. Martin e attualmente ancora in corso di scrittura. Da allora sono passati sei anni e altrettante stagioni di GoT. Alla vigilia della settima e penultima stagione, il bilancio è quello di un fenomeno che sta segnando la storia del mondo televisivo: detiene, con le sue 38 statuette, il record di premi Emmy vinti; è la serie HBO più vista di sempre con i nove milioni di spettatori statunitensi durante l’ultima puntata della sesta stagione; l’episodio Battle of Bastards (6×09) è uno degli episodi di serie tv più costosi mai prodotti; infine, per citare un altro record, è la serie più piratata di sempre. Un successo e una carica innovativa analoghi riguardano l’originale letterario, il cui successo segna un punto di non ritorno nella narrativa fantastica e ne diviene il nuovo modello, in alternativa a quello tolkieniano. È però opportuno analizzare il fenomeno non fermandosi solo a questi dati superficiali. È necessaria una riflessione più profonda su GoT per capire all’interno di quale percorso culturale si ponga, quali narrazioni proponga e soprattutto che cosa è in grado di rivelare sulla storia culturale del nostro tempo. Questo lavoro di analisi è dunque impostato su tre punti principali. Primo punto è lo studio dell’origine fortemente controculturale di GoT, fondamentalmente riconducibile a due matrici, una per GoT come prodotto letterario, l’altra per GoT come prodotto televisivo: l’autore della saga letteraria George R. R. Martin e la casa produttrice della serie, la HBO. Tramite l’esame della figura di Martin e della sua produzione letteraria in senso più ampio è infatti possibile ricostruire un filo rosso che collega GoT alla cultura rock militante degli anni ’60/’70 e agli autori di fantascienza e fantasy che proprio negli anni ’50/’60 conobbero una buona diffusione di nicchia. È importante sottolineare come il percorso tracciato da questo filo conduca molto lontano dalla cultura mainstream. Il focus sulla storia delle produzioni della HBO, votata fin quasi dalla nascita a una produzione originale e innovativa, consente di comprendere come anche nella sua trasposizione televisiva GoT riesca a conservare la sua carica controculturale e benefici moltissimo dalla tradizione HBO distante dalle produzioni mainstream. Come secondo punto si procederà quindi a rilevare come si concretizza effettivamente questo humus controculturale, come su di esso si modellano le strutture narrative e i contenuti della saga letteraria e televisiva, appoggiandosi anche alle riflessioni di alcuni studiosi comparse sul Critical Quarterly[2]. Infine si cercherà di impostare una riflessione sulla fortuna di GoT, interrogandosi sulla natura di tale successo anche in relazione all’esame dei dati sulla tipologia del pubblico dello show televisivo e problematizzando alla luce di questi le nozioni di cultura mainstream e controcultura nel contesto odierno, in particolar modo statunitense.

 

