Piccole grandi storie: Per questo mi chiamo Giovanni, di Luigi Garlando, Rizzoli

Voi lo sapevate che la cosca si chiama così perché prende il nome dalla parte più dura del carciofo che fa da corona intorno al cuore morbido?

Io no.

L’ho scoperto leggendo questo libro scritto da Luigi Garlando, edito da Rizzoli e ripubblicato quest’anno con le illustrazioni (magnifiche) di Alessandro Sanna per il venticinquesimo anno della strage di Capaci.

Non è un ricettario, naturalmente, e non è nemmeno l’ennesima ricostruzione storica sulla mafia siciliana.

È molto, molto di più.

Luigi Garlando è riuscito nell’impresa che oggi (soprattutto alla luce delle commemorazioni appena passate) le alte cariche dello stato e il Paese stesso non riescono più a fare: raccontare la mafia per quello che è, senza retorica, senza cadere nella tentazione di fare agiografia, senza essere scontati.  Insomma, con onestà intellettuale.

Avete presente quando si dice: “Ora spiegami questo argomento come lo spiegheresti ad un bambino di dieci anni?” Ecco, Garlando fa proprio questo: fa raccontare ad un papà che cos’è la mafia, “il mostro” che attanaglia Palermo e la sua gente, e spiega a suo figlio perché proprio lui, nato il 23 maggio 1992, si chiama come l’uomo più bello che l’Italia abbia avuto in tutta la sua storia: Giovanni Falcone.

 Sì, bello. Non eroico, ma proprio bello. Bello perché l’onestà rende le facce pulite e gli occhi pieni di luce. Anche se si è costretti a vivere come topi, semplicemente perché si fa il proprio dovere come andrebbe fatto.

Ma non si tratta solo di questo. Non è solo la capacità di narrare in modo semplice una storia fatta di qualche vittoria e tante sconfitte. No. In questo libro c’è sentimento, quello vero, quello che fa fare ad un padre la peggiore delle ammissioni: anche io, involontariamente, questo mostro l’ho alimentato. Con i miei silenzi, con la paura, con la mia incapacità alla ribellione.

 Poi c’è stata la strage di Capaci, e nessuno ha potuto più negare l’evidenza. Quel boato ha risvegliato un’intera generazione, un’intera città e, forse, un intero popolo. Ed è qui che il papà del nostro Giovanni decide che è arrivato il momento di dire basta:

“Dormivo: il gran botto di Capaci mi ha svegliato. Magari con i miei soldi impacchettati col nastro giallo gli uomini d’onore avevano comprato un po’ del tritolo finito poi sotto l’asfalto dell’autostrada…”

È questa la forza di questo libro, il suo più grande pregio: nessuno si chiama fuori.

Neanche Giovanni. Già, neanche lui, che di anni ne ha solo dieci. E questo perché facciamo un favore al mostro (in tutte le sue forme) ogni volta che giriamo la testa dall’altra parte facendo finta di non vedere gli abusi intorno a noi. E questo succede anche a dieci anni. Magari  a scuola, avendo a che fare col bullo della classe.

E allora che cosa significa dare un calcio alla mafia se non si è magistrati, poliziotti, forze dell’ordine?

Credo che la risposta si trovi tra le pieghe di questo romanzo:

“Ogni volta che penso a quel momento [il mafioso che attende il passaggio dell’auto di Falcone per azionare la bomba, nda], mi viene in mente lo stesso pensiero.”

“Quale, papà?”

Puntò il dito verso la collina: “Da quell’altezza si vede un panorama magnifico: il nostro mare, l’Isola delle Femmine, il golfo… Non c’è al mondo uno scenario più bello. Come fanno a venirti in mente pensieri cattivi davanti a tanta bellezza? […]”

Già, la bellezza. Il segreto è tutto qui: imparare a riconoscerla e a proteggerla. E si diventa invincibili. E il carciofo si squaglia come la neve sotto il sole. Forse non subito, forse non il cuore, ma di sicuro almeno una piccola foglia della cosca. Una foglia alla volta. La foglia che tiene in scacco la nostra classe a scuola, per esempio.

Riconoscere e proteggere la bellezza vuol dire riconoscere e proteggere noi stessi, la nostra integrità di esseri umani. E significa offrire riparo e cura amorevole alle idee di Giovanni.

Giovanni.

Il più bello di tutti.

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Silvia Spinelli

La recensitrice libresca. Classe 1988, nordica per caso. I libri sono letteralmente la sua vita, ci abita dentro da sempre: prima come lettrice, poi come studentessa appassionata di Letteratura e Linguistica a Milano, ora come libraia. Adora la letteratura italiana, i racconti brevi, il cinema, ma soprattutto il teatro, la passione di una vita, su e giú dal palco. Non guarda serie tv e spera che dopo questa affermazione continuerete comunque a leggerla con affetto. Sogna di continuare a fare esattamente ció che fa.

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