Alien Covenant: ne vale la pena?

È finalmente uscito nelle sale italiane il nuovo film di fantascienza del regista inglese Ridley Scott, Alien Covenant, sesto capitolo (ma secondo in ordine cronologico) della saga fanta-horror Alien.

Il primo film della saga compare nelle sale nel 1979. Successivamente Scott riprenderà in mano il progetto per ampliare l’affresco visivo dell’universo degli xenomorphy, facendo uscire nel 2012 Prometheus, prequel dell’intera saga.

Le vicende del film si svolgono dieci anni dopo gli eventi narrati in Prometheus. La Covenant è un’astronave coloniale in rotta verso il lontano pianeta abitabile di Origae-6. La nave oltre ad ospitare l’equipaggio formato da 2000 persone tra cui svariate coppie di sposi, trasporta anche degli embrioni, materiali e strumenti per la terraformazione del pianeta, che serviranno a renderlo vivibile per i coloni.

Il “sintetico” Walter, incaricato di vegliare sulla nave e sulla riuscita della missione, a causa di un incidente è costretto a risvegliare l’equipaggio dall’ipersonno per riparare la Covenant prima di continuare il viaggio; durante le riparazione viene captato un segnale di presenza umana su un pianeta sconosciuto, che risulta però molto più vicino e vivibile rispetto alla precedente meta. L’equipaggio decide di impostare la nuova rotta e di dirigersi verso il segnale sconosciuto, ancora ignaro dei pericoli e dei misteri che li attenderanno sul nuovo pianeta.

Il film dà il meglio di sé quando smette di essere troppo sofisticato e lascia invece spazio al pericolo, alla paranoia e al terrore, riuscendo in tal modo a coinvolgere il pubblico in sala, anche se solo per breve momenti: qui il maestro Scott mostra la sua incredibile capacità di creare atmosfere cupe e angoscianti. Peccato però che il tutto venga rovinato dai dialoghi e da una trama poco sviluppata, da personaggi piatti che mancano di carisma e di personalità, al punto da risultare così quasi delle macchiette che danno vita a cliché futili e insensati che rasentano la stupidità, trasformando momenti di suspense in scene comiche.

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Si direbbe quasi una seduta d’analisi, in cui gli incubi dell’inconscio vengono fatti emergere,sublimati e in seguito razionalizzati, resi quindi inevitabilmente meno spaventosi e anche molto meno interessanti. In questo sequel del prequel, Ridley Scott cerca di esplorare la storia con uno sguardo più filosofico rispetto ai precedenti, costruendo un discorso sull’origine dell’orrore che ci terrorizza dal 1979, e di cui noi umani siamo colpevoli e vittime allo stesso tempo, risultando noi stessi gli Aliens.

Nonostante tutti i tentativi, sembra ancora che Alien dia il suo meglio quando entrano in scena le creature di Giger (e si parla delle creature originali dell’artista svizzero, e non le diverse variazioni), cioè quando il film riesce ad essere un perfetto survival horror, un B-movie con il budget di un blockbuster. Dall’altra parte quando invece si occupa di temi e idee più elevate, o quando ambisce a ragionare di creatori e creati, sfiora di nuovo involontariamente i livelli imbarazzanti del suo predecessore, considerato ancora oggi un vero e proprio flop del regista inglese.

Poco riuscito è inoltre il parallelismo tra le varie eroine della saga, dove una Noomi Rapace (Prometheus) e una KathrineWaterston (Covenant) cercano inutilmente di raggiungere i livelli dell’iconica SigurneyWeaver, vera star della quadrilogia antecedente.

Il mio nome è Ozymandias, re di tutti i re, Ammirate, Voi potenti, la mia opera e disperate!

cit. di David che richiama la poesia Ozymandias di Shelley del 1818

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