Era il 16 dicembre 2014 quando l’ultimo episodio di Black Mirror (prima dell’era Netflix s’intende) venne mandato in onda in Gran Bretagna, e un finale col botto così da manuale raramente si era visto prima in una serie tv.

Gli appassionati di Black Mirror erano già stati abituati dalle sei puntate precedenti a mettere sempre in discussione tutto ciò che gli veniva mostrato e ad aspettarsi sempre qualche svolta imprevista e stupefacente nella trama ma, con White Christmas, gli standard della serie sono stati alzati fino a raggiungere livelli altissimi.

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L’episodio si apre con Matt (Jon Hamm) e Joe Potter (Rafe Spall) riuniti intorno alla tavola di una casa sperduta per condividere il pranzo di Natale. Da una premessa tanto banale quale lo scambiarsi storie sulla propria vita mentre si pranza con un collega si aprono mondi sinistri e complicati, costruiti da diversi strati, da bugie ma soprattutto da moralità dubbie, che danno allo spettatore la sensazione di non potersi schierare, di non poter parteggiare per nessuno.

Il filo rosso del rapporto fra uomo e tecnologia, che lega tutte le puntate di Black Mirror, qui si manifesta in due vesti: da un lato abbiamo i cookie, una sviluppata forma d’intelligenza artificiale, mentre, dall’altro, un apparecchio che può essere impiantato negli occhi di ogni persona e permette di controllare le proprie relazioni, fino ad arrivare a bloccare definitivamente dalla propria vita chi ci troviamo davanti.

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La storia, divisa in capitoli, ognuno più spaventoso e angosciante del precedente, procede svelando le tappe che hanno portato i due uomini a trovarsi insieme nella baita causando nello spettatore un turbine di emozioni difficilmente comprensibili ed esprimibili con parole compiute.

Dalla tenerezza allo stupore, dall’orrore alla tristezza, fino ad arrivare alla compassione più profonda, l’episodio non lascia neanche un minuto per respirare e ragionare su ciò che si sta guardando.

Ma, in perfetto stile Black Mirror, dà una tale quantità di spunti sul mondo in cui viviamo e sul modo in cui ci rapportiamo con gli altri da far scoppiare la testa, nel senso migliore del termine!
Il crescendo della narrazione è supportato perfettamente da un montaggio che segue il ritmo sempre più veloce delle rivelazioni e, di conseguenza, il proporzionale aumento della portata emotiva della storia, per esplodere poi nel finale in cui immagini e suoni si ripetono aumentando sempre più d’intensità per arrivare quasi a cancellare la capacità di pensiero.

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Alcuni hanno criticato la puntata, adducendo motivazioni quali le poche spiegazioni legate all’uso delle tecnologie introdotte nell’episodio, ma, a mio avviso, tutte queste elucubrazioni possono essere messe in secondo piano: infatti White Christmas, come tutto il resto di Black Mirror, è sì pensato per far ragionare sulla situazione attuale del nostro rapporto con la tecnologia, ma, prima di tutto, va vissuto con il cuore e con la pancia, va assaporato perché racconta storie di uomini e donne soli e pieni di difetti e lo fa con un’intelligenza e un’originalità inesistenti nella maggior parte degli show attuali, tali da rendere ogni momento di disperazione valido fino in fondo.

Quindi godetevi White Christmas e poi fate un giro di abbracci a tutta la famiglia. Ne sentirete il bisogno, fidatevi.

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