1 – Il background controculturale di Game of Thrones

1.1 – L’autore: George R. R. Martin

La biografia, la formazione e la produzione di Martin sono intrise di carica controculturale, in primo luogo perché gli anni della sua eclettica formazione sono gli anni a cavallo tra il 1960 e il 1970, ovvero il periodo della grande stagione controculturale, quando la cultura dominante mainstream viene potentemente messa in discussione. Come si vedrà, l’unione del portato di questa cultura decostruttiva e rivoluzionaria con le suggestioni della lettura di generi e autori lontani dalla cultura egemone costituisce il nucleo, la matrice più autentica del futuro grande successo di GoT. Ma è bene procedere dalle origini. George R. R. Martin nasce nel 1948, in New Jersey, da una famiglia operaia di immigrati che vive nelle case popolari. Un ambiente quindi molto lontano dalla classe media americana, principale fruitrice della cultura di massa mainstream. Lontane dal mainstream sono anche le letture di Martin, che privilegia romanzi e racconti di fantascienza e fantasy, due generi caratterizzati da una dimensione di nicchia e tendenzialmente non apprezzati dalla cultura dominante, in particolare per la dimensione finzionale che mette in scena “cose che non esistono”. Autori di riferimento di Martin sono Eric Frank Russell, Andre Norton e in particolare Robert A. Heinlein. Quest’ultimo, che vive il suo momento di maturità tra gli anni ’40 e gli anni ’60, tratta nelle sue opere di fantascienza temi particolarmente caldi per quegli anni, come il libertarismo, l’amore libero, la sessualità. Punto di riferimento costante è poi J R. R. Tolkien, come ha più volte dichiarato lo stesso Martin, che racconta sempre della sua camera del college decorata con una mappa della Terra di Mezzo. Tolkien si configura quindi come il modello, creatore di un mondo immenso e approfondito, ma anche il maestro da superare nella sua visione manichea del bene e del male, con il quale Martin si confronta costantemente. A completare questo bagaglio culturale c’è l’opera di H. P. Lovecraft, scrittore dell’inquietudine, che fonda il suo universo narrativo su irrazionalità, antropologia negativa e su una visione della civiltà umana scevra da una connotazione morale positiva, ma intesa solo come stabilità effimera rispetto al caos dell’universo. Un aspetto che Martin sembra recepire non solo in GoT, dove mette in scena la contrapposizione tra la precaria situazione dei Sette Regni, idealmente luogo della civiltà, e le forza sconosciuta e distruttiva degli Estranei che avanza inesorabilmente e minacciosamente sulle terre “civili” degli uomini. Già in Armageddon Rag, un’opera precedente a GoT, di cui si parlerà meglio più avanti, Martin recepisce questa tematica delle forze al di sopra della “civiltà” umana e verso le quali quest’ultima è cieca; infatti scrive: ‹‹Nel giorno dell’armageddon tutti e due gli eserciti crederanno di combattere la battaglia decisiva. Ed entrambi si sbaglieranno››[3]. A questa base si congiunge la formazione rock di Martin, maturata durante gli anni dell’università, durante i quali entra profondamente in contatto con la controcultura degli anni ’60/’70. Della metà degli anni Settanta è il suo primo racconto a ricevere un riconoscimento importante, La Canzone di Lya, che ottiene il Premio Hugo e ha come soggetto un culto su un pianeta alieno che porta propri adepti al suicidio; una tematica quindi fortemente lontana dal mainstream. Questa formazione rock si caratterizza in senso militante come sembra testimoniare la sua posizione di obiettore di coscienza durante la Guerra in Vietnam, negli anni 1972-74, e una sua opera dei primi anni Ottanta, Armageddon Rag. Questo romanzo rappresenta una chiave fondamentale per capire la successiva scrittura di GoT, su che basi Martin la costruisca e su come forte sia l’influenza della controcultura degli anni ’70. Armageddon Rag, scritto nel 1983, è la storia on the road di uno scrittore e giornalista, chiaramente identificabile con lo stesso Martin, che ha vissuto in senso militante la stagione degli anni Settanta, che l’ha vista morire con i suoi ideali e che la ripercorre in questo viaggio per tutti gli USA. A questa dimensione del viaggio, del ricordo, della fine dell’idealismo, Martin intreccia anche il thriller e il romanzo di fantascienza, ibridando e ponendo l’accento su temi, problemi e strutture narrative mutuati dalla cultura anni ’70 (ad esempio il problema dell’orizzonte morale) che poi torneranno prepotentemente con GoT. Particolarmente significativo a tal proposito è un dialogo che il protagonista del romanzo ha con un altro personaggio: ‹‹“Da che parte stiamo noi?” domandò Sandy. “Da che parte stiamo noi?” “Questo devi riuscire a capirlo da solo, amico mio. Qui non è come in Tolkien, sai?”››[4]. Con gli anni Ottanta inizia per Martin, trasferitosi ad Hollywood, il periodo di contatto con il mondo televisivo. Dal 1986 lavora come sceneggiatore e produttore a serie tv assolutamente fuori dal canone mainstream. Scrive infatti per Ai confini della realtà e per una serie chiamata La bella e la bestia. Quest’ultima, che mescola vari generi come la storia romantica, l’avventura, il giallo, è incentrata sulle indagini di una giovane avvocatessa newyorchese aiutata da una creatura maschile dal mostruoso aspetto leonino ma buona (quasi un ideale predecessore di Tyrion Lannister) che vive nel sottosuolo di New York. Nel 1991 quindi Martin comincia a scrivere il primo libro della saga di GoT, nella quale farà confluire tutte queste esperienze intrise di controcultura che si porta alle spalle.

