Sentinella – 23 dicembre

La chiesa si ergeva imponente e solenne nella piazza silenziosa.

Guardava la gente passare, infreddolita, assorta sotto i coni di luce bianca dei lampioni. Nella sera osservava quelle vite passarle accanto veloci e scomparire d’un tratto nella quiete delle stradine strette.

Tutto taceva, del silenzio che precede l’attività, la luce, il rumore. Sapeva, lei, che quella notte era il preludio di un momento magico, e già la sospensione del tempo si avvertiva nel silenzio lento dell’oscurità decembrina.

La sua facciata si stagliava severa e bianca nel gelo e le pesanti porte sbarravano l’accesso ai rumori della città. Ma il suo interno si sarebbe illuminato presto, prestissimo, di ceri e mormorii, auguri sussurrati, speranze, preghiere. La nascita offre sempre un barlume di redenzione, una possibilità di rinnovo, un attimo di gioia. Lei osservava ogni anno, benigna, quella fiamma tremula negli occhi dei fedeli che accoglieva nel suo ventre tiepido, come una madre; quei sorrisi intimi attaccati agli angoli degli occhi e delle parole mormorate, condivise tra l’incenso e il silenzio denso con sconosciuti che per un’ora diventavano famiglia, tutti partecipi e testimoni della stessa nascita e della stessa speranza.

Sentinella immobile attendeva di vedere, la sera seguente, la piccola piazza racchiusa tra i palazzi del centro, oasi di quiete tra le luci turbinanti di via Torino, riempirsi di persone e famiglie e anziani. Poco significavano per lei gli affanni di quelle vite fragili e lievi, scintille nella sua lunga, immota esistenza. Eppure, in quella notte tutte quelle esistenze la sfioravano per un attimo: nelle sue sale, tra le sue colonne, innumerevoli mani sfioravano le sue pietre e voci riempivano la sua volta.

Sant’Alessandro vegliava, e attendeva. I muri occhieggiavano le panche vuote e l’aria immota, le statue i cui occhi sereni fissavano il nulla: ancora poche ore e forse avrebbe visto, in un angolo durante la messa, un ragazzo accanto alla famiglia guardare in alto, verso la sua volta scura, e avrebbe riconosciuto in lui lo studente di lingue che ogni tanto veniva a godere del suo silenzio tra una lezione e l’altra, a curiosare tra le sue pieghe di pietra e cera. Avrebbe scorto nella folla delle prime panche una donna dall’aria stanca ma serena, appoggiata al braccio della madre come a cercare sostegno e forza, gli occhi volti all’altare, una timida forza a illuminarli. La donna con la pelliccia bianca al fianco della madre fragile e della sorella avrebbe avuto il sorriso di chi è finalmente tornato a casa dopo tanto tempo e il signore silenzioso di fianco alla ragazza incinta come ogni anno si sarebbe distratto ad osservare le luci tremolanti delle candele e sarebbe stato sgridato dalla moglie; il genero avrebbe riso circondando le spalle della compagna che avrebbe guardato complice, la mano sul pancione, un’altra donna incinta, sulla quarantina, con gli occhi sfavillanti della gioia più pura che avesse mai illuminato le ombre della chiesa. I suoi santi avrebbero sorriso ai fedeli, a tutte quelle esistenze così diverse e lontane, racchiuse insieme in quel momento, rese all’improvviso gigantesche ed eterne dal mistero della nascita e della vita; per un momento ciascuno di loro sarebbe diventato una chiesa, forte e saggia, piena di vita e pazienza. Eterna.

Le campane di Sant’Alessandro ondeggiarono in un refolo di vento che disperse la nebbia milanese. La chiesa attendeva silente, vegliando.

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Claudia Campana

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