Midnight Diner #6

Care lettrici e cari lettori, come vi avevamo annunciato nell’articolo di Francesca Sala (che trovate qui), abbiamo deciso di seguire il format della serie tv nipponica “Midnight Diner: Tokyo Stories” ambientando i nostri racconti però a Milano.
Cercheremo racconto dopo racconto di restituirvi l’atmosfera della nostra città di notte attraverso i pensieri dei personaggi.
Buona lettura!

È un po’ di tempo che vengo qui, mi piace l’odore.
Tutte le volte che entro in questo locale mi torna in mente il tizio francese col nome improbabile che ci hanno fatto studiare a scuola, quello che citano tutti, che ha scritto una montagna di carta cercando cosa, poi, non si sa. Sono passati tanti anni e tante miglia ma mi ricordo ancora che ce l’aveva con dei dolci, Madlen qualcosa, che gli faceva non mi ricordo più chi da bambino, e quando questo risentiva il sapore, non importa dove fosse, riviveva alcuni dei suoi momenti più felici.
Ecco, questo bar ha il suo profumo: legno, whisky e ricordi. Certo, le foto sulle pareti sono molto più raffinate di quelle che avevamo noi; la signorina è tutta vestita bene, è gentile e ha ancora lo stesso sorriso che sfoggiava in quelle vecchie immagini. Nei nostri dormitori non si faceva molto caso al sorriso. Il giorno che mi decido ad entrare sobrio qua dentro chiedo alla signorina sorridente se riesce a procurarmi un po’ di Wiser’s 18 anni, il whisky della festa per quando tiravamo su le tonnellate, non quella robaccia fatta dietro casa di Spade che scaldava le sere d’inverno e che questo posto mi ricorda tanto.
Lo stesso giorno in cui entrerò sobrio proverò anche a levarmi questa cerata che mi porto sempre dietro, così magari la signora in pelliccia la smette di guardarmi male tra un bicchiere e l’altro. Quando però finisce l’effetto dei ricordi, ogni tanto mi viene da chiedermi che ci faccio qua, così lontano dal mare e in mezzo ai palazzi. Il ritmo non l’ho ancora perso: sveglia alle 2:30, un bel bicchiere alle 3, e alle 4 si comincia a lavorare. Solo che qua c’è poco da pescare e troppo da mettere nel congelatore, ma io su una barca non ci rimetto più piede. Non dopo aver perso la mia.
Ci hanno provato a fare due chiacchiere con me, ma è andata male, il mio italiano si ferma alle 40 parole che servono nel mio lavoro e sinceramente non ho voglia di imparare, avrei poco da dire e la gente di città non capisce cosa voglia dire vivere con il mare. Ho provato a starci lontano, a cambiare continente, ad allontanarmi e a cercare di dimenticare ma alla fine ritorno sempre in posto che, anche solo con il ricordo, mi riporta li, in mezzo alle onde quando ancora avevo qualcosa, quando ancora avevo qualcuno.

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Riccardo Lichene

Quello che viaggia, lo storico e il fumettologo. Suono nel tempo libero, scrivo in quello che resta e quando non bastano le parole sfodero la macchina fotografica. Residenza attuale: via labirinti mentali.

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