Film | L’uomo che verrà

In periodi in cui viene messa in discussione ogni cosa, anche il senso della celebrazione del 25 aprile, un film come L’uomo che verrà di Giorgio Diritti serve a rimettere la storia in prospettiva e a ricordarci, lontano dalla facile retorica hollywoodiana, ciò che è accaduto nel passato recente del nostro Paese.

La pellicola racconta la tristemente celebre Strage di Marzabotto, in particolare gli avvenimenti che si svolsero a Monte Sole, attraverso gli occhi di Martina, la bimba di una famiglia contadina, che ha smesso di parlare da quando è morto il suo fratellino.

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La narrazione ha inizio nell’inverno del 1943 e copre quasi un anno delle vite dei paesani, compresa la gravidanza della madre di Martina, evento che la bambina segue con estrema attenzione. Sarà poi lei stessa, infatti, sopravvissuta alla strage, a dover crescere questo bimbo, simbolo della speranza per il futuro.

Intrecciando perfettamente la Storia con la storia, la cronaca di guerra con momenti più quotidiani, legati a una dimensione di campagna e scanditi secondo ritmi ormai perduti, Diritti riesce a mettere in scena un racconto fedele, rispettoso della memoria dei fatti realmente accaduti e capace di rappresentare l’incredibile dicotomia fra i momenti di calma e quelli di terrore e angoscia causati dall’arrivo delle pattuglie di perlustrazione dei tedeschi.

Il film prepara lo spettatore per il climax finale con una serie di alti e bassi: mischia scene caratterizzate dal semplice e faticoso lavoro dei campi, portato avanti con tenacia nonostante tutto e visto come unica fonte di approvvigionamento ancora esistente, e scene di tensione estrema, tagliabile con un coltello, dove ogni parola in più o movimento brusco fanno temere il peggio.

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La scelta di una bambina come protagonista si rivela assolutamente vincente: dà al regista la possibilità di narrare la guerra seguendo sentieri non battutissimi, anche dal punto di vista del lavoro con la macchina da presa, a volte portata a mano per riprodurre la frenesia con cui la piccola Martina si sposta. Inoltre l’innocenza della ragazzina e il suo silenzio pagano anche a livello cinematografico, poiché entrambi danno la possibilità di guardare e ascoltare le vicende belliche in modo diverso, studiato con equilibrio ed estremo tatto ma comunque pregno di un senso di pericolo costante, di una necessità di stare allerta che si insinua persino nei momenti di gioco.

Altra decisione incredibilmente azzeccata è quella di far parlare i personaggi in dialetto bolognese in modo da riprodurre realisticamente anche la comunicazione dell’epoca, oltre ai costumi e agli ambienti del mondo contadino.

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L’uomo che verrà è un ottimo film, forse quasi necessario da recuperare, dal momento che fa luce su pagine della storia meno conosciute (se non a livello nazionale, di sicuro a quello internazionale) e lo fa senza fronzoli o pathos esagerato, ma con un quieto realismo che riesce perfettamente a dimostrare l’impatto sconvolgente che la guerra ebbe sulla quotidianità anche dei paesi più isolati e sulle persone più impreparate per affrontarla.

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Francesca Sala

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