 

1.2 – La casa produttrice: la HBO

Con impressa questa forte connotazione controculturale, un prodotto culturale come GoT necessitava di un produttore appropriato per essere trasposto con efficacia sullo schermo, un produttore capace di mantenere e valorizzare tutta la carica innovativa ed originale dell’opera. A raccogliere la sfida con grande successo è stata la HBO, che ha allungato ulteriormente le distanze di GoT dalle costruzioni mainstream. La casa di produzione ha dato non solo una veste visiva esplicita, cruda e realistica a scene già nel libro molto forti, ma ha osato molto anche in proprio, nel momento in cui serie e libro hanno cominciato a muoversi su diversi binari. È questo il caso della scena dello stupro di Sansa Stark da parte di Ramsay Bolton, che, per quanto discussa, rappresenta una scelta coerente con lo stile controculturale dell’opera, che rifiuta ogni edulcorazione. D’altronde la HBO si trova perfettamente a suo agio nella gestione di produzioni audaci e controcorrente. Fondata nel 1971 negli Stati Uniti, è la più vecchia pay tv americana, che dal 1980 comincia a produrre programmi propri. Pensa soprattutto i suoi programmi per un pubblico adulto, maturo e inoltre la sua natura di pay tv, completamente libera dalla censura, le permette grande libertà e indipendenza nella sperimentazione e nella proposta dei programmi. Programmi che possono tra l’altro vantare una realizzazione tecnica di alto livello. Se si esaminano le serie prodotte dalla HBO dal 1980 al 2011, anno di uscita di GoT, appare assolutamente chiaro il focus controculturale della casa produttrice e la sua distanza rispetto a narrazioni mainstream. La prima serie prodotta da HBO è infatti The Hitchhiker (1983 – 1987) e viene così descritta sul sito ufficiale HBO: ‹‹is a half-hour dramatic anthology series presenting modern morality tales with contemporary players. In 85 chilling stories, men and women struggle with the best and worst in themselves, battling with – and all too often succumbing to – their deepest lusts, obsessions and fears››[5]. Simile è la successiva serie Tales from the Crypt (1989 – 1996), altra serie a struttura antologica e caratterizzata da violenza realistica, linguaggio promiscuo, sessualità e nudità. Dal 1997 al 2003 con la serie Oz vengono messe in scena con un taglio molto reale e crudo le dinamiche di un penitenziario di massima sicurezza, che vedono come protagonisti i detenuti, figure molto lontane quindi dall’ideale eroe mainstream. La HBO produce poi uno dei suoi più grandi successi, The Sopranos (1999 – 2007), che narra le vicende di Tony Soprano, boss italoamericano della malavita newyorkese e che mette in scena contenuti e tecniche narrative assolutamente fuori dagli schemi, segnando per certi versi un punto di non ritorno nei confronti della decostruzione delle narrazioni mainstream. Basti pensare che la serie si conclude con un finale aperto, lontanissimo nelle sue caratteristiche da qualsivoglia happy ending. Le produzioni successive fino a GoT non abbandonano questa linea, non fanno anzi che rafforzarla ulteriormente: Six Feet Under (2001 – 2005), che vede protagonista una famiglia di becchini e mette al centro il tema della morte; The Wire (2002 – 2008) indaga invece sul rapporto tra la società americana e il traffico di droga, presentando tra i suoi protagonisti trafficanti e poliziotti corrotti; in Deadwood (2004 – 2006) la storia ruota attorno ad una città del West che deve ancora nascere, quindi in cui non esiste assolutamente un ordine costituito e in cui l’unica legge valida è quella del più forte; Rome (2005 – 2007) ricostruisce in due stagioni dense di violenza e sessualità la stagione delle guerre civili romane; infine Big Love (2006 – 2011) porta sullo schermo il difficile e controverso tema della poligamia. Con la scelta di produrre la trasposizione televisiva di GoT la HBO si pone quindi in continuità con il suo tradizionale indirizzo di produzioni dirompenti. Si assiste così all’incontro di un prodotto letterario controculturale, realizzato da un autore di formazione assolutamente ed esplicitamente controculturale, con una casa di produzione che ha fatto della controcultura la sua bandiera, coagulando così dei percorsi lontanissimi dall’universo narrativo mainstream.

(fine parte I, continua)

 

[1] Il titolo Game of Thrones è quello della serie televisiva, che richiama quello del primo libro dell’opera di Martin, A Game of Thrones. Il titolo ufficiale della saga letterarie è invece proprio A Song of Ice and Fire, solitamente abbreviato nella sigla ASoIaF. Per comodità del lettore e dello scrittore la saga letteraria e la saga televisiva verranno da questo momento accorpate sotto il medesimo titolo di Game of Thrones, anche perché nel discorso non saranno quasi mai trattati in maniera distinta.  Inoltre Game of Thrones sarà sempre qui indicato con la forma riconosciuta per abbreviarlo, ovvero GoT.

[2] “Critical Quarterly”, April 2015, vol.57, no.1 – Special Issue: Game of Thrones, edited by John Wilkinson.

[3] MARTIN G. R. R., Armageddon Rag, Gargoyle, Roma, 2013, p.418.

[4] Ivi, p.407.

[5] http://www.thehitchhiker.com/series/index.html

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