Tutto uguale, tutto diverso

Tutto uguale, tutto diverso.

Racconto di Davide Longo

 

Arthur Rothfuss era sempre stato un tipo tranquillo. Anche in quel momento, mentre stava seduto tra i suoi compagni d’arme, le sue mani pulivano l’otturatore del fucile con gesti calmi, lenti e regolari. Nessuna impurità, nessun residuo di sparo sfuggiva alle sue mani abili. La sua mente era tutta protesa alla conclusione del lavoro: non si lasciava tempo nemmeno per pensare ad altro, rendendo, così, i suoi movimenti automatici. Solo quando finì di pulire l’otturatore si concesse un momento di pausa e si guardò intorno.

Il capannone era una costruzione regolare, a forma di rettangolo, che da solo ricopriva ettari ed ettari di terreno. Il cemento era andato a sostituirsi all’erba e ai radi cespugli. Ogni cosa era annegata nel grigiore delle costruzioni di metallo e muratura, e di quella che cento e più anni prima era stata una pianura in cui i pastori facevano pascolare le loro greggi, non rimaneva altro che un pallido ricordo. Il capannone era occupato per intero da file e file di panche di metallo, inframmezzate da altrettante linee di banconi costruiti nello stesso materiale. Tutto era sporco e opaco, e le tonalità del grigio dominavano su ogni cosa. Seduti sulle panche, decine di figure ingobbite erano indaffarate a pulire le loro armi automatiche. File di mani abili ed esperte, tutte simili a quelle di Arthur, smontavano e pulivano i fucili, sistemavano i proiettili nelle cartucciere e ripulivano i caschi e le uniformi grigioverdi.

Arthur sorrise fra sé. Quanta efficienza, si disse. Prima del Contagio nessuno avrebbe lavorato in questo modo. Ma da allora tutto era cambiato, loro erano cambiati, e nessuno poteva più farci niente. Con un gesto lento prese il casco che gli era stato dato in dotazione e iniziò a esaminarne la superficie. Il metallo era di un bel verde vivo, il colore delle uniformi dell’esercito, ma sul lato destro l’occhio esperto di Arthur Rothfuss individuò delle macchie rossastre. Maledetti, si disse. Il sangue schizza sempre, sempre, quando gli spari in testa. Prese un panno lurido e iniziò a pulire le macchie, bestemmiando sottovoce. Il sangue secco era difficile da pulire, figurarsi poi se era misto a pezzi di materia cerebrale.

“Numeri seicentosei, settecentoventiquattro, milletrentotto!” Una voce gracchiante, proveniente dall’Interfono, ruppe il silenzio dei militari. “Ripeto: numeri seicentosei, settecentoventiquattro, milletrentotto! Alzarsi! Lasciare la postazione!”

Arthur sbuffò. Aveva sperato di non dover uscire, non quella volta, non lui. Non di nuovo. Non aveva nessuna voglia di lasciare la postazione per andare di nuovo in caccia. Ma se l’Interfono chiamava un numero identificativo, il militare doveva rispondere. Sempre. E il numero seicentosei, purtroppo, era proprio Arthur Rothfuss.

Il militare si alzò, si rimise la giacca dell’uniforme, prese il casco sottobraccio e il fucile in mano e si diresse verso l’uscita dal capannone. Nello stesso istante, in punti diversi della sala, altri due individui fecero gli stessi movimenti. Arthur li guardò avvicinarsi a lui e sorrise. Stessa andatura ciondolante, stesse braccia lungo i fianchi a reggere mollemente casco e fucile: i numeri settecentoventiquattro e milletrentotto erano pressoché identici, avvolti nelle loro palandrane grigioverdi. Il sorriso di Rothfuss si smorzò quando raggiunse l’uscita del capannone e, affiancandosi agli altri due militari, si accorse di avere la loro stessa andatura.
“Hey, ciao” disse uno dei due soldati, mentre procedevano lungo il corridoio grigio che collegava il Capannone al resto della caserma. “Sono il settecentoventiquattro” disse di nuovo, battendosi leggermente sul petto. “Ma chiamatemi Klaus.”

Arthur fece un cenno con il capo e si presentò a sua volta. Il terzo soldato, con un grugnito, li guardò entrambi.

“Che siete, delle checche?” chiese con voce roca. “Dobbiamo uscire per una Caccia, e vi presentate? Lo sapevo, sono di nuovo in squadra con due froci. A parte che ce lo avete già putrefatto come tutti, ma provate solo a starmi dietro, e assaggerete questo” concluse, alzando con la mano il fucile semiautomatico.

Arthur, in mezzo al corridoio, si fermò. “Fa’ come vuoi” disse, squadrando il militare dalla testa ai piedi. “Se quelli ti attaccano, non potremo avvertirti gridando il tuo nome.”

“Quelli sono feccia” rispose il militare. “Li cacciamo e crepano. Che possono farci?”

“Si vede che sei nuovo” disse Klaus. Una smorfia gli deturpava il viso. “Alcuni di quelli sono armati.” A queste parole, il soldato dalla voce roca sembrò spaventato, almeno per un momento, ma poi riprese a guardarli con aria truce.

