É stato il figlio, di Roberto Alajmo

Tancredi è chiuso in bagno.

È solo.

Aspetta di sentire le sirene della polizia: tra poco verranno a prenderlo.

Di là, in cucina, c’è suo padre sul pavimento. Morto. Gli hanno sparato.

Qualcuno ha sparato.

Tancredi ha sparato.

È tutto chiaro, tutto deciso. Non ci sono ombre.

Tancredi ha sparato, Tancredi andrà in prigione.

O forse no?

Esistono vite in cui tutto sembra essere già scritto, senza alcun guizzo, alcun colpo di scena. L’esistenza di Tancredi, vent’anni, sembra già segnata fin dalle prime pagine del romanzo, e la sua inettitudine, la sua rassegnazione vengono tratteggiate in modo magistrale dalla penna di Roberto Alajmo. Ed è proprio all’interno di questa incapacità di reagire nei confronti della vita stessa che sembra iscriversi perfettamente questo omicidio, maturato in un appartamento del quartiere popolare della Kalsa, a Palermo. L’uomo steso sul pavimento della cucina è Nicola Ciraulo, il capofamiglia.

Nicola Ciraulo è un personaggio grottesco, irascibile e prepotente, costantemente in bilico tra farsa e tragedia; è un professionista delle mobilitazioni sindacali, del lavoro nero, dell’incapacità di trovare un proprio posto nel mondo… finché.

Finché non avviene la svolta: quell’evento, piccolo o grande che sia, che fa cambiare il corso delle corse in modo inequivocabile, irreversibile. L’occasione di una vita. Non solo per Nicola, s’intende. Per tutta la sua famiglia: moglie, figlio ventenne (Tancredi, appunto), nonché genitori, Rosa e Fonzio. Tutti nella stessa casa. Tutti sulla stessa barca. Barca che sta evidentemente affondando.

E quindi, che cosa importa che una figlia di pochi anni rimanga vittima di un agguato mafioso mentre gioca nel cortile davanti alla propria casa, di fronte alla possibilità di un risarcimento milionario?

(Si parla di lire, non ve l’ho detto, ma siamo negli anni ’70)

I personaggi che si aggirano all’interno di questo romanzo caustico sono piccole bestiole fameliche che emergono in tutta la loro mediocrità pagina dopo pagina. Sono tutti brutti, sporchi e cattivi, (per citare un film di Ettore Scola) e Alajmo sa benissimo quale corde toccare affinché il lettore possa giudicare, ma mai condannare, perché, in fondo, si sa, “ se non sono gigli son pur sempre figli, vittime di questo mondo”, come cantava De André. Ed è a questo punto, una volta che ogni tratto è ben delineato, che scopriamo il volto di Tancredi. Tancredi è un giglio, è bianco e vermiglio, (come scriveva Jacopone da Todi e la mia passione per le citazioni), è puro. Ha un’inettitudine che non prova a colmare in nessun modo, è uno sconfitto, come lo siamo tutti.

Solamente, non ne esce con l’arroganza. Sarebbe potuto diventare come suo cugino Masino, un mezzo delinquentello che si arrabatta come può, e che finisce per essere un vero uomo agli occhi di questa famiglia un poco abbandonata a se stessa. Ma Tancredi no. Tancredi è altro. Tancredi è Bartleby, lo scrivano di Melville, è un piccolo rivoluzionario che non imbraccia nessuna arma (eppure ha sparato al padre, direte voi…). Oppure imbraccia la più potente, a seconda dei punti di vista, per sfuggire ad un destino che sembra già segnato: la disobbedienza. “Preferirei di no”, appunto.

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Silvia Spinelli

La recensitrice libresca. Classe 1988, nordica per caso. I libri sono letteralmente la sua vita, ci abita dentro da sempre: prima come lettrice, poi come studentessa appassionata di Letteratura e Linguistica a Milano, ora come libraia. Adora la letteratura italiana, i racconti brevi, il cinema, ma soprattutto il teatro, la passione di una vita, su e giú dal palco. Non guarda serie tv e spera che dopo questa affermazione continuerete comunque a leggerla con affetto. Sogna di continuare a fare esattamente ció che fa.

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