Basato sui fatti narrati nel romanzo Hidden Figures: The Story of the African-American Women Who Helped Win the Space Race di Margot Lee Shetterly, Il diritto di contare è il secondo film di Theodore Melfi, già regista della commedia St. Vincent.

Uscito nelle sale italiane l’8 marzo, Il diritto di contare risulta tra uno dei film più visti negli Stati Uniti e secondo il Telegraph è il primo dopo Sister Act con protagoniste delle donne di colore,ad aver avuto un così forte impatto commerciale.

La pellicola racconta la vera storia di tre donne afro-americane, Katherine Johnson (Taraji P. Henson), Mary Jackson (Janelle Monáe) e Dorothy Vaughan (Octavia Spencer), calcolatrici nel campus aerospaziale della NASA a Langley, in Virginia.

 

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Mary Jackson, Katherine Johnson e Dorothy Vaughan

Prima dell’invenzione dei computer moderni,ogni calcolo doveva essere fatto a mente e lo Space Task Group aveva bisogno ogni giorno di una grande, immensa quantità di calcoli. A svolgere questo compito fu un gruppo di donne nere, “hidden figures” (“figure nascoste”, appunto) dietro uno dei più importanti passi dell’umanità e che sono tuttavia rimaste nell’ombra a causa del colore della loro pelle. Le tre protagoniste, seppero però farsi strada, seppero far emergere – e soprattutto riconoscere – le loro abilità da scienziate andando contro un pensiero comune che all’epoca vedeva le donne come semplici casalinghe e le persone di colore come esseri umani di serie B.

Candidato agli scorsi Oscar – di cui abbiamo parlato qui – come miglior film, Il diritto di contare è ambientato nel 1961, nel pieno di una guerra fredda basata principalmente su operazioni di spionaggio e propaganda, in cui il primato nell’esplorazione spaziale e nella tecnologia dei satelliti artificiali gioca un ruolo cardine negli equilibri di potere. Tema cruciale della pellicola – insieme alla “corsa allo spazio” – è la questione razziale. Sono gli anni precedenti alla marcia su Washington di Martin Luther King, gli anni in cui JFK sta lavorando sulle leggi che sarebbero sfociate nel Civil Right Act, volto a garantire diritti civili alla popolazione afroamericana.

Nel 1961 la Virginia era ancora uno stato fortemente segregazionista: la legge non permetteva alle persone di colore di vivere insieme ai bianchi. Uffici, bagni, mense, posti sugli autobus, scaffali della biblioteca erano rigorosamente separati, e la NASA non faceva certo eccezioni.

Katherine, Mary e Dorothy sono impegnate ognuna in un settore diverso della NASA, che si sta preparando al primo lancio nello spazio ed è proprio grazie a loro e alle altre donne – “hidden figures” – che John Glenn (Glen Powell) è oggi il primo uomo ad aver compiuto un’orbita completa intorno alla terra, e Neil Armstrong il primo uomo sulla Luna.

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Quando John Glenn aspettava di essere lanciato in orbita a bordo del Friendship 7, nel 1962, c’era solo una persona della quale si fidava per il complesso calcolo della traiettoria, e quella persona, quella donna, era Katherine Johnson.

Quella delle tre donne è una vicenda (fin ora) poco nota, che emerge in un contesto storico particolare, quello della presidenza Trump e dei pregiudizi – nei confronti di donne, persone di colore e minoranze in generale – che sembrano non voler tramontare.

Il diritto di contare non è un capolavoro: da molti è stato definito un’americanata o un film “non necessario”, ma quello che è necessario (ed è questo che ha decretato il successo del film, a mio parere) è raccontare storie vere, e storie come queste – come quella di Katherine, Mary, Dorothy e di tutte le donne che hanno reso possibili le missioni della NASA in quegli anni – valgono la pena di essere raccontate ed ascoltate.

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