Per ironia della sorte: racconto di sopravvivenza

Jack Lover era seduto a gambe incrociate su uno sperone di roccia. I massi appuntiti si facevano sentire perfino attraverso il ruvido tessuto dei jeans, ma Jack non ci badava. Dopotutto, quello era nulla in confronto al suo bisogno di sentire sul viso l’aria fredda.

Il bisogno di schiarirsi le idee.

Il rude inverno del Kentucky era alle porte, ormai. Già a fine ottobre la temperatura era scesa, e a mano a mano che i giorni passavano faceva sempre più freddo. Con la legna conservata nella baita, di proprietà dei Lover dal tempo della Guerra Civile, potevano sopravvivere, certo, almeno per i primi mesi invernali. Ma la legna non era infinita, e così nemmeno le scorte di cibo.

Il tempo stava peggiorando. Sonia aveva già dovuto aggiungere una coperta, e si era solo all’inizio di novembre. C’era dunque da sperare che l’inverno durasse poco, e fosse particolarmente mite. Tuttavia Jack non se la sentiva di chiedere a Dio un altro miracolo. È già molto essere sopravvissuti, si disse.

Si guardò attorno. La bellezza del paesaggio era tale che per un momento Jack dimenticò ciò che era accaduto nei mesi precedenti. Si soffermò a guardare lo sperone di roccia sul quale era seduto e che, alcuni metri più avanti, si gettava in una stretta valle incastrata tra la mole di due massicci della catena dei monti Appalachi. Gli alberi radi e gli arbusti si agitavano sotto l’urto debole del vento. In alcuni punti la roccia rossa si sostituiva a tutto il resto, come un monito a ciò che sarebbe stato il mondo da lì in avanti. La roccia non prende le malattie, pensò Jack. La roccia non respira, non parla. Non ha un sistema immunitario in cancrena.

Quando tutto era cominciato, Jack era a casa da solo. Sonia era andata da sua madre, e in quel momento doveva di certo già essere di ritorno. Era seduto sul divano, stava guardando una partita dei Red Sox in tv e stringeva in mano una lattina di Jasper’s – la migliore birra del mondo, come diceva la pubblicità. Ai suoi piedi, sul tappeto rosso, Alf si leccava tranquillo una zampa: Jack ricordava distintamente di essersi innervosito, a un certo punto del terzo inning, perché il cane stava lasciando una chiazza di bava sul tappeto. Ma era bastato uno sguardo, come sempre, per farlo sorridere: con Alf non ci si poteva arrabbiare quando ti guardava con i suoi occhi acquosi da bulldog in pensione. Jack sorrise al ricordo: i Red Sox erano in vantaggio, Sonia stava per tornare e la birra era ancora abbastanza fresca da poter soddisfare un uomo assetato. Nulla poteva andare meglio.

Tuttavia, a un certo punto aveva sentito dei colpi furiosi alla porta, come se il diavolo, inseguito da una masnada di santi, stesse cercando rifugio nel suo appartamento. Era andato ad aprire, stupito, e non appena aveva girato la chiave nella toppa la porta si era aperta da sola. La signora Gillian gli era crollata fra le braccia, dicendo qualcosa di incomprensibile. Un vago sentore di gin la avvolgeva, mentre la donna, che aveva poco più di sessant’anni, tentava di afferrare la faccia di Jack, per stampargli un bel bacio sulla fronte.

Jack aveva sorriso. I problemi di alcol della signora Gillian erano conosciuti in tutto il quartiere. Non c’era barista di Owensboro che non le avesse servito una mezza bottiglia di gin alla volta, solo per sentirla parlare dei suoi ragazzi, crepati nell’ultima guerra in Iraq o giù di lì. Con fatica, Jack l’aveva sollevata di peso e l’aveva portata nel suo appartamento, al terzo piano, dove l’aveva fatta accomodare su una poltrona. Dopodiché era tornato di sotto.

Si era rimesso a vedere la partita. Dopo qualche minuto, aveva sentito una macchina entrare nel cortile e l’inconfondibile sibilo prodotto dal motore della Renault di Sonia. Si era affacciato sorridendo, e sua moglie aveva ricambiato il sorriso. Aveva spento la televisione, e insieme erano usciti. Per una volta, aveva detto Jack, avrebbero anche potuto cenare fuori, no? Non erano ricchi, certo, ma come infermiere lui guadagnava quanto bastava. E, forse, Sonia aveva finalmente trovato un lavoro come traduttrice in una piccola casa editrice indipendente. Non era un buon motivo per festeggiare?

