Tralasciate per un attimo i vostri impegni.

Andate in libreria, o in biblioteca, o dove volete, e prendete in mano questo libro. Apritelo a pagina 126 e godetevi cinque minuti di puro spasso. Naturalmente io non sono Calvino e questo non è l’incipit di Se una notte d’inverno un viaggiatore, ma se seguirete questo consiglio non ve ne pentirete.

“Dopo la fine” è uno dei trentotto racconti presenti in All’improvviso bussano alla porta, raccolta scritta dall’israeliano Etgar Keret, classe 1967, autore geniale e dissacrante, capace di trascinare il lettore nel suo universo completamente assurdo e, allo stesso tempo, perfettamente normale, come a volte è la vita.

Già il racconto di apertura che dà il titolo all’intero libro ci mostra la perfetta capacità di Keret di narrare l’assurdo quotidiano: un uomo armato proveniente dalla Svezia (che, precisa, non è solo la patria degli Abba, o dell’Ikea o del Premio Nobel) seguito da un sondaggista e da un fattorino delle pizze intimano allo scrittore di raccontare una storia.

“Come mai mi ficco sempre in queste situazioni? Ad Amos Oz e a David Grossman non capiterebbe mai”, sostiene il vessato Keret protagonista del racconto. E in effetti è vero. A loro, scrittori seri e compìti, non capiterebbe mai. Ma qui siamo sopra ad un ottovolante che gira all’impazzata, siamo in un universo che ha regole tutte sue, e quindi può anche capitare che un fattorino della pizza armato intimi ad uno scrittore israeliano di inventarsi una storia sotto costrizione. E lo scrittore se la inventa. Oppure può succedere che le bugie raccontate da Robbie fin dall’età sette anni vivano in un mondo parallelo e che il malcapitato, ad un certo punto, ci finisca dentro, come avviene nel racconto “Il paese delle bugie”. Ma c’è anche chi, invece, non riesce a capacitarsi del proprio destino come il sicario protagonista del racconto di pagina 126.

Ma non vi dirò altro, vi rovinerei lo spasso.

La scrittura e l’umorismo di Keret si inscrivono perfettamente nella nuova tradizione ebraica (penso, un nome su tutti, a Safran Foer) per l’acume e la capacità di mettere in luce alcuni aspetti della vita e dell’animo umano senza rinunciare ad un pizzico di follia: non c’è nulla di realistico in un guava (esatto, il frutto tropicale) che ha come unico grande terrore quello di non cadere dal proprio albero. Ma se al posto del guava mettessimo noi stessi e le nostre di paure, ci renderemmo conto che quel frutto ci assomiglia molto più di quanto pensiamo.

Non c’è naturalmente nulla di realistico neanche in un racconto che si intitola “Puntura” all’interno del quale una giovane fidanzatina scopre sotto la lingua del proprio amato una cerniera in grado di fungere da involucro talmente ben fatto da consentirle di riporre il malcapitato sotto il lavandino, come un sacco della spazzatura. Eppure non potrete non amarlo. E quindi, al diavolo la logica.

Keret fa questo: ci prende per mano e ci conduce esattamente dove vuole lui: nel luna park che è la sua testa non esistono regole, e questo può essere destabilizzante. Ma se siamo in grado di accantonare la nostra ratio per un secondo, se siamo davvero disposti a fare questo viaggio insieme a lui nel paese dei balocchi, alla fine scopriremo che tutte le strade portano a casa nostra: tutti i grandi scrittori parlano di noi. Noi. Esseri umani.

E allora diventerà davvero difficile non commuoversi di fronte al protagonista di “Cosa abbiamo in tasca?”:

Ecco adesso lo sapete. Questo è tutto ciò che ho in tasca: una piccola occasione di non rovinare tutto. Piccola. Non buona, e nemmeno probabile. […] Una minuscola occasione che, nel caso la felicità arrivi, io possa accoglierla con un “si” anziché con un “mi dispiace, non ho una sigaretta/uno stuzzicadenti/una monetina per la macchinetta delle bibite.” Questo è ciò che ho in questa mia tasca gonfia e imbottita: una piccola occasione di dire “sì” e di non provare poi rammarico.

Quante occasioni sprecate nelle tasche di ciascuno di noi.

Noi. Esseri umani: imperfetti e bellissimi allo stesso tempo.

Ma voi non distraetevi, non cercate scuse.

Andate a pagina 126: c’è un sicario che vi aspetta.

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