Oulipo 2.0 | Un giallo Anaconda | 6 – Finale

La direttrice della casa editrice “Anaconda” è stata assassinata nel suo chalet a Saint Moritz dopo aver passato la sera con i suoi ospiti.
Chi l’ha uccisa e perchè?
Nel corso delle puntate leggerete le varie testimonianze dei personaggi fino a leggere l’ultimo racconto in cui il commissario svelerà il colpevole. 
Sarete in grado di scoprire chi è l’assassino? Buona lettura!

 

Erich Keller: detective, tedesco, efficiente. Fino ad ora si è sempre tenuto sullo sfondo, ad ascoltare e  riflettere, proiettando la lunga ombra della giustizia su ognuno dei sospettati. Ora i riflettori si accendono su di lui, l’ultima parola è del meticoloso commissario, a rivelare finalmente il colpevole.

 

Personalmente amo il mio lavoro, essere un detective.

In primo luogo perché richiede precisione e io sono un tipo preciso, molto, come lo stereotipo di tedesco che tutti hanno in mente. Io sono preciso esattamente così, se non di più.

In secondo luogo perché è un lavoro che mi consente di portate un poco di giustizia in questo mondo. Lungi da me essere un idealista, però a mio parere se facendo il proprio dovere uno riesce a portare un po’ d’ordine in questo mondo, allora ben venga.

Infine mi piace lavorare qui in Svizzera, fra cliniche private, banche riservate e chalet di milionari. In questo ambiente pieno di soldi e ipocrisia vado con la mia chirurgica precisione a scovare il marcio e a punirlo.

Mio nonno, nella vecchia DDR, mi raccontava sempre le storie di Robin Hood che ruba ai ricchi per dare ai poveri. Con il senno di poi i suoi racconti grondavano retorica comunista, ma quelle storie mi incantavano sempre e Robin Hood era diventato il mio eroe preferito.

Ecco, mi piace pensare di essere un Robin Hood della giustizia, che la toglie ai ricchi per darla ai poveri.

Questa è effettivamente una frase molto da idealista. Ma dopotutto non ho mai detto che sono un tipo coerente; preciso sì, ma non coerente.

Accadde qualche giorno dopo Capodanno.

Il telefono della centrale squillò che erano quasi le tre di notte: Valentina Anaconda, nota proprietaria di una casa editrice in declino, era stata trovata morta nella stanza del suo chalet di Saint Moritz.

Non aspettai altri dettagli: non mi occorrevano. Ciò che mi occorreva era vedere quanto prima la scena del delitto, capire chi fosse sulla scena del delitto.

Andare direttamente alla fonte e con precisione raccogliere tutti i dettagli. Un assassino, per quanto abile, è sempre impreciso.

Il crimine non è mai perfetto, perché è fondamentalmente un atto di istinto. In questo particolare caso, scoprii presto che in questa vicenda c’era ben più istintività di quanto pensassi.

Meglio così, perché io, Eric Keller, detective del dipartimento di Saint Moritz, Svizzera, sono il braccio armato della logica e andare a caccia di istinti impazziti è il mio mestiere.

Arrivammo allo chalet poco dopo le tre.

Eravamo io e due agenti: Franziska Kammer, giovane e brillante poliziotta con la passione per la matematica, e Natale Baronissi, da qualche anno arrivato dal sud Italia e persona semplice e solida.

Due tipi particolari, sicuramente, ma ci lavoravo bene e facevo in modo di averli sempre a disposizione durante i miei turni. E infatti anche quella sera erano con me: Eric Keller non lascia mai nulla al caso.

Ci accolse un uomo grande e biondo, che si qualificò subito come l’avvocato della ormai defunta signora Anaconda. Aveva il viso tirato, probabilmente per essere stato buttato giù dal letto a quell’ora improba ed essere accorso in fretta e furia, più che per dolore nei confronti della perdita della sua datrice di lavoro.

La voce infatti, notò Keller, non aveva esitato nel pronunciare la parola defunta e l’occhio stanco appariva del tutto indifferente, anzi, forse non era privo nemmeno di un certo divertimento.

Non ho mai amato troppo gli avvocati, tuttavia ho sempre apprezzato la loro capacità di tenere i nervi saldi al momento giusto.

L’avvocato Heide (così si chiamava) ci fece un breve resoconto della situazione: in quel momento in casa oltre a noi e alla defunta c’erano altri quattro ospiti. Tutti e quattro vivi, aggiunse con ironia.

Erano amici e collaboratori di Valentina Anaconda, legati a lei sia in termini di vita privata che al contesto della casa editrice.

Storsi il naso: non era mai un buon segno quando il proprio privato si incrociava troppo profondamente con il lavoro. Troppi interessi mescolati creano un mix niente affatto preciso e ordinato, ma confuso e spesso letale.

Entrammo in un salotto elegante, illuminato da una luce calda e accogliente, in stridente contrasto con l’aria dei quattro ospiti: tre donne e un uomo.

Due erano sedute sul divano, si somigliavano molto, madre e figlia probabilmente. La più anziana delle due sembrava distrutta, la giovane invece disperata, ma di una strana disperazione, quasi apatica.

La terza donna, aria tra l’indifferente e l’aggressivo, era in piedi e il suo sguardo feroce era puntato sull’uomo dall’aria confusa: impossibile non riconoscerlo, era il ritratto un po’ invecchiato del volto che si vedeva in tutti i risvolti di copertina de “Il peso della cenere”, Etienne Priss.

Mi era piaciuto parecchio quel libro, orami di vent’anni fa. Tuttavia una bella lettura non avrebbe salvato il signor Priss dal braccio della giustizia, nell’eventualità di una colpevolezza.

Kammer e Baronissi si occuparono subito di prendere le generalità, io mi limitai ad osservare.

Osservare e raccogliere dettagli, con precisione.

“Bene, signori. Temo ora dovrete seguirci alla stazione di polizia.” dissi freddo e inesorabile una volta che le procedure furono finite.

Nessuno protestò, tutti si prepararono ad andare.

Passammo il resto della notte e tutta la giornata seguente a torchiare i sospetti.

Avremmo messo insieme tutti i pezzi, i cocci, le schegge: nessun frammento della storia, neanche il più piccolo ci sarebbe sfuggito.

Erano circa le sei di sera quando uscii dalla centrale per prendere una boccata d’aria e fumarmi una sigaretta, insieme a Franziska e Natale.

Il freddo era pungente ma rinvigorente.

“Direi che abbiamo il nostro colpevole.” disse Natale soddisfatto.

“Già. C’era da aspettarselo. Così tante donne e un solo uomo che, aggiungerei, ha fatto girare la testa a tutte. Chiaramente è un delitto passionale.” commentò con sfacciata professionalità la Kammer.

Io non dissi nulla.

Assaporavo la mia sigaretta in silenzio, pensando.

È destino ineluttabile che i figli uccidano le proprie figure genitoriali, per quanto amate, pur di spiccare il volo. Le nostre ali sono bagnate del sangue dei nostri padri e madri e questa volta non era andata diversamente.

Una madre, non biologica, non naturale, ma amata alla stessa maniera era stata uccisa dalla figlia.

Una madre già condannata. Eppure la figlia doveva compiere il gesto, doveva agire per affrancarsi.

Una figlia intenzionata a raggiungere la felicità con l’uomo amato e per questo, per se stessa, per il suo amore, per lui, pronta a sacrificare il suo baluardo, la donna che l’aveva scelta e sempre sostenuta.

Se Valentina Anaconda se non avesse annunciato di voler cambiare il testamento, probabilmente sarebbe morta tranquillamente nella sua costosa clinica svizzera, amorevolmente accompagnata da Dialta.

Ma non era andata così.

Il testamento modificato andava a cambiare non solo i destini di una casa editrice, ma anche quelli di un amore, quello della giovane Emiliya per Etienne. I destini, i progetti, le fantasie che quella ragazza aveva costantemente accarezzato tra le braccia dell’amante o sola, segretamente. La casa in Provenza, una vita idilliaca, viaggi e cene romantiche senza fine, il tutto probabilmente pagato con la vendita a caro prezzo delle quote ereditate a Dialta o con qualche altro sistema per fare fruttare.

Quella sera Emiliya doveva aver visto tutti questi sogni andare in pezzi, distrutti dalla donna che aveva sempre visto come una seconda madre, da cui aveva ricevuto solo sostegno e incoraggiamenti.

Era stato lo scontro di due sogni: il primo di una donna al crepuscolo desiderosa di veder rinascere il progetto della sua vita; il secondo di una giovane ansiosa di vivere, di amare e di costruire il suo futuro.

E anche questa volta la figlia aveva bagnato le sue ali nel sangue della madre per potere spiccare il volo.

La sigaretta finì, gettai il mozzicone e feci per rientrare.

“Anche questa volta abbiamo risolto il caso.” dissi aprendo la porta a Fanziska e Natale.

Anche questa volta avevo fatto il mio dovere.

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Carlo Daffonchio

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