Giorgio annuì al proprio riflesso nello specchio dell’ascensore. Prese un respiro profondo, raddrizzandosi gli occhiali: doveva stare calmo. Tranquillo. Non c’era nessun motivo per essere agitato. Certo, bisognava tralasciare il fatto che finalmente sarebbe stato da solo con la ragazza più bella del mondo, e più intelligente, e simpatica… e che si stava preparando psicologicamente per questo momento da settimane, in cui aveva raccolto un briciolo di coraggio ogni giorno, per essere pronto, per poterle dire che l’amava, no, non doveva sembrare un disperato, per dirle che ehi, erano amici da tanto, e stavano bene insieme, e allora perché non portare le cose a un livello successivo?

Ecco, doveva evitare di rimuginarci troppo.

La seconda porta sul pianerottolo era aperta. Da dietro l’uscio sbucò il sorriso di Alice: “Ciao! Benvenuto nella mia umile dimora!”.

Giorgio deglutì, rispondendo al saluto con un sorriso nervoso.


La casa di Alice e di suo padre era più piccola di come Giorgio se l’era immaginata; piccola, ma con soffitti alti e grandi finestre luminose: tra quelle pareti si respirava un’aria di pulito e di calore.

“Ho… ho portato il film”, disse, tirando fuori il dvd, mentre si guardava intorno.

Alice lo afferrò.

“Non vedo l’ora di vederlo! Vuoi qualcosa da sgranocchiare?”.

Giorgio non rispose: la sua attenzione era stata catturata da una fotografia che spuntava in cima a una pila di fogli.

“Ah, ma allora li conosci!”, esclamò, sventolandole la foto davanti agli occhi.

“Che cosa?”, Alice si voltò verso di lui con espressione di sorpreso smarrimento.

“Ma sì, Ali… Hai presente l’altro giorno, quando io e Mina stavamo parlando di quella pensione per artisti, e tu sei caduta dal pero?”, ridacchiò, “L’unica in tutta la scuola che non la conosce…”.

“Sì…”, mormorò Alice, realizzando in quel momento: i suoi amici parlavano di una pensione gestita da due vecchietti gentili, con la passione per l’arte, un luogo talmente atipico che era stato oggetto di uno degli articoli del giornalino scolastico… E Giorgio e Mina l’avevano presa in giro, perché non ne aveva mai sentito parlare…

“Tu sai dov’è? L’indirizzo? Me lo puoi dare?”, si parò davanti a Giorgio in preda all’entusiasmo.

“S-sì”, balbettò lui, “Sta in Carrer de Flores, al numero 11…”.

Gli occhi di Alice si illuminarono: suo padre le avrebbe fatto una strigliata, ne era certa, ma questa storia la intrigava troppo per lasciar perdere…

“Devo andarci subito”.

“Vengo con te!”, si offrì rapidamente Giorgio, speranzoso, ma Alice scosse la testa.

“No, grazie, Gio, ci devo andare da sola. Facciamo un’altra volta per il film, ok?”.

La delusione gli percorse il petto come una scossa di terremoto.

“Oh, ok, allora”, rispose, cercando di mantenere un’espressione neutra, “possiamo rimandare”.

“Grande”, Alice gli riservò un sorriso veloce, mentre correva di là a infilarsi le scarpe.


Ad Amarante Alice non era mai stata: era una zona residenziale, al confine con la periferia di Isidora, e lei non aveva mai avuto motivo di percorrere quelle strade. Ora, mentre i suoi piedi scivolavano sui ciottoli dei larghi marciapiedi, la ragazza si domandava come avesse fatto a vivere quella parte di vita senza conoscere quelle vie delicate, umili ed eleganti, e senza perdersi tra i labirinti colmi di fascino degli alberi in fiore, una miriade, su ogni marciapiede.

“Forse papà ha ragione”, pensò, “Dovrei uscire di casa più spesso”.

Carrer de Flores si amalgamava alla perfezione con lo stile del quartiere: tutte le vie sembravano una il riflesso dell’altra, e splendevano nel sole di quella giornata. Tra le alte case che popolavano la via, la pensione spiccava senza eguali: minuta e allampanata, riposava al numero 11.

Giunta lì davanti, Alice si guardò intorno, e fu allora che i suoi occhi si posarono su un sacco di tela mezzo aperto, lasciato lì in attesa del camion della spazzatura. La giovane controllò che nessuno stesse percorrendo la via, e poi si chinò sul sacco, aprendolo con dita veloci. In un’epifania improvvisa, Alice capì che cosa conteneva: brandelli bruciacchiati e cenere scura, appartenenti a un quadro; e, dalla farfalla azzurra che spiccava dipinta su uno dei resti più grandi, non era difficile capire di che quadro si trattasse.

“Un vero peccato, eh”, sospirò una voce dietro di lei. Alice voltò il capo: un giovane trasandato sui venticinque anni e con copiose macchie di vino sulla camicia bianca fissava il mucchio di macerie, cercando di trattenere le lacrime.

“Conoscevi questo quadro?”, domandò cauta Alice, tirandosi indietro i capelli.

“Sì”, annuì Miguel, fissando i resti del dipinto – certo, una copia, ma per lui non di meno opera del suo ingegno – che aveva impiegato così tanto a creare. Sospirò teatralmente. “Ma ormai è andato, perduto, per sempre”, alzò le spalle e fece per dirigersi verso l’entrata della pensione.

“Aspetta!”, lo fermò Alice, “Puoi dirmi qualcosa su questo quadro? Era…”, esitò. Non le andava troppo di mentire a quel ragazzo, ma la curiosità, la voglia di prendere parte a una delle avventure del padre, l’eccitazione per quella strana vicenda… tutte queste sensazioni ardevano dentro di lei, indomabili. Inspirò, chiamò a raccolta tutte le nozioni che aveva imparato dal padre e dalle sue serie televisive, e si sentì pronta a indagare: il quadro non esisteva più, ma poteva ancora scoprire qualcosa di utile per il caso.

“Era il quadro preferito di mio padre”, mormorò tragicamente, “Gli avevo promesso che sarei riuscita a trovarlo, ma lui è mancato prima che ci riuscissi…”, sospirò, in una pausa ad effetto, “E sono arrivata troppo tardi anche questa volta”, terminò, singhiozzando, mentre Miguel la osservava dispiaciuto, toccato nel profondo dalla sua storia.

“Purtroppo, anche se il quadro fosse ancora integro, non sarebbe comunque in vendita, sai, quindi non ti devi disperare…”, alzò le spalle, cercando malamente di consolarla.

“Oh, no, no”, Alice si asciugò una lacrima inesistente, “Non lo avrei comprato, mi sarebbe bastato sapere dov’era, chi ce l’aveva, se era al sicuro, ma ormai immagino sia troppo tardi… ”, e alzò gli occhi su di lui. Miguel tentennò: in fondo era solo una ragazzina che cercava il quadro preferito del padre, non sarebbe andata di certo a spifferare tutto ai due vecchi proprietari…

“Senti, la verità è che…”, le si avvicinò. Poi, con fare circospetto, si voltò verso la pensione; rimase fermo per qualche istante, annusando l’aria come un segugio, e poi si rivolse di nuovo ad Alice: “Questa era solo una copia del quadro, che ho dipinto io. Il quadro vero è ancora qui, ma nessuno può saperlo, soprattutto Goya e Picasso che se no poi chissà…”, e terminò la sua rivelazione in un borbottio incomprensibile.

Alice tentò con tutte le sue forze di trattenere il ruggito di vittoria che le invadeva il petto.

“Posso vederlo?”, chiese, tutto d’un fiato.

“Meglio di no”, Miguel scosse la testa, “Meglio che nessuno lo veda. Però ora sai che esiste, quindi è un po’ come se l’avessi trovato, no?”, le sorrise, e Alice non poté evitare di sentirsi tremendamente in colpa.

“Grazie, questo significa moltissimo per me”.

“Ah, tranquilla!”, Miguel sventolò la mano in aria, “Basta che non vai in giro a raccontarlo…”.

“No, assolutamente!”, Alice sorrise a denti stretti.

Miguel annuì solennemente: “Mi spiace che tu non lo possa vedere…”, iniziò, ma poi la sua attenzione fu catturata da qualcosa alle spalle di Alice, “Ah, guarda!”, e indicò l’inizio della via, “Se vuoi sentirti un po’ come se l’avessi visto, la ragazza che sta arrivando è la cosa più vicina che puoi trovare …”.

Alice la vide da lontano, ma anche così, senza sforzo, riuscì a scorgerne l’eterna somiglianza con la donna raffigurata nel dipinto, che eppure lei aveva visto solo in foto. La giovane che procedeva lungo il marciapiede alberato, scomparendo in pozze di luce a ogni metro, quando non vi erano sulla via fronde ombrose a proteggerla dal sole intenso, era uguale, esatta… lei era la ragazza del quadro. Rimasta per qualche secondo a fissarla, Alice si riscosse e sentì che era meglio andare via prima che lei arrivasse.

“Purtroppo ora devo andare… sarà per la prossima volta!”, sorrise al giovane, che quasi non se ne accorse, voltato verso la ragazza e verso il sole, splendente negli occhi del riflesso di entrambi.

Alice camminò con scalpitante compostezza verso il termine opposto della via e poi, svoltato l’angolo, iniziò a correre, col cuore che le batteva dall’eccitazione e una risata stampata sul volto.

Doveva raggiungere suo padre. Al più presto.

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