“Chiamatemi col numero, no?” disse infine. “Milletrentotto, lo avete sentito prima. Chiamatemi così e piantatela di rompere.”

“Come vuoi” ripeté Arthur, riprendendo a camminare. Klaus lo seguì a ruota. “Sarai il primo a crepare.” Milletrentotto grugnì in tutta risposta.

Il corridoio terminava con una porta metallica, incastrata tra pareti mezze marce. Potrebbe crollare da un momento all’altro, pensò Arthur, mentre Klaus la apriva con un gesto lento. Prima l’avremmo saputa riparare, ma dopo il Contagio abbiamo perso tanto, non sappiamo più fare tante cose. Il militare si rese conto che la sua mente faticava a elaborare concetti così complicati, come quello di perdita o di conoscenza, ma non poteva farci niente. Anche quella era una conseguenza della malattia: molti di loro non sapevano più formulare nemmeno i concetti più semplici, e avevano mantenuto solo le capacità manuali che avevano avuto anche prima del Contagio. Potremmo pulire un fucile per migliaia di volte consecutive, sempre nello stesso modo, pensò Arthur, ma nessuno di noi saprebbe progettare una casa.

I tre, oltrepassata la porta di metallo, entrarono in un grande stanzone rettangolare, fatto interamente di cemento armato. File e file di lunghi tavoli di metallo lo occupavano per intero. I posti a sedere erano centinaia, ma c’era solo una quindicina di militari seduti a mangiare. In fondo alla sala c’era un altro locale più piccolo, dove i cucinieri dell’esercito preparavano il cibo per i loro compagni d’arme. Non vengono mai mandate più di cinque o sei squadre in una sola Caccia, si disse Arthur sedendosi su una sedia di ferro arrugginito. Eppure mi chiamano di continuo. Come è possibile? Facendo spaziare lo sguardo nella sala, notò che anche i volti degli altri soldati gli erano familiari. Appoggiate le braccia sul tavolo, in attesa del pranzo, Arthur decise di condividere i suoi dubbi con gli altri due militari.

“Cosa dite voi” chiese, grattandosi una tempia, “perché ci scelgono sempre? Siamo sempre noi a uscire in caccia. No, ok, tu no” aggiunse osservando Milletrentotto, che aveva già aperto la bocca per protestare. “Ma tutti gli altri militari che vedo qua, insomma, li ho già visti.”

“È vero” rispose Klaus, guardandosi intorno. “Mo’ che ci penso, anche io li ho già visti. Non è che mi ricordo i nomi, no, però, tipo, le facce sì.”

“Solite facce da cazzo” grugnì Milletrentotto, lanciando l’ennesima occhiata torva a un inserviente, che finalmente capì e corse a prendere il pranzo.

“Non puoi dire così però” ribatté Klaus. “Qua siamo sempre le solite facce. Solo a te ti hanno chiamato che sei nuovo, ma noi siamo sempre di turno.”

“Forse i nostri numeri sono più facili da ricordare” disse Arthur. “Sapete, meno cifre degli altri e tutto il resto. Anche quello che ci chiama, lì, dall’Interfono, è come noi, no? Si è ammalato. Sapete che dopo il Contagio, beh, tutti noi non siamo messi bene di testa” concluse, accompagnando le sue parole con un movimento della mano. Non esprimo bene i concetti, pensò Arthur. Devo usare i gesti, maledizione. Odio essere così e non ne posso più. Vorrei essere scampato al contagio. Il discorso, ad ogni modo, si chiuse lì: Milletrentotto rispose solo con un altro grugnito, dopodiché si chiuse in un muto silenzio. Klaus, d’altro canto, tentò di articolare un discorso sul concetto appena espresso dal compagno, ma senza molta convinzione. Ci stava ancora provando quando, dopo una decina di minuti, Arthur vide un inserviente dirigersi verso di loro, barcollante sotto il peso dei piatti.

“Si mangia, ragazzi” disse. Klaus esultò, e perfino Milletrentotto si concesse un sorriso. L’inserviente appoggiò tre piatti lerci davanti ai militari, che con movimenti lenti e goffi iniziarono a mangiare. Quanto siamo cambiati dal Contagio, pensò Arthur osservando il piatto. Le sue mani stavano strappando a pezzi un trancio di carne rossastra. Era cruda. Il sangue colava sulle braccia, andando a sporcare l’uniforme. Siamo davvero cambiati. Una volta non mangiavamo così, si disse, affondando i denti nella carne cruda. Almeno credo.

“Una volta” disse, rivolgendosi a nessuno in particolare, “mangiavamo in modo diverso. Credo, cotto. Sul fuoco, no?”

“Già” disse Milletrentotto. “Eravamo selvaggi. Dai, ma che schifo.”

“C’erano cose strane, prima del Contagio,” sentenziò Klaus. “Meglio adesso. Carne più succosa.” Arthur annuì. Carne più succosa. I tre soldati continuarono a masticare e a ingollare bocconi grondanti sangue, senza parlare. Nella sala, i loro compagni d’arme fecero i loro stessi, goffi movimenti.

Circa un’ora dopo, Arthur si mise il casco verde in testa, abbassò la visiera protettiva e imbracciò il fucile. Al suo fianco, Klaus e Milletrentotto fecero la stessa cosa, e con loro si mossero tutti gli altri militari presenti nella sala. Tutti si erano allineati davanti a un grande portellone metallico, unica via d’uscita della caserma. Sopra di loro, in piedi su una balaustra rialzata, il maggiore Hartmann li osservava con aria truce.

“Allora” disse l’ufficiale, digrignando i denti. “Adesso voi uscirete da qua. Una nuova Caccia comincia. Sapete quanto ci serve, sì” continuò, camminando su e giù con un’andatura insicura e lenta, simile a quella dei suoi soldati. Arthur sorrise. Anche lui è stato ridotto male dal contagio, si disse. Anche lui è come noi. È un superiore solo perché prima del Contagio era un superiore. Tutto è uguale a prima eppure così diverso. Si sforzò di non sorridere troppo: la disciplina, anche in quel mondo stravolto, andava comunque rispettata.

“Adesso uscirete” stava ripetendo l’ufficiale, con quel suo modo assurdo di digrignare i denti, “e porterete un buon raccolto qua. Buon cibo succoso. La Caccia ci serve. Siete cinque squadre, e tornerete.” Detto questo, il sergente diede il segnale. A un suo cenno, un soldato aprì il grande portellone metallico, e l’aria fredda della notte investì in pieno i militari. “Andate e fate buona Caccia” ruggì l’ufficiale.

Arthur Rothfuss si mosse insieme ai suoi compagni. Come un sol uomo, le cinque squadre uscirono dalla caserma e iniziarono a farsi strada nella notte.

 

La preda ansimava, sudava, mentre correva per sfuggire alla morte. Era ferita. Arthur poteva sentire l’odore del sangue, così acre e dolciastro da sovrastare perfino quello della carne putrefatta avvolta nelle uniformi grigioverdi. Dio, non puzzavamo così prima, si ritrovò a pensare. Non eravamo marci, prima del Contagio. Cercò di ignorare l’odore repellente che tutti loro emanavano per concentrarsi su quello del sangue. Pensa alla preda, si disse. Pensa alla preda.

Alla sua destra, Milletrentotto si muoveva lento, con il fucile puntato davanti a sé, per cogliere ogni minimo movimento nella boscaglia. Klaus, alla sinistra di Arthur, aveva il fucile automatico allineato al fianco , ed era pronto a fare fuoco su qualunque cosa si fosse mossa in quel tratto del bosco.
Pochi minuti prima due squadre che stavano pattugliando il terreno davanti a loro si erano imbattute in un magnifico esemplare. Arthur ne era sicuro. Aveva sentito gli spari, e aveva avvertito i movimenti della preda spaventata. Lo hanno mancato, si disse Arthur, mentre scrutava gli alberi davanti a sé. Gli hanno sparato ma è riuscito a scappare. E ora finirà dritto nella nostra trappola. Con un gesto lento fece cenno ai suoi due compagni di abbassarsi e prendere la mira. Obbedirono. Ancora pochi passi, si disse Arthur, sentendo la creatura avvicinarsi. La preda si stava muovendo proprio in quella direzione. Il militare puntò il fucile in direzione dei fruscii e dei rumori di rami spezzati. Chiuse un occhio, prese la mira e attese qualche secondo. Ancora pochi passi, ripeté nella sua mente. Ancora pochi passi.

Tre spari risuonarono nel silenzio del bosco. La preda , che era appena comparsa nella radura, cadde a terra come fulminata. Arthur si alzò in piedi e con movimenti goffi e lenti si diresse verso il cadavere, subito imitato dai suoi due compagni d’arme.

“Finalmente” disse Klaus, esaminando la preda abbattuta. “Pensavo che non sarebbe arrivato più.”
“Io questo, sì, avevo detto. Così è stato” rispose Arthur. Non era sicuro del senso di quelle parole: la vista e l’odore del sangue lo mandavano in confusione. Anche prima del Contagio ero goloso, si disse, ma di una golosità diversa. Tutto è uguale, e tutto è diverso. Guardò la preda, distesa a terra con la testa mezza spappolata. Anche per lui vale la stessa cosa, pensò. Così uguale, così diverso. Con un movimento lento, Arthur si chinò sul cadavere. La carne della preda era rosea, pulita. Non era marcia, non puzzava, non si stava putrefacendo come le loro membra. Come avete fatto, si chiese Arthur, guardando l’umano disteso davanti a lui, così simile a ciò che una volta loro stessi erano stati. Come siete sopravvissuti al Contagio?

La voce di Milletrentotto interruppe il filo dei suoi pensieri. “Cosa ne facciamo?” chiese il soldato, inginocchiandosi di fianco ai compagni. “Lo riportiamo in caserma?”

Arthur dilatò le narici, gustando l’odore del sangue. “Certo” disse con voce roca, mentre un pezzo della sua faccia putrefatta cadeva sul cadavere. “Ma prima lo assaggiamo, che dite? Deve avere un ottimo sapore.”

 

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