Arrivati al ristorante, avevano preso un posto lontano da sguardi indiscreti: era il loro momento, la loro sera. Si erano sentiti quasi dei ragazzini, a stringersi le mani sotto il tavolo, lontano dagli occhi del cameriere. Tuttavia, mentre chiacchieravano, Jack si era accorto che molti, nel ristorante, stavano starnutendo. Influenza, ancora, aveva pensato. Oppure un po’ di allergie. In autunno. Stiamo mandando il mondo a puttane.

Ma l’inferno, quello vero, era iniziato solo due giorni dopo.

Jack si alzò, si spolverò i pantaloni con un gesto stanco delle mani e si avviò verso la baita. Da quella posizione, poteva già vedere il fumo che usciva dal comignolo della casa di montagna. Era quasi ora di cena, e Sonia stava preparando qualcosa: carne in scatola, probabilmente. Con un buon contorno di piselli cotti nel camino. E castagne per dessert: erano l’unica cosa che non mancava, insieme all’acqua. Si incamminò in direzione della baita, prendendo un sentiero che saliva verso la cima dell’altura. Di lì a mezz’ora, se andava a passo sostenuto, si sarebbe potuto sedere attorno al tavolo in legno di noce che suo nonno aveva costruito anni e anni prima. La sua Sonia si sarebbe seduta accanto a lui e forse, per qualche momento, avrebbero anche potuto dimenticare.

Quando tutto era iniziato sul serio, Jack era di turno in ospedale. Erano le tre di notte. Il primo caso documentato di C6 era stato un ragazzino di appena undici anni. Era stato ricoverato per un forte mal di testa, rigidità muscolare e principio di labirintite. Lo si era preso per un grave caso di meningite, e il paziente era stato subito isolato in una camera sterile e sottoposto ai dovuti esami. Mentre lo trasportava, Jack aveva notato alcune macchie rosse sulla pelle del ragazzo. Aveva riferito al medico di turno, che aveva archiviato quelle chiazze come un altro sintomo, più raro, della meningite infettiva.

Un’ora dopo il ragazzo era morto.

Il sentiero prese a salire. Jack aumentò il passo. Non avrebbe mai voluto pensare al contagio, a ciò che era avvenuto dopo. Aveva perso troppo. Avrebbe preferito ricordare la sua Owensboro come la ridente e semplice cittadina che era sempre stata, affacciata sull’Ohio, formata da tante case basse, di pochi piani, che distruggevano il luogo comune di un’America fatta di grattacieli e luci al neon. Ma ogni volta che ripensava alla sua città, ciò che gli veniva in mente era soltanto la puzza dei cadaveri in decomposizione. E il silenzio.

Quella notte, la notte del contagio, i casi erano stati duecento. Due giorni dopo il numero dei malati era decuplicato, non solo a Owensboro, ma in tutta la nazione, e il Presidente aveva annunciato lo stato di emergenza. C’erano stati cordoni sanitari, interi quartieri messi in quarantena, esodi in massa dalle città alle campagne. Tutto inutile. Durante la conferenza stampa, trasmessa a reti unificate, il Presidente aveva un’aria stanca, malaticcia. Sul collo, le macchie rosse che caratterizzavano il C6. Era morto la sera stessa, ennesima vittima dell’epidemia. Intanto il numero dei morti continuava a crescere.

Non mi è dispiaciuto per niente, pensò Jack. Il terreno continuava a salire, e lui aveva il fiato corto. Era un repubblicano, e come diceva sempre zio Oren, un presidente repubblicano è buono solo a far crepare in guerra i nostri ragazzi. Tossì leggermente, mentre gli andava di traverso la saliva. Non che con certi democratici sia andata meglio, per carità. Jack si fermò, ansante. Scoppiò a ridere. Che importanza aveva, in quel momento, se l’ultimo presidente era stato repubblicano o democratico? Da mesi non c’era più un presidente degli Stati Uniti, e probabilmente non ci sarebbe più stato. Mai più.

Jack riprese a camminare, sempre ridendo.

Aveva passato i due giorni successivi alla morte del Presidente in ospedale. Faceva i doppi turni, sempre con la mascherina sulla faccia, e vedeva passare qualche centinaio di malati ogni ora. Tutti morivano dopo circa un’ora, nessuno si salvava. Il Ministero della Sanità, prima di chiudere i battenti, aveva diramato un ultimo rapporto sul virus.

