Come possiamo lamentarci dell’assenza di qualità nei cinema se agli Oscar 2017 Zootropolis ha battuto La tartaruga rossa?

La tartaruga rossa è un film d’animazione del 2016, per la regia di Michaël Dudok de Wit. Il film (costruito senza dialoghi) è una collaborazione tra Giappone, Francia e Belgio.

La storia narra di un naufrago, di cui non si sa nulla, che si ritrova su un’isola deserta. Egli tenta di fuggire, ma ciò gli viene impedito da una grande tartaruga rossa, la quale distrugge la sua zattera ogni volta che il naufrago tenta di lasciare l’isola. Il film prosegue vedendo la tartaruga trasformarsi in una bellissima ragazza dai capelli rossi: insieme a lei il naufrago inizia una vita sull’isola, dando alla luce anche un bimbo.

Il film mi ha colpito emotivamente, senza pietà: una freccia al cuore dopo l’altra, tutte scoccate senza il bisogno di una sola parola.
La tartaruga rossa ha una specialità che lo rende unico: tutto ciò che il film racconta, lo fa tramite metafore. E ce ne sono in continuazione; decine di metafore che aprono mondi diversi per ognuno di noi.

Non è facile spiegare il messaggio del film, poiché sono convinto che il regista abbia preferito non imporlo, ma lasciare che ogni spettatore cogliesse qualcosa di proprio. Personalmente credo che il film volesse mostrare dei frammenti di vita: la nascita, che ci lascia tramortiti e confusi in un luogo sconosciuto, in cui in un modo o nell’altro, ci adattiamo a vivere; la continua ricerca di un senso, di una via da seguire, che spesso viene a mancare; la scelta di un compagno di vita, e dell’evoluzione dell’amore che da banale curiosità diventa una fusione protratta nel tempo, che si nutre di silenzi, sorrisi e rimorsi.
Ma ancora tanto altro: la solitudine, l’accettazione di una situazione sfavorevole, il fallimento, l’elaborazione del lutto, il sacrificio e l’istinto che prevale sulla ragione portandoci a compiere azioni di cui presto o tardi ci pentiremo.
Il film riesce a far provare emozioni che umanamente non saremmo neanche pronti a comprendere, come la tristezza data da un figlio che parte, lasciando soli i genitori.

La tecnica del film è di una bellezza disarmante: le immagini in movimento sembrano piuttosto dei dipinti, i colori e le forme sono scelti con estrema precisione, adatti per il momento e descrittivi dei vari contesti.
La minuziosa e precisa ricerca delle musiche e degli effetti sonori ci trasporta in un’altra dimensione, dove entriamo in contatto con quei personaggi che ci spogliano delle nostre maschere e ci toccano dove siamo più deboli.

L’assenza totale di sovrastrutture è la vera ricchezza di questo film: esso si mostra, nudo, per quello che è. E di fronte a tanta maestosità, non possiamo che metterci nudi anche noi, senza giudizi, ad ascoltare una storia muta e piena di parole.

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