Un canto di Natale per Isidora

Una storia de “La ragazza del quadro”

Come ogni anno, il Natale era tornato ad Isidora.

Viandante preciso e puntuale, faceva la sua apparizione in città non appena sul calendario l’uggioso novembre cedeva il passo al fratello festoso, dicembre.

E tutta Isidora si adeguava come solo lei sapeva fare, con gioia e malinconia, mentre i ricordi delle feste passate vorticavano con il vento invernale fra le sue vie, tra le gambe della gente indaffarata ad organizzare il Natale presente e a pregustare le memorie future.

Quando, ancora una volta, ci si sarebbe trovati tutti assieme, in pochi o molti non importa, per ridere allegri, per brindare a chi non c’era più, per scambiarsi timidi sorrisi e regali, vuoi sinceri o di circostanza, per ripensare ai guai grandi e piccoli e soprattutto alle speranze.

Tutti già si immaginavano le strade notturne e vuote, da cui spiriti e fantasmi solitari avrebbero potuto osservare la calda magia delle finestre accese dei bei palazzi di Isidora.

Natale, con le sue promesse, era tornato in città.

Inconfondibile in impermeabile e cappello, Humphrey si faceva strada per le affollate vie del centro.

Con la destrezza e l’abilità consumata di chi conosce la città e i suoi abitanti, tagliava la folla avvolta in pesanti cappotti, piena di buste natalizie e pacchetti regalo. Nulla poteva trattenerlo quando c’era di mezzo un’indagine, per quanto informale.

Avevano bussato nel pomeriggio, subito dopo pranzo.

Erano i suoi vicini, Marco e Aisha. Lui professore liceale di chimica, lei traduttrice dall’arabo, erano, più che vicini, degli amici e soprattutto Humphrey doveva loro un buon numero di favori, per tutte le volte che aveva lasciato loro Alice, quando si trovava a dover fare i conti senza preavviso con gli orari rocamboleschi delle sue indagini.

I due si erano presentati con i volti piuttosto tirati e preoccupati.

Non c’era bisogno di essere un investigatore per capire che qualcosa non andava.

Humphrey li aveva fatti entrare e aveva chiesto subito del problema.

Il lavoro lo rendeva sempre reattivo.

In pratica qualche giorno prima era arrivata la madre di Aisha dal suo paese d’origine, per passare con loro le feste. Inoltre nell’ultimo periodo non era stata molto bene e dunque la coppia stava valutando l’ipotesi di farla trasferire definitivamente con loro, ad Isidora, per poterle meglio stare vicino.

Quella mattina, quando si erano alzati, non l’avevano trovata in casa.

Avevano paura che fosse uscita senza essere molto in sé, dato che normalmente non lo avrebbe fatto, conoscendo poco Isidora e la lingua.

Si erano subito messi a cercarla per tutta la città, senza successo.

Il passo successivo era stato rivolgersi ad Humphrey.

Avete un indizio, un’idea, anche minima? Magari anche solo una frase, una parola detta la sera prima che possa farci capire dove possa essere andata?” chiese Humphrey con voce efficiente. Un detective doveva sempre essere razionale.

I due ricordarono e raccontarono un po’ della sera precedente, cercando di riportare alla memoria i dettagli.

Effettivamente” disse Aisha mordicchiandosi il labbro, “ieri sera mama aveva detto qualcosa riguardo la Galleria e le luminarie, e che le era piaciuta moltissimo.”

Allora comincerò da lì.” La voce di Humphrey era determinata, quindi si fece più rassicurante “Si risolverà tutto, vedrete. La troverò oggi stesso.”

Humphrey si fermò per un attimo di fronte al maestoso ingresso della Galleria, meraviglioso capolavoro liberty che impreziosiva il cuore di Isidora e che sotto Natale conosceva il suo momento più fulgido.

La grande cupola in vetro e ferro era ricoperta da infinite luci natalizie, che la avvolgevano come una scintillante cascata di diamanti. E subito sotto un abete dagli aghi scuri e profondi, ammantato di luce calda e gioiosa, silenzioso ma compiaciuto spettatore degli infiniti passanti e dei loro pensieri.

Non poté fare a meno di pensare con malinconia a quanto Livia avesse sempre amato quell’atmosfera di festa, di come ogni anno cercasse di arredare casa loro con quante più luci possibile. Erano lucciole, a decine, calde, dorate e discrete, proprio come sua moglie. Spuntavano fra i libri nel salotto piccolo e accogliente, in cucina attorno alle credenze, oppure sopra il letto di Alice. Humphrey si sentiva sempre protetto da quei piccoli frammenti gialli, capaci di tenere fuori il mondo e le sue preoccupazioni, di offrire a lui e alla loro bambina un luogo amato e sicuro, da chiamare casa. Questo era il potere di Livia.

Gli sembrava quasi di vederla tra la folla, l’inconfondibile cappotto di lana verde e viola di lei fianco a fianco con il suo impermeabile già allora vecchio, ma sempre affidabile. Erano lì, alla Galleria, insieme, alla ricerca dei regali e ridevano continuamente, perché continuamente urtavano tutti, Livia tenendo lo sguardo verso l’alto per catturare luci e atmosfere, mentre lui, Humphrey, l’investigatore duro e malinconico, non guardava che lei, pieno di felicità.

Un urto e il rumore di pacchi che cadevano a terra lo ridestò improvvisamente dai ricordi. Senza nemmeno rendersene conto aveva iniziato a percorrere la Galleria, inseguendo quella dolce memoria perduta e aveva urtato, questa volta solo, un uomo carico di doni natalizi.

Mi scusi tantissimo, non so dove ho la testa…” si affrettò subito a dire, chinandosi a raccogliere ciò che aveva fatto cadere.

Non si preoccupi.” rispose l’altro con voce gentile e antica.

Alzandosi a restituire i pacchi Humphrey non poté fare a meno di osservarlo con stupore.

Era un uomo non molto alto, dai penetranti occhi grigi e dai capelli castani e mossi, un’acconciatura quasi romantica. Indossava un singolarissimo completo dall’aspetto d’altri tempi, il cui colore ricordava ad Humphrey quello di bianche candele natalizie. In testa portava un cilindro d’un grigio fuligginoso e all’occhiello della giacca ostentava un brillante rametto d’agrifoglio.

Non avrebbe saputo definirne l’età.

È stato molto gentile a raccogliere le mie cose.”

Ci mancherebbe davvero. Spero di non aver rotto nulla dei suoi regali.”

Oh, questi… Non si preoccupi, nulla di fragile, dei semplici pensieri e ricordi natalizi.” Lo sconosciuto sorrise in maniera enigmatica.

Già, star dietro ai regali per tutti non è mai facile.” rispose abbastanza casualmente Humphrey, cercando di riassestarsi un attimo mentalmente.

Si tende a perdersi spesso nei pensieri, vero? Se ne seguono i fili, per ricordarsi di tutti. Si torna indietro, al passato, per ricordare il regalo giusto. Eppure, talvolta, quello che si trova è altro. La memoria può portarci in luoghi inaspettati, vero? Soprattutto a Natale…” disse l’uomo, cortese ma sempre molto enigmatico.

Humphrey rimase davvero colpito dalle parole dell’uomo, che gli riportarono alla mente il ricordo passato che lo aveva portato a scontrarsi con lui. Tuttavia ora doveva concentrarsi sul suo obiettivo, su ciò che doveva fare, sul ritrovare la madre di Aisha.

Concentrati sul presente, sul presente” disse Humphrey a se stesso, involontariamente ad alta voce, e lo sconosciuto sentì perfettamente.

Assolutamente, amico mio. Direi che è prioritario. E se posso permettermi, credo che alla profumeria appena fuori dalla Galleria potrebbero esserle d’aiuto.” disse l’uomo elegante, facendo per riavviarsi.

Cosa… Ma che… Come…” Humphrey era esterrefatto.

Questo incontro è già passato, non si faccia domande. Ma ne serbi il ricordo, Humphrey.” Lo sconosciuto si perse quasi con uno svolazzo fra la folla, scomparendo fra la variopinta moltitudine umana.

Humprey, completamente stordito, si mosse lentamente, quasi fosse un sonnambulo. Sentiva la sua testa come ovattata. Urtando continuamente di striscio le persone che popolavano la Galleria riuscì faticosamente a uscirne e a raggiungere la profumeria.

Quest’ultima era chiusa e lo sembrava da un po’, vista la grande vetrina completamente oscurata.

Humphrey non imprecò nemmeno. Si specchiò semplicemente nella vetrina scura, vedendosi solo, stretto nel suo impermeabile, unica sua difesa contro il mondo da quando le calde luci di Livia si erano spente.

Un uomo solo, un investigatore solo, pieno di memoria passate, ma senza uno straccio di indizio su dove orientare la sua bussola nel presente.

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