Cari lettori, questo racconto fa parte del secondo ciclo della Storia Infinita. Ma cos’è, poi, questa Storia Infinita? Essenzialmente, è un lavoro svolto a più mani da tutta la redazione, un racconto senza una direzione predefinita, in cui la fantasia di ogni scrittore può andare a briglia sciolta. Ogni settimana, un membro della redazione inventa un nuovo pezzo della storia, agganciandosi a ciò che è già stato scritto dai compagni, ma prendendo qualunque direzione egli desideri. Perciò, se troverete strani mutamenti nella trama, se spunteranno alieni o zombie all’improvviso, se i personaggi diventeranno da biondi, bruni o viceversa, niente paura: questa è la sfida. Osare, sperimentare, inventare. E creare, scendendo a patti con gli altri colleghi, qualcosa che nessun autore, da solo, avrebbe mai potuto fare: una Storia Infinita. Buona lettura, allora! E che possiate scoprire e percorrere insieme a noi questo nuovo, misterioso sentiero.

La discesa, per Sofia, durò un tempo infinito. Le urla si erano acquietate, e una luce fioca proveniva da un punto lontano, alla fine della scalinata di pietra; debole e bluastra, faceva crescere dentro Sofia un’ansia profonda, che le si insinuava tra le ossa.

Oltre l’ultimo gradino stava una caverna di pietra nera, lugubre e umida. In fondo, nella penombra, una figura scura sedeva su un trono di pietra.

Rothar e Sofia si avvicinarono lentamente e, quando furono ai piedi del trono, la bambina non riuscì a trattenere un gridolino di sorpresa: seduto e avvolto da un lungo mantello grigio, stava un ragazzino col viso sporco di fuliggine.

“Rothar”, esclamò, e la sua voce giovane rimbombò per le pareti di pietra, tramutandosi, verso il fondo della caverna e su per le scalinate, in un suono roco e terribile.

“Chi è questa?”, sibilò, sporgendosi sul trono verso Sofia, con aria diffidente.

“Lei è con me, ti puoi fidare”, lo tranquillizzò il vecchio, “Anzi, siamo venuti da te perché…”, ma si interruppe, perché il ragazzino aveva iniziato a canticchiare, facendogli cenno di tacere e tenendo gli occhi fissi sulla bambina.

“Sai chi sono io?”, le chiese.

Sofia scosse il capo.

“Sono Rhett, il re dei reietti!”, scoppiò a ridere fragorosamente, rivelando due buchi nella dentatura e indicando la caverna.

“Ma io non vedo proprio nessuno”, bisbigliò la bambina timidamente.

Subito il ragazzino interruppe la risata. Socchiuse gli occhi, guardando Sofia, e poi schioccò le dita.

Dagli anfratti della caverna fuoriuscì uno stuolo di giocattoli, che si mosse in branco verso la bimba e il vecchio. Erano tutti rovinati: privi di braccia o di gambe, a volte di occhi, e con i vestiti squarciati. Rimasero immobili per un momento, e poi iniziarono a gridare.

Voglio giocare! Chi gioca con me? Gioca con me, gioca con me, dai!”, le loro voci erano assordanti. Sofia strinse più forte la mano di Rothar, finché il vecchio, imponente, non tuonò: “Basta!”.

Il suo urlo rimbombò tra le pareti della caverna, facendola piombare nel silenzio.

“Rhett”, si rivolse al ragazzino sul trono, “Racconta a Sofia perché vivi qui con questi giocattoli”.

Lui si tirò su con aria svogliata, ma poi un lampo rabbioso gli attraversò il volto: “Non posso più ripararli. Quella stregaccia maledetta ci ha chiuso l’accesso alla Fontana Dolce al centro del Bosco Ombroso. Guardateli”, con un ampio gesto indicò il suo esercito, “Sono brutti e disperati. Ed è tutta colpa di…”.

“Elvira?”, lo interruppe Sofia.

Rhett la guardò sorpreso, annuendo.

“Noi stiamo cercando un modo di sconfiggerla”, continuò la bambina, “Vuoi darci una mano?”.

Il ragazzino si liberò del mantello con un movimento fluido, e balzò in piedi sul trono.

“Sconfiggerla?”, scoppiò in una risata sguaiata, “La distruggiamo”.

Annunci