12: il film che esplora le contraddizioni della Russia Contemporanea

Nove anni fa usciva nella sale italiane il film 12, remake russo del classico La parola ai giurati (1957) di Sidney Lumet con protagonista Henry Fonda.

Vincitore del Leone Speciale alla 64° Mostra del Cinema di Venezia, 12 fu candidato agli Oscar come miglior film straniero. La pellicola è scritta, diretta e in parte interpretata dal maestro del cinema russo Nikita Michalkov, già vincitore di un Oscar nel 1995 con il film Sole ingannatore.

In una palestra (unica ambientazione del film) dodici giurati si ritrovano a dover decidere della sorte di un giovane ragazzo ceceno accusato di aver ucciso il proprio padre adottivo, un ufficiale russo in congedo. Poco prima che venga emesso il verdetto finale però, un giurato mette in dubbio la colpevolezza del giovane, e poiché la decisione per essere approvata dev’essere unanime, ognuno è costretto, poco a poco, a rivedere le proprie posizioni, rendendo la sentenza più difficile del previsto.

Michalkov ricalca il film di Lumet solo nella struttura portante e nell’impianto teatrale, affidandosi alla potenza drammaturgica dei personaggi. La recitazione dei dodici attori diviene il punto cardine e la chiave del film stesso: quella che all’inizio sembra una formalità, si trasforma ben presto in una sorta di seduta psicanalitica di gruppo, nella quale ognuno prende la parola a turno confessando una parte di sé.

12 è un thriller psicologico della durata di due ore e mezzo, un vero e proprio dramma sociale, in cui il regista riesce a spiegare in tutto e per tutto il messaggio morale contenuto al suo interno: la giustizia degli uomini non sempre si rivela un’arma efficace per combattere i soprusi della società moderna, soprattutto perché non tiene conto dei rapporti interpersonali, come i legami familiari e le relazioni sociali che esistono fra gli uomini stessi. Inoltre, i valori etici e morali messi in gioco nel film portano lo spettatore a immedesimarsi nei protagonisti.

12 è costruito come una amara e profonda riflessione sui contrasti sociali e razziali che animano la Russia moderna: primo fra tutti, il difficile e pericoloso rapporto con la minoranza cecena. Michalkov stesso afferma che il suo film rimane un percorso umanistico, dove la ricerca della verità deve passare attraverso il cuore, puntando tutto sulla messa in scena di una tragedia legata indissolubilmente alla storia russa degli ultimi decenni.

Anche a livello tecnico il regista non rinuncia a far sentire la sua mano, in particolar modo attraverso l’uso fluido e mobile della macchina da presa, capace di farci sentire a tutti gli effetti una sorta di tredicesimo giurato. Michalkov dà vita a un film solido ed efficace, realizzato con la mano esperta di chi conosce questo mestiere e sa come farlo funzionare.

A detta del regista, inoltre, 12 non è un vero e proprio remake del film americano del 1957, bensì una rivisitazione in chiave moderna, in cui si presta particolare attenzione ai temi universali della giustizia e del valore etico del dubbio, che mira ad indagare la caotica e contraddittoria realtà della Russia contemporanea.

 

Recensione di Paolo Cardinale

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