Era ormai notte fonda quando rientrò nell’appartamento.

Il rumore della chiave risuonò secco nella grande casa piena di scatoloni e non ancora ammobiliata, fatta eccezione per un bagno, il letto, una cornice vuota, un paio di sedie e il lungo tavolo in marmo che dominava quella che sarebbe stata la grande sala da pranzo. Quest’ultima, ricoperta per tre lati da pareti di vetro, offriva la vista migliore dal ventinovesimo ed ultimo piano del grattacielo che stava ormai per vendere.

La porta si richiuse senza fare alcun rumore, accompagnata dalle sue attente e solerti mani.

Edmund non amava i rumori.

Si diresse silenzioso al tavolo, dove liberò le tasche con metodo: la custodia degli occhiali, il portafoglio, le chiavi, il pacchetto di sigarette erano quattro macchie su quella lunga superficie bianca e perfetta.

Quindi si mise ad attendere alla finestra, in piedi, osservando la sua città.

Non dovette aspettare molto.

Il visitatore era rumoroso, lo aveva sentito arrivare fin dall’atrio del palazzo.

Edmund non amava affatto i rumori.

Sentì il rumore metallico ed elettrico dell’ascensore risalire tutti e ventinove i piani.

Avrebbe dovuto farlo insonorizzare, memorizzò.

La porta si aprì e sbatte, mentre un passo pesante si faceva strada fino alla sala da pranzo.

Un’andatura sgraziata e rumorosa e un respiro affannato, opprimenti per le sue orecchie.

A Edmund i rumori provocavano molto dispiacere.

“Eccomi.” Disse il nuovo venuto con voce profonda e raschiante. Troppo fumo.

Quindi si sedette al tavolo di marmo e cominciò a giocherellare con gli oggetti posati sopra: altro rumore.

“Ho trovato tutte le informazioni che mi aveva chiesto.” disse il visitatore poggiando sul tavolo una grossa busta ocra sigillata. Il tonfo fu assordante.

Edmund annuì, in silenzio.

“Aspetto allora l’altra metà del mio pagamento. Stessa modalità della prima tranche.” La voce era arrogante e sicura di sé. “Comunque dovreste darmi di più. Con tutto questo cambio continuo di indirizzi. Sono passato pure dalla casa della sua amichetta l’altra volta. Pensavo di dover lasciare lì la roba. Ho trovato la casa praticamente vuota. Allora ho lasciato un segnale per la sua amichetta.”

“Non è la mia amichetta.” Commentò assente Edmund, gli occhi puntanti su Isidora.

“Non le avevo dato il mio indirizzo.” Una voce femminile risuonò gelida nella stanza: Margareta era entrata nella stanza, silenziosa ed eterea, eppure al tempo stesso altera e magnetica.

“Ahh, dottoressa Varga.” la salutò l’uomo, sguaiato. Non si alzò. “Lo so bene che non me lo avete lasciato. Ma sapete com’è, uno prende le sue precauzioni nel mio mestiere. Avreste dovuto ricontattarmi prima.”

“Non avreste dovuto prendere iniziative. Ci potreste aver esposto.” ribatté lei sempre più tagliente.

“Io prendo tutte le iniziative che voglio, dottoressa Varga.” rispose l’uomo duro “Ora voglio parlare con il capo qui, dobbiamo trattare.” Si girò verso Edmund, dando le spalle a Margareta. “La sua amichetta ungherese si scalda troppo, dobbiamo trattare fra uomini.”

Tutto accadde rapidamente. E rumorosamente.

La testa del visitatore era fra le mani di Margareta, sbattuta con energia sulla superficie di marmo, il rumore orrendo di un cranio spaccato e di una vita che si rompe per sempre. Non sapeva da dove fosse arrivata tutta quella forza, quella rabbia, ma era arrivata e lei l’aveva usata. L’aveva usata per distruggere qualcosa che l’aveva ferita, qualcosa che la minacciava. Tempo fa si era ripromessa che nessuno l’avrebbe più schiacciata.

Edmund odiava il rumore.

“Non dovresti lasciarti dominare così dalle emozioni. Non è da te, Margareta.” commentò Edmund assorto sulla città, quasi non fosse accaduto nulla alle sue spalle.

“Ho fatto solo ciò che andava fatto.” si difese lei con durezza.

Lo odiava, odiava quel suo costante sprezzante distacco per ogni cosa. Era ormai impossibile da eliminare quell’indifferenza maturata nei secoli che lo rendeva così assente, così distante. Lei aveva provato a scacciarla, in quella sera che sembrava una memoria così distante e perduta, fra le lenzuola di seta bianca. Ma non era servito a niente. Era solo riuscita a stracciare ancora una volta il velo delle sue illusioni.

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Prese la busta ocra, ora macchiata, e tirò fuori, fra i vari fogli, una fotografia, la fotografia di un quadro: Dama in azzurro con farfalle, Anonimo fiammingo, XVII secolo.

Quindi guardò gli altri fogli.

Erano fondamentalmente documentazione sparsa, che ricostruiva sommariamente i passaggi di proprietario e di locazione fatti dal quadro nel corso della sua storia.

“Per quanto rozzo, il nostro uomo ha fatto bene il suo lavoro.”

Edmund non disse nulla.

“E comunque il quadro della tua famiglia ha girato parecchio. L’ultima notizia a riguardo è l’acquisto da parte di un critico d’arte, Alessandro Della Volpe, parecchi anni fa. Poi non c’è più nulla. Pensavo voi aristocratici vi preoccupaste di tenere i vostri beni quanto più uniti possibile.” commentò Margareta leggendo le carte con interesse sempre maggiore. La rabbia era stata sostituita dalla curiosità, anch’essa vorace e titanica.

“Credo sia stata una decisione di mia moglie.” commentò lui, distante.

Margareta alzò il viso dalle carte, rimanendo pietrificata dallo stupore. Qualcosa si mosse dentro di lei. Non l’odio, ma qualcosa che covava sotto le ceneri dell’odio. Una moglie… Interrogativi irrazionali presero a infestarle la mente, era confusa, non era da lei. Raramente Edmund parlava dei ricordi che abitavano lo scuro abisso del suo passato.

“La amavi?” chiese lei di scatto.

“No. E non credo lei amasse me. Anzi.” rispose lui, voltandosi per la prima volta. “Ma avevamo dei doveri. Ed entrambi eravamo due persone ligie. Tuttavia non credo questo abbia minimamente aiutato. Mia madre ne soffrì molto.”

“Avete avuto figli?” domandò di nuovo Margareta, dominata da un istinto che non sapeva controllare.

“Sì, come ci aspettava che fosse. Il loro ricordo è sbiadito nella mia mente.”

Tacque un attimo, per poi aggiungere pensieroso “È strano come le persone che dovremmo conoscere meglio, la nostra carne e il nostro sangue, possano diventare per noi dei completi estranei.”

Margareta si chiese se i figli di Edmund fossero vissuti abbastanza da avere figli propri, se i rami della sua stirpe, forti, vivessero ancora o si fossero seccati prima del tempo, non lasciando che polvere ai posteri.

“La donna del quadro è tua moglie?”

“Mia madre.”

“Era una donna bellissima.”

Lui si volse verso la grande vetrata, la voce ancora una volta distante e lontana.

“Era una donna nobile.”

Rimasero in silenzio per un tempo che parve eterno, Margareta al tavolo ed Edmund alla finestra.

Fuori, la notte. Le iridescenti luci di Isidora brillavano sotto di loro, come opali nel buio.

Da quando Edmund era fuggito la città era cambiata, profondamente e dolorosamente segnata dallo scorrere del tempo, dai grandi eventi come da quelli apparentemente più insignificanti. Edmund la osservava, ogni notte, cercando di comprendere quella città ora straniera ed estranea. E non riusciva a capire. Sembrava che Isidora lo rinnegasse, che si rifiutasse di parlargli, come una madre severa. Anche per questo Edmund voleva portare a termine la sua ricerca eterna, non voleva più sentirsi estraneo là dove, per quanto vi fosse mancato per molto tempo, riteneva fosse la sua vera casa, Isidora.

 “Siamo vicini, Margareta, siamo vicini.” La voce di Edmund tremava per l’emozione. Era vicino a ciò che bramava da tanto, troppo tempo. Incredibilmente vicino. Ancora una volta Margareta capì che per lui non c’era che un obiettivo e che tutto ciò che stava attorno a lui non era che un mero strumento per raggiungerlo, anche lei, lei più di tutto il resto.

“Sì, Edmund, siamo vicini.” disse Margareta, alzandosi e andando a fianco a lui, di fronte alla città notturna.

Anche lei era vicina a ciò che desiderava e non se lo sarebbe lasciato sfuggire. E nessuno avrebbe più osato infliggerle dolore.

 

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