Cari lettori, questo racconto fa parte del secondo ciclo della Storia Infinita. Ma cos’è, poi, questa Storia Infinita? Essenzialmente, è un lavoro svolto a più mani da tutta la redazione, un racconto senza una direzione predefinita, in cui la fantasia di ogni scrittore può andare a briglia sciolta. Ogni settimana, un membro della redazione inventa un nuovo pezzo della storia, agganciandosi a ciò che è già stato scritto dai compagni, ma prendendo qualunque direzione egli desideri. Perciò, se troverete strani mutamenti nella trama, se spunteranno alieni o zombie all’improvviso, se i personaggi diventeranno da biondi, bruni o viceversa, niente paura: questa è la sfida. Osare, sperimentare, inventare. E creare, scendendo a patti con gli altri colleghi, qualcosa che nessun autore, da solo, avrebbe mai potuto fare: una Storia Infinita. Buona lettura, allora! E che possiate scoprire e percorrere insieme a noi questo nuovo, misterioso sentiero.

Nella caverna buia e piena di echi risuonavano ora i passi di Rhett. Il ragazzino si muoveva irrequieto e con una luce sinistra negli occhi troppo vecchi per la sua età.

“Rothar, Rhett mi fa paura. Sei sicuro che voglia aiutarci?” sussurrò Sofia tirando la manica del vecchio giocattolaio.

L’uomo si chinò verso di lei, l’espressione solenne, ma gli occhi malinconici: “Sì Sofia, ci aiuterà. E chissà, forse alla fine saremo noi a fare qualcosa di buono per lui. Sai, fino a qualche tempo fa Rhett era un bambino pieno di gioia e calore, amato da tutti. Ma poi Elvira gli ha tolto qualcosa di molto importante. E lui è cambiato.”

Rothar si raddrizzò e di colpo sembrò a Sofia un gigante, buono, eterno e saggio. “Ma siete giovani, mia piccola bambina. Cambierete ancora, tante e tante volte.”

Sofia si volse verso il ragazzino che ora era accucciato in un angolo oscuro e bisbigliava con qualcuno nell’ombra; un movimento attirò la sua attenzione, e la bimba scorse per un attimo la luce riflettersi in occhio di vetro: le vennero i brividi. Mentre osservava il terreno umido ai suoi piedi, un pensiero le balenò nella mente e mise radici profonde. Più ci pensava, più sapeva di aver ragione.

“Elvira è cattiva perché è troppo triste, Rhett è cattivo perché è troppo triste…tu sei sempre triste.” Il sussurro le uscì dalla bocca prima ancora che se ne rendesse pienamente conto. “Qui tutti sono sempre tristi. Parlate di dover aggiustare le cose per noi bambini, ma quelli danneggiati siete voi.” Guardò intristita il vecchio canuto al suo fianco: “È perché siete adulti?”

Rothar la guardò per un lungo momento. “È perché siamo soli.” Le fece un sorriso enigmatico e si voltò verso Rhett, che veniva verso di loro. Gli occhi del ragazzo erano tutti sbagliati, pensò Sofia: nelle pupille chiare si annidava una luce feroce che stonava con il sorriso bianchissimo. Poi lo osservò meglio, e le sembrò che Rhett assomigliasse in realtà a un animale selvatico, che mordeva e attaccava dopo essere stato imprigionato. Si chiese quale fosse la sua storia.

Intanto il ragazzino le si era fermato al fianco, e la osservava con quei suoi occhi folli. “Mia piccola Sofia, hai detto che vuoi sconfiggere Elvira! Bene, noi ti aiuteremo. E quando la strega sarà morta potrò finalmente tornare alla Fontana Dolce e aggiustare i giocattoli danneggiati. Torneranno felici e non saranno più lasciati soli senza nessuno che si prenda cura di loro!” Il suo sorriso si allargò. “Dimmi, piccola Sofia, qual è il tuo piano?”

La bambina lo guardò bene e poi alzò il mento decisa: “E chi vuole ucciderla? Elvira non era cattiva all’inizio. È solo danneggiata, come voi! Magari puoi riparare anche lei alla Fontana Dolce insieme ai giocattoli!”

Mentre l’ascoltava l’espressione di Rhett si era fatta via via più scura: ora il ragazzino si ergeva minaccioso su di lei con il viso contorto dall’ira. “Non ucciderla? Stupida bambina, Elvira mi ha condannato alla fuga e alla solitudine! Non si fermerà mai, mai, finché non avrà ottenuto ciò che vuole, e che io sia dannato se le permetterò di ottenerlo. Se mi ha tolto la felicità, io farò di tutto per impedire la sua.” Allungò il braccio come per afferrare Sofia, ma prima che potesse raggiungerla una voce risuonò alle sue spalle: “E cosa vuole Elvira, Rhett? Te lo sei mai chiesto? Chiedilo a questa bambina, e ascolta cosa ha da dire prima di fare qualcosa di cui poi ti pentirai.”

Un’ombra si delineò nell’angolo buio in cui Sofia aveva scorto il bagliore di un occhio e l’aria sembrò fermarsi.

Con l’imbottitura ormai quasi inesistente e un orecchio che penzolava attaccato solo per pochi punti, un grosso orso di pezza emerse dall’oscurità. Inciampando, barcollando sulle zampe storte e tozze, giunse di fronte a Sofia. La luce si rifletteva nell’unico occhio di vetro, illuminandone le profondità offuscate.

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