Care lettrici e cari lettori, per dicembre Roa vi propone una serie di racconti che si inseriscono tutti entro la cornice di una Milano natalizia, la stessa città che alcuni di voi osservano uscendo di casa per andare all’università o al lavoro. I vari personaggi, come in ogni città che si rispetti, potranno anche incrociarsi, incontrarsi, talvolta persino conoscersi! Non vi resta che leggere, dunque, e accogliere la sfida che vi proponiamo: riuscite a capire quando e quali personaggi si incontrano?

 

Era il primo dicembre ed era il mio giorno libero, decisi di andare a fare un po’ di acquisti per Natale. C’erano già in città i primi mercatini e le strade erano addobbate a festa: avrei comprato dei regali per i miei colleghi di lavoro e per qualche amico, e anche per mia sorella e mia madre, che non vedevo da anni, ma con cui mi tenevo in contatto per le festività.
Tornata a casa vidi in segreteria una chiamata persa, un numero di Milano. Era mia sorella, diceva: “Devi tornare Claire, la mamma sta male e ha bisogno di te”.

Tanto tempo prima, a 18 anni, in piena crisi esistenziale, avevo deciso di andarmene. Non avevo una meta precisa, ma sapevo che la casa dei miei genitori e di mia sorella non poteva più essere anche la mia. Così mi feci coraggio, mi dissi: “Devi farcela! Devi stare in piedi!”. Trovai un lavoro in un negozio e un piccolo appartamento vicino alla stazione.
La notte amavo sconosciuti e sconosciute perché il mio letto si sentisse meno solo.

Una mattina mi svegliai e vidi le occhiaie giallastre che contornavano i miei occhi e la mia pelle ruvida come cartapesta, la pelle di una persona che invecchiava sola. Quella stessa mattina, poi, la chiamata inaspettata, e anche se era passato del tempo e avevo ormai quarant’anni, finalmente potevo tornare a casa.
Atterrai a Linate all’alba di qualche giorno dopo; la città era in festa, le luminarie in ogni via. Milano, la città della mia infanzia.
Finalmente rividi il palazzo di casa mia, un caseggiato anni ’40 in pieno centro, mattoni a vista, bello, esattamente come me lo ricordavo.
Citofonai e sentii dall’altra parte la voce di mia sorella. Sembrava ancora la quindicenne che avevo lasciato.

Salendo le scale ricordai di quando ci rincorrevamo, facevamo a gara a chi scendeva prima e che quando arrivavamo al portone urlavo: “Primo!” e lei urlava: “Prima!”.
Ricordai di quando entrambi ci vestivamo con i vestiti di nostra madre e puntualmente venivo sgridato, perché un bambino non si deve vestire con abiti femminili.

Giochi che a distanza di anni diventano grandi ricordi.
Belli gli anni in cui non sai niente di te, quando si litiga perché ci si ruba i vestiti, ma poi il tempo ci cambia, scopriamo noi stessi e ci vergogniamo.
E pensiamo: potrà mai accettarmi?
E allora, prima ancora di sapere, ci rispondiamo da soli, prendiamo la porta di casa e partiamo.
Lasciando un biglietto di poche parole che per chi si sveglierà, e non ti troverà nel letto, saranno le uniche a cui potrà aggrapparsi.
E i genitori iniziano a pensare dove abbiano sbagliato, cosa sia successo, pensano che tornerai presto, che sei ancora un bambino che sì, forse sono stati severi, ma non più di altri genitori e che in fondo non ce l’avevano con te, che non volevano correggerti ma solo proteggerti.
Ma tu non lo sai.

Mentre salivo le scale quindi, a fatica, perché il mio tacco 12 non era certo la scarpa adatta, pensai a come avrebbero reagito vedendomi così, anni dopo, sicuramente diversa dal ragazzino che era scappato.

Una bambina, appena uscita di casa, mi guardò, trafelata nella mia pelliccia bianca e paonazza, con il trucco che era un po’ colato per via del sudore.
Mi sorrise. Feci un sospiro. Non capita tutti i giorni di tornare a casa, a distanza di anni.
Completamente cambiati, ma sempre divisi tra ciò che si era e ciò che si è, sempre con la stessa, antica paura di non essere accettati.

Aspettavo.
Il mio cuore all’impazzata davanti all’appartamento.
Mia sorella davanti alla porta: “Finalmente sei a casa”.
Un abbraccio e una frase: “Ti trovo bene, stai bene”.
Un altro abbraccio, non capisco, nervosa, un formicolio alle mani.
Mi aggiusto i capelli prima di entrare in stanza. Mia sorella sorride e piange, non vuole che io lo noti.
Sospiro.
E poi, mia madre, la penombra della stanza, la morte nel letto.
Una voce di donna calda, che mi chiede di tenerle la mano, che dopo anni mi perdona e dice:
“Claire questo è il più bel regalo di Natale che potessi farmi”.
Sorrido.

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