HISTORIAE MONGOLARUM: DIARIO DI VIAGGIO NEL PAESE DI CHINGIIS KHAAN

Durante un triste e alquanto grigio pomeriggio milanese la mia mente viaggiava lontano tra mari inesplorati e paesaggi ancora da scoprire. Un raptus improvviso mi costrinse a prendere tra le mani un atlante: “dove potrei andare?”

Sfogliai dunque le pagine alla ricerca di un posto lontano da tutto quello che mi circondava, un luogo che mi facesse dimenticare la vita frenetica e stressante da studentessa di infermieristica con turni infiniti in ospedale. Le mie dita, senza che me ne accorgessi, si soffermarono nel lontano Oriente: la Mongolia.

Mongolia? Cosa c’è in Mongolia?”

Fu proprio il fatto di non riuscire a rispondere a questa semplice domanda che mi portò a scegliere questo misterioso Stato come meta della mia vacanza estiva.

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Durata del viaggio: 13 giorni

Tour Operator: Iperboreus

Compagni di viaggio: una coppia di avventurieri girovaghi; l’affidabile e insostituibile guida Ikhbayar (per gli amici italiani Martino); l’abilissimo autista Jaga (abbreviazione di un nome troppo lungo e complicato per essere scritto), grande e grosso come un ci immaginiamo un mongolo debba essere, ma con un viso talmente dolce e bonario che gli è valso il nome di Gigante-Buono; e infine Giulia la mia amatissima amica di sempre che “ho costretto” ad accompagnarmi in questa avventura.

DAY 1- “La qualità di una persona si rivela diventandone amico, quella di un cavallo cavalcandolo.” Proverbio mongolo

Per equipaggiarmi nel modo migliore mi sono servita delle “antiche scritture” (guida della Mongolia della Polaris) per cercare di estrapolare qualche informazione sul clima e per creare la valigia perfetta. Essendo la Mongolia un Paese sterminato, racchiude in sé tutti i tipi di clima, e non è facile partire con una valigia di dimensioni accettabili… Entusiasta del risultato e determinata più che mai, sono finalmente partita per il lontano Oriente. Ma arrivata a destinazione e uscita, finalmente, dall’aeroporto…”si muore di freddo!!”
Senza perdermi d’animo mi sono preparata a conoscere le mie guide: Jaga era il nostro autista e mi apparve immenso, robusto, con la pelle abbronzata, i capelli brizzolati, esattamente come immaginavo dovesse essere un mongolo, ma con un sorriso che rendeva la sua faccia luminosa e un animo tranquillo e bonario. Ikhbayar, la guida, era un uomo sulla trentina molto più minuto che ho associato subito ad una mangusta, sempre attento a supervisionare ogni nostra mossa e a controllare che non ci mancasse niente.

 

Così, dopo le presentazioni, siamo saliti subito sul nostro inarrestabile 4×4 e abbiamo lasciato la capitale per raggiungere il Parco Nazionale dell’Hustaii. Esiste un’unica strada asfaltata in Mongolia, che collega la capitale con una delle principali città. Le altre sono tutte sterrate, motivo per cui i motociclisti di tutto il mondo impazziscono di gioia nel partecipare ai famosi Motorally: hanno a disposizione un intero Paese di piste su cui correre.

Sin dai primi chilometri mi ha colpito l’immensità di questo paese: non posso esprimere a parole le sensazioni che ho provato stando là, in mezