Sofia camminava per le strade della sua cittadina. Ricordava il giorno in cui era tornata nel suo mondo e si era ritrovata, di colpo, illesa sotto le macerie di una casa che quasi non rammentava più. Impolverata, stanca e in qualche modo diversa, era rimasta sdraiata ad ascoltare i rumori del mondo che la circondava, all’improvviso familiare ed estraneo, finché i volti terrorizzati dei suoi genitori erano comparsi nel suo campo visivo insieme a quelli dei soccorritori. Piangevano entrambi, e quelle lacrime così da bambini (anche se l’aveva capito, ormai, che le lacrime sono una cosa senza tempo, e non sempre simbolo di debolezza e bisogno, ma anche di amore e di forza) l’avevano fatta felice. Doveva aver fatto proprio una strana impressione, tutta lacera, a sorridere con la gioia pura di chi guarda una persona amata e a lungo desiderata!

La sua mamma l’aveva afferrata e stretta forte forte, continuando a piangere e a ringraziare tutti gli dèi possibili e immaginabili; il papà le aveva raccolte entrambe nel cerchio delle sue braccia, un sorriso gigantesco di sollievo e amore a rendere più dolci le lacrime. Ecco da chi ho preso il mio sorriso, si era detta Sofia, dal mio papà. Un giorno sarò forte come lui. Ma in quel momento si era fatta cullare dalla stretta della sua famiglia, e si era detta che ormai era grande, sì, ma che poteva essere anche una bambina per un altro po’, solo un altro po’.

Era stato difficile tornare alla normalità. Gli adulti che la circondavano pensavano che fosse scossa dal terremoto, dal crollo, dal giorno passato al buio sottoterra, sola. Sofia pensava al volto di un vecchio con gli occhi chiari e dolci e alla sua compagna; a una vecchia triste e sola che finalmente, dopo tanto tanto tempo, poteva gioire del ritorno di una figlia amatissima e a lungo perduta. Si augurava che prima o poi la regina ritrovasse chi stava cercando, fosse egli un amante, un figlio, un sogno: nessuno dell’altro mondo poteva invecchiare, né poteva morire. Un giorno, forse, il suo desiderio si sarebbe avverato. Sofia pensava alle sue bambole, le sue confidenti, la sua forza, il baluardo contro il buio e la solitudine. Aveva sentito il momento in cui era diventata grande: era stato quando aveva fatto un passo in avanti e aveva lasciato le mani di Shelley e Charlie, quando le aveva lasciate indietro sapendo che sarebbe andata oltre senza di loro. Quel passo l’aveva straziata, ma sapeva che prima o poi il momento sarebbe arrivato, lo sapevano tutti. Le aveva abbracciate, ringraziate, salutate. Le avrebbe ricordate. E loro sarebbero state felici con Hilde e Rothar.

 

Così Sofia era tornata, con la consapevolezza di avere ancora un lungo percorso dinnanzi a sé per diventare una donna forte come Hilde, ma di possedere già un piccolo fardello prezioso e caldo, nel suo petto, fatto di coraggio e possibilità; la possibilità di scegliere e di tornare indietro, di essere onesta, di lottare a testa alta per le cose importanti. Sorrise. La piccola Sofia era cresciuta.

Svoltò in una vietta stretta, di mattoni, e raggiunse l’indirizzo che stava cercando. Era cresciuta, la piccola Sofia, non senza fallimenti e dolori, ma era riuscita a rimanere sempre un po’ quella bambina che aveva combattuto per tornare a casa, in un mondo di fiaba. La gente le diceva sempre che i suoi occhi avevano mantenuto il brillìo birichino di una bimba, e il sorriso quella sfumatura innocente che ha solo chi non conosce il dolore. I suoi amici, nell’altro mondo, sarebbero stati orgogliosi di lei.

Trovato il negozio osservò la vetrina ricolma di giocattoli: era tempo per lei di sceglierne un altro. Appoggiò la mano al pancione ed entrò nella penombra polverosa di bambole e sogni ancora da vivere. Dietro al banco, due occhi familiari, chiari, con una nota malinconica nascosta nelle loro profondità, le sorrisero.

 

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