Cari lettori, questo racconto fa parte del secondo ciclo della Storia Infinita. Ma cos’è, poi, questa Storia Infinita? Essenzialmente, è un lavoro svolto a più mani da tutta la redazione, un racconto senza una direzione predefinita, in cui la fantasia di ogni scrittore può andare a briglia sciolta. Ogni settimana, un membro della redazione inventa un nuovo pezzo della storia, agganciandosi a ciò che è già stato scritto dai compagni, ma prendendo qualunque direzione egli desideri. Perciò, se troverete strani mutamenti nella trama, se spunteranno alieni o zombie all’improvviso, se i personaggi diventeranno da biondi, bruni o viceversa, niente paura: questa è la sfida. Osare, sperimentare, inventare. E creare, scendendo a patti con gli altri colleghi, qualcosa che nessun autore, da solo, avrebbe mai potuto fare: una Storia Infinita. Buona lettura, allora! E che possiate scoprire e percorrere insieme a noi questo nuovo, misterioso sentiero.

Sulla radura era calato un silenzio di tomba: tutto sembrava essersi cristallizzato in attesa, i soldati contorti in espressioni di sorpresa e le spade levate su Hilde, i prigionieri ammaccati e laceri ma col capo fieramente eretto. Elvira sembrava non respirare più e tra gli alberi risuonava assordante un silenzio irreale. Sofia si ricordò del momento in cui, a casa sua, nel bel salotto in cui giocava con Shelly e Charlie, lo stesso silenzio era riecheggiato, prima che tutto cambiasse. Così tanto tempo fa…

La bambina raddrizzò le spalle e si fece largo nello spiazzo, ignorando i soldati, i pupazzi rotti che affollavano la radura e i suoi amici. In tutto quel silenzio anche i suoi passi leggeri attutiti dall’erba riecheggiavano come tamburi di guerra. Giunta di fronte ad Elvira, Sofia alzò il piccolo capo con un gesto deciso e fissò l’anziana maga dritta negli occhi: “Credo che tu stessi cercando lei, Elvira. Te l’ho riportata e ora spero che la smetterai di fare la cattiva. Non sei l’unica ad essere danneggiata sai? Non sei l’unica ad essere triste, ma forse ora potrai aiutare a ricostruire questo mondo, invece di distruggerlo.”

Elvira, ancora raggelata, sembrò riscuotersi un poco a quelle parole e quasi timidamente, come se non osasse sperare, spostò lo sguardo sulla piccola bambina bruna che stringeva forte la mano di Sofia. Dall’alto vedeva due piccoli visetti rivolti in su, con grandi occhi chiari che la osservavano un po’ circospetti. Quegli occhi che per tante notti insonni l’avevano perseguitata, gli occhi che erano il motivo per cui tanto aveva combattuto per ottenere Sofia per sé: gli occhi infiniti della sua bambina. Il sussurro le uscì lieve come il fruscio di una foglia che cade: “Primula?”

La parola sembrò spezzare la stasi; l’espressione della bimba cambiò repentinamente dall’esitazione alla gioia più pura ed Elvira si trovò tra le braccia la piccola che ripeteva all’infinito tra i baci “mamma! Ho provato a tornare indietro, ma non potevo! Mi sei mancata, mi sei mancata!”. La strega non sapeva più cosa fare, dove guardare, cosa provare: tutto era stato cancellato dagli occhi di sua figlia, sempre uguali ma ora un po’ più adulti. Nulla importava, ormai, né i soldati nella radura, né la regina che attendeva nel folto del bosco, né il guardiano di un passaggio che ormai non poteva più aprirsi. Primula era a casa e tutto sarebbe andato bene.

Circondato da un caos improvviso di soldati confusi e giocattoli che scappavano approfittando della distrazione, Rothar si ergeva al limitare della foresta con la moglie tra le braccia, immobile. Come un albero antico con le radici profondamente ancorate nella terra scura, osservava. Osservava l’abbraccio di una donna incancrenita dal dolore con la sua unica ragione di vita e la nascita di una nuova speranza, e la bambina più grande che, in disparte, guardava il ricongiungimento con una nuova espressione negli occhi: le grandi pupille innocenti erano ora illuminate di una nuova luce, tranquilla e malinconica. Accettazione. La consapevolezza che talvolta le cose accadono, e sono inevitabili, che cambiano anche le persone migliori. E che non sempre è possibile una soluzione, che alle volte è inevitabile dover sacrificare qualcosa affinché la vita vada avanti, per poter guarire. Sofia era cresciuta.

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