Tasso di Infettività: 97,4%.

Tasso di Mortalità: 100%.

Dopo la divulgazione di queste informazioni, si era scatenato il panico. Le fosse comuni erano state lasciate aperte, i malati si erano rintanati nelle proprie case per morire vicino ai propri cari, contagiandoli. Jack aveva lasciato l’ospedale ed era corso a casa. Come i pochi che ancora si reggevano in piedi, aveva pensato solo a fuggire. Aveva caricato Alf in macchina, e insieme a Sonia era uscito dalla città per alcune vie secondarie. Le strade di Owensboro erano popolate da derelitti che camminavano a zig zag, in preda alla malattia, e da mucchi di cadaveri che nessuno avrebbe più spostato o seppellito. L’odore di decomposizione era stato l’ultimo ricordo che la città aveva voluto lasciare a chi fuggiva.

Jack arrivò in cima al sentiero. Le gambe gli facevano male, e il sudore gli appiccicava la maglietta alla schiena. Tuttavia, Jack sorrise. Percorse quasi correndo i pochi metri che lo separavano dalla casa, ansioso di riabbracciare Sonia.

Per mesi non si erano ammalati. Erano immuni, ormai ne era convinto.

Arrivato davanti alla porta in legno della baita, ebbe un momento di esitazione. Dentro, sentì la voce di Sonia dire a qualcuno “stai tranquillo, tornerà presto”. Si avvicinò circospetto alle pareti di legno. Ma a chi poteva parlare sua moglie? Non c’era nessuno oltre a loro su quelle montagne. Preoccupato, aprì la porta di scatto. Sonia era in piedi, davanti al camino, e al suo fianco Alf beveva rumorosamente da una ciotola. Appena lo sentì entrare, il cane si avventò contro il suo padrone, felice. Era un bulldog inglese di venti chili, ma quando voleva sapeva essere agile, eccome.

“Sonia” disse Jack, liberandosi del cane. “Stavi parlando con Alf, prima?”

“Sì” rispose la donna, rivolgendogli un pallido sorriso. Teneva una pentola sospesa sul fuoco, e ogni tanto girava il contenuto con un mestolo di legno. “Sai che cosa ho visto, prima?” chiese la donna, guardando Jack togliersi la felpa.

“Cosa, tesoro?”

“Due lepri.” La donna lasciò la pentola sul fuoco e si avvicinò alla finestra. “Erano proprio lì, in mezzo al giardino. Alf ha fatto un gran casino, si è messo ad abbaiare.” La donna sorrise e si grattò il naso, in quel modo che faceva impazzire qualunque uomo la guardasse.

“Forse potremmo prendere qualcosa con qualche trappola” replicò Jack, avvicinandosi. “Prima che vadano in letargo.”

Il labbro inferiore di Sonia prese a tremare. “Sì, se dobbiamo” disse in un tono che si sforzava di essere fermo.

“Se dobbiamo? Ma ti rendi conto di quel che dici?” rispose Jack. “Sono finiti i tempi della pesca di beneficenza, e della PETA, e delle petizioni per i diritti degli animali e tutte quelle stronzate.” Vide una lacrima scendere piano dagli occhi di Sonia per andare a perdersi in una ciocca di capelli ramati. Jack si pentì subito di aver alzato la voce. Chi sono io per dare giudizi, pensò mentre la donna si abbandonava in singhiozzi contro il suo petto e lui la stringeva in un abbraccio protettivo. Sì, avrebbe voluto proteggerla da tutto ciò che era successo, da tutto ciò che poteva succedere. Era così bella. Jack fece scorrere lo sguardo lungo il profilo di Sonia, fece passare le dita tra i capelli che al tatto sembravano fatti di seta. Le diede un lieve bacio sulla nuca, e il pianto della donna si ridusse a pochi silenziosi singhiozzi. Le accarezzò i capelli e una guancia, guardandola negli occhi. Il suo sguardo si spostò sulle labbra carnose, sul naso perfetto, almeno per lui, sul mento e infine sul collo. Lì si bloccò. Tre macchie rosse deturpavano la pelle bianchissima della moglie. Jack le appoggiò le labbra sulla fronte.

Bruciava di febbre.

 

Racconto di Davide Longo.

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