Serie tv | Dear White People

“Dear white people”.

Qualcuno potrebbe leggerlo e pensare che sia un titolo assolutamente esplicativo, che riassuma perfettamente il messaggio che questo show vuole passare.

Qualcuno potrebbe leggerlo e decidere di non guardare la serie, sostenendo di aver capito già tutto quello che c’è da sapere solo dal titolo, e passare direttamente alla sezione dei commenti (di Imdb, Youtube o qualsiasi altro posto vi venga in mente) per fare qualche osservazione sagace come “Se dicessi dear black people nessuno riderebbe” oppure “Questo show promuove il razzismo verso i bianchi, non dategli visualizzazioni”.

E nel farlo proverebbero la tesi di Sam, si aggiungerebbero alla massa di persone che, all’interno della serie, partecipano al Black Face Party pensando che sia un gran divertimento.

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Ma andiamo con ordine: Dear White People è ambientato in un fittizio college dell’Ivy League e narra le vicende di un gruppo di persone di etnie diverse che cercano di navigare il mondo universitario e venire a patti con la loro sessualità, le loro origini e una società non così tollerante come si vuol far credere.

Tutto ha inizio da una festa di Halloween, chiamata Black Face Party, in cui i costumi devono ispirarsi (o ricalcare in toto) personalità e stereotipi della cultura nera.

I risultati di questa idea sono, da un lato, un mucchio di ragazzi con le facce pitturate di marrone, interessati a capire chi abbia il travestimento migliore, e, dall’altro, l’indignazione della comunità di colore del campus.

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La serie prende così il via, concentrando le prime cinque puntate su questo avvenimento e usando un intelligente escamotage per mandare avanti la narrazione senza renderla monotona: ogni puntata, infatti, adotta il punto di vista di un personaggio diverso, dando così allo spettatore la possibilità di venire a conoscenza dei fatti un po’ per volta e chiedendogli di fare lo sforzo (davvero relativo: gli episodi sono dieci e durano massimo 30 minuti; gli esperti potrebbero anche finirli in un’unica sessione di Netflix) di mettere insieme i pezzi del puzzle, sia quelli che compongono la storia, sia quelli che formano le personalità dei personaggi.

Abbiamo quindi Sam, mulatta conduttrice radiofonica del programma che dà il titolo allo show, in piena crisi di identità, divisa tra il suo attivismo politico e una persona che le fa mettere in dubbio buona parte delle sue certezze; Lionel, invisibile giornalista del secondo anno, alla ricerca della sua voce nella protesta e della sua identità sessuale; Troy, figlio del rettore e in corsa per diventare il primo presidente di colore degli studenti, due ruoli che gli stanno stretti e che veste con difficoltà; Coco, nemica-amica di Sam, interessata a diminuire i tratti fisici e comportamentali “da nera” per poter uscire con le ragazze che fanno parte delle confraternite; e molti altri che popolano questo piccolo universo e cercano, ognuno a modo suo, di bilanciare l’esperienza del college, spensierata e divertente, con una protesta che sanno essere più grande di loro ma davanti alla quale non possono semplicemente stare in silenzio.

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È un’emozione vedere come una cosa semplice come lo scrivere bene riesca a sorprendere e mostrare l’evoluzione dei protagonisti senza snaturarli: arrivati all’ultima puntata, guardando Sam, si riesce a percepire esattamente il peso delle scelte che ha compiuto e come proprio alcune di queste siano la causa delle sue insicurezze.

Ma la divisione per capitoli e punti di vista non è l’unico aspetto tecnico interessante: la regia, infatti, nonostante sia affidata a più persone, come è consuetudine per le serie tv, riesce a mantenere dei tratti comuni, di cui il più importante e il più notabile è lo sguardo in camera volto a rompere la quarta parete, a coinvolgerci e a ricordarci che sì, i “carissimi bianchi” potremmo essere anche noi.

Questa scelta viene effettuata per le ultime inquadrature di tutte le puntate (la potenza di quella del finale di serie è qualcosa di spettacolare) ma la si ritrova anche nel mezzo dei dialoghi, sia che siano fra due persone (e in quel caso la macchina viene posta direttamente davanti ai personaggi, eliminando l’interlocutore fittizio e inserendoci in prima persona nello scambio), sia che siano dialoghi di gruppo (l’effetto di queste riprese è ancora più suggestivo e teatrale: la macchina viene posta davanti a tutti i personaggi che parlano uno per volta, come se si stessero scambiando opinioni, ma senza mai guardarsi, tenendo quindi lo sguardo fisso su di noi).

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Dopo tutte queste lodi, però, è necessario tornare al tema di base della serie: infatti tutti gli aspetti tecnici sono importanti, fondamentali per distinguere un prodotto studiato e pensato a lungo, ma non bastano a fermare il commentatore occasionale, anzi, al massimo vengono viste come scuse che la critica usa per giustificare recensioni positive, perché, secondo la loro mentalità, un prodotto che tratta un tema del genere non potrebbe mai essere criticato.

Ciò che più stupisce è che la maggior parte dei commenti che si trovano online fanno capire chiaramente che, chi scrive, non ha visto nemmeno cinque minuti dello show, perché le osservazioni fatte potrebbero venire messe a tacere anche solo con le prime due o tre puntate della serie. Non serve molto, infatti, per rendersi conto che Dear White People non è un prodotto che sostiene il razzismo verso i bianchi né, tantomeno, che dichiara di avere soluzioni assolute al problema della discriminazione razziale: quello che vuole essere (e che, secondo me, riesce a essere) è uno show onesto, che non si nasconde dietro stereotipi comuni e cerca di mettere in scena tensioni ed errori di tutte le parti coinvolte nella questione: sbagliano tutti nella serie e nessuno ha vita facile mentre cerca di convivere con le proprie azioni.

Ogni puntata regala citazioni e chicche da ricordare (l’intelligenza di far usare, al primo candidato di colore del campus, una frase come “Ciò che rende questo paese grande ˗ great, in inglese, preso in prestito dal tristemente famoso slogan di Trump ˗ è che possiamo scegliere i nostri leader”, in un suo discorso durante la campagna è sottile e non scontata) ma l’episodio che più svetta è sicuramente il quinto, vero giro di boa della serie, sia per i personaggi che per gli spettatori: la puntata può vantare la regia di Barry Jenkins, premio Oscar per Moonlight, e mette in scena un conflitto che ha per protagonista Reggie e che diventa poi la base per le cinque puntate finali, andando a sostituire la festa di Halloween.

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Dear White People affronta tutti questi temi e anche altri (non manca, ovviamente, un accenno a tutta la questione #Blacklivesmatter e #Alllivesmatter e, anche questo, è fatto con intelligenza), senza darsi un’esagerata importanza ma cercando di essere il più equilibrata possibile e, soprattutto, ricordandoci qualcosa di non scontato: la televisione e il cinema sono stati capaci nel tempo di trattare tematiche difficili, usando i mezzi a propria disposizione per avvicinare gli spettatori ai più lontani universi e aiutandoli a mettersi nei panni dell’altro rispetto a sé, ma è ancora importante ribadire la necessità di una rappresentazione corretta e adeguata.

Lionel scrive in uno suo articolo “Esistono infinite raffigurazioni degli uomini bianchi, mentre non ce ne sono molte di noi nella cultura. La cultura ha il potere di dire alla gente cosa può e non può essere. Per le persone di colore le opzioni sono piuttosto limitate” e viene accusato di scrivere una banalità, di non aver raccontato un qualcosa di attuale.

Il lancio di Dear White People ha decisamente dimostrato tutto il contrario.

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Francesca Sala

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