“…vorrei arrivare alla soluzione di questo caso con lei.” Concluse la voce dall’altra parte della cornetta.

“Ottimo.” rispose Margareta, la voce neutra che non tradiva nessuna emozione. “Quando allora?”

“Possiamo fare domani pomeriggio.” Rispose la voce maschile dall’altra parte.

“Facciamo al Caffè Concerto.” Disse subito lei.

Ci fu un attimo di silenzio dall’altra parte. “E sia. Allora a domani, dottoressa Varga.”

“A domani.” Concluse lei, mettendo giù.

Quindi si riempì un bicchiere di acqua fredda e ne bevve un sorso, riflettendo.

“Hai fatto bene a scegliere un terreno neutro.” Commentò Edmund. Seduto con le mani intrecciate, sembrava apparentemente rilassato, ma Margareta riusciva a cogliere alcuni impercettibili segnali che tradivano la sua tensione. Più sembravano essere vicini al quadro più aumentavano.

“Credo di averlo colto in contropiede infatti. Quell’uomo non è uno stupido.”

“No, lo penso anche io. Per questo verrò con te.”

“Non credo sia una buona idea.”

“Mi farai passare per il fittizio investigatore privato, dopotutto gli hai dato il mio nome, no?”

“Uno dei tuoi tanti nomi. Filippo Edmund Bianchi de’ Clivi. O Edmund Worthington of the Glances se preferisci.” Sottolineò lei, quasi piccata.

Lui non rispose.

“Preferisco che tu venga in incognito, sarebbe meglio. Ricorda, devo essere una scienziata sola, fissata con la sua ricerca. E’ sicuramente già sospettoso. Inoltre potrebbe essere comodo non fargli sapere che siamo in due.” Argomentò Margareta. Edmund doveva essere convinto con la logica, per quanto teso potesse essere.

Questa volta tuttavia la sorprese.

“No.” Rispose secco. “Non posso permettermi di agire dietro le quinte in questo frangente. Io devo essere presente.” Si alzò dalla sedia, quasi di scatto e si diresse alla grande finestra per andare a vedere ancora una volta Isidora, per perdersi ancora una volta nelle sue speranze e nelle luci notturne della città.

Margareta era accigliata e stupita. Ma non disse più nulla, sarebbe stato inutile. Il pensiero di trovare quel quadro dopo così tanto tempo, di ritrovare le farfalle, di liberarsi finalmente dall’oppressione di quella vita doveva travolgerlo sempre di più. D’altronde anche Margareta era in fibrillazione, sentiva di essere vicina. Le farfalle erano una moneta dal doppio valore. Sarebbe anche lei riuscita a realizzare il suo obiettivo. Finalmente.

 

Humphrey si mise l’inseparabile impermeabile, pronto a uscire dal commissariato.

“Humphrey.” Lo chiamò Raffaele. “Dove vai?”

“Humphrey si voltò, sorridendo all’amico. “Raffaele. Vado al Caffè Concerto. Devo incontrare di nuovo Margareta Varga. ”

“Capito.” Disse l’altro, capendo al volo. Doveva essere uno di quei momenti in cui, anche se il caso era apparentemente risolto, ad Humphrey continuava a non tornare qualcosa. E allora diventava irrequieto e doveva seguire il suo istinto per andare a fondo. Anche se questo caso sembrava assorbirlo più del normale. “Comunque sei hai bisogno, fai un fischio, Humphrey.” Aggiunse Raffaele.

Humphrey annuì con il capo e quindi uscì.

 

Erano in due ad aspettarlo al Caffè Concerto.

Margareta Varga e un uomo.

Lui era alto, dal fisico asciutto e forte, spalle larghe. Difficile dargli un età. Il volto era infatti quello di un uomo tra i trenta e i quarant’anni, eppure aveva un’aria che sapeva di antico. Dovevano essere gli occhi acquosi, intensi e malinconici. C’era qualcosa di familiare in lui.

In ogni caso gli piaceva poco questa asimmetria imprevista.

“Dottoressa Varga. Pensavo venisse sola.” Disse Humphrey neutro, stringendole la mano.

“Ho pensato potesse essere utile portare con me l’investigatore con cui ho collaborato. Lui è Edmund Worthington, ispettore Arzeni.”

“Piacere di conoscerla, signor Worthington.”

“Il piacere è mio.” Rispose l’altro con una indifferente cordialità.

Quindi, in silenzio, si accomodarono ad uno dei tavolini all’esterno del Caffè.

L’atmosfera era strana, non poté fare a meno di pensare Humphrey: l’uomo era esageratamente silenzioso, anche nei movimenti e sembrava essere distante, molto distante da lì con il pensiero, mentre Margareta Varga appariva cordiale e disponibile, anche se un po’ stanca.

A quanto pare stava a lui parlare.

“Allora, questo è quello che ho trovato a casa del Della Volpe.” Esordì e mostrò loro la vecchia foto dei tre uomini. “Vi dice qualcosa?” Li osservo interrogativo.

Margareta scosse la testa.

“Uno dei tre somiglia a Picasso, il pittore.” Commentò assorto il signor Worthington, dopo una prima occhiata.

“E dove sarebbe stata scattata questa foto?” intervenne Margareta.

“Sinceramente non so, anche se credo sia un luogo di Isidora. Questa città non mi può ingannare.” Rispose Humphrey, l’ultima frase rivolta più a se stesso che agli altri, tuttavia attirò l’attenzione del signor Worthington, che sembrò sondare Humphrey con il suo sguardo triste.

Humphrey scrollò le spalle, come per liberarsene.

“Ho trovato però un’altra cosa.”

I due si fecero ancora più attenti.

“Un foglio con dei segni di calcatura, molto lievi. Ma erano qualcosa. Sono riuscito a ricostruire alcune parole, e temo non siano buone notizie per lei, dottoressa Varga.” Disse Humphrey, estraendo un foglio dall’impermeabile. Si mise quindi a leggere, senza che i suoi occhi allenati perdessero di visti Margareta e il suo accompagnatore.

“Miei cari,

sono giunto al capolinea. Questa malattia ingrata … … … Ho vissuto … e soddisfazioni, … grato per avermi permesso di conquistarla. … … …  Goya e Picasso … … … la vostra influenza sarebbe … … fondamentale quanto quella degli artisti che ho studiato e che mi hanno accompagnato nel mio cammino.

A voi due …  … … … chiedere … favore. … vi spedii … una giovane nobildonna in azzurro, … farfalle. … vi chiedo di bruciare quel dipinto, … sul perché. … … … L’importanza di questa impresa è assoluta-

Vorrei trovare altre parole, … … … quanto … di quanto vi abbia considerato la mia famiglia, … … … … … … … lasciare al ricordo

… … …,

Alessandro Della Volpe”

Accadde quindi qualcosa che non si sarebbe mai aspettato.

 

Alice arrivò al commissariato tutta trafelata, entrò di corsa senza quasi salutare e si precipitò verso l’ufficio di suo padre, per poi scoprire con sua grande delusione che era vuoto e lui non c’era.

Dannazione, pensò. O forse lo disse ad alta voce, perché dall’ufficio accanto emerse da un mare di scartoffie Raffaele.

“Alice?”

“Oh, ciao Raffaele!” rispose lei, riprendendosi dal momento di scoramento.

“Cercavi tuo padre? E’ successo qualcosa?” La precedette Raffaele, con un sorriso indagatore.

“Sì! E devo trovarlo il prima possibile!” disse. Quindi aggiunse con un fiume di parole: “Devo trovarlo subito, ho completamente dimenticato di fargli firmare l’autorizzazione per la gita di classe! Devo fargliela firmare e portarla a casa della professoressa prima di cena, altrimenti non posso partire!” La bugia gli uscì tutta d’un fiato.

Raffaele la guardò perplesso ma fece spallucce, dopotutto Alice era sempre stata una simpatica, gran distratta. “E’ andato al Caffè Concerto, aveva appuntamento con Margareta Varga, la scienziata del vecchio caso. Probabilmente lo trovi ancora là.”

“Grazie Raff!” disse lei, le parole che si persero alle sue spalle visto che era già ripartita a razzo.

Raffaele si fece una risata piena di allegria e tornò alle sue scartoffie.

 

Il signor Worthington emise un lamento basso e cavernoso, che sembrava giungere da tempi lontanissimi, la testa fra le mani, il suo corpo sembrava improvvisamente vecchissimo, stanco, senza più energie. Humphrey era decisamente preso in contropiede dalla situazione, che aveva attirato qualche sguardo degli astanti. Si volse verso Margareta. La donna sembrava di ghiaccio, completamente distaccata da ciò che stava succedendo. Era diventata più pallida di quanto non fosse.

Humphrey stava per dire qualcosa e prendere in mano la situazione quando sentì una voce fin troppo familiare chiamarlo “Papà!”. Ed ecco arrivare di corsa in quella scena surreale anche sua figlia Alice.

Humphrey si alzò andandole subito incontro.

“Alice, che ci fai qui?”

“Ti ho cercato al commissariato ma non c’eri. Raffaelle mi ha detto che forse ti avrei trovato qui.”

“Ma perc…” stava per chiedere lui, ma lei lo interruppe “So dove è il quadro, il quadro della ragazza!”

Il signor Worthington alzò il volto disperato dalle mani “Non è possibile, il quadro è stato distrutto.”

“Non è vero! E’ ancora intero.” Disse lei, presa dall’eccitazione e speranzosa di alleviare il dolore dell’uomo. Negli occhi di suo padre passò un lampo di rimprovero. Forse sono stata un po’ troppo frettolosa, pensò preoccupata. Inoltre quell’uomo le ricordava qualcuno, gli occhi azzurri e acquosi…

“Devi dirci assolutamente dirci dov’è.” Anche Margareta si era alzata e aveva un’aria risoluta, quasi di silenziosa e gelida minaccia.

Humphrey si frappose fra lei e Alice “Forse è il caso di calmarsi, dottoressa Varga.”

Intanto Alice era totalmente assente, continuava a pensare a quegli occhi acquosi e azzurri, chi le ricordassero. Pensava. Quando incrociò direttamente quello sguardo antico e malinconico, che sembrava così carico di sofferenza, e ne ebbe tanta pietà. E capì, finalmente, chi le ricordasse l’uomo. Sempre lei, l’onnipresente giovane donna del quadro. Voleva in qualche modo alleviare il suo dolore. Quasi involontariamente disse con un filo di voce “Sta in Carrer de Flores, al numero 11…”

Humphrey, Margareta ed Edmund rimasero come congelati, i loro sguardi su di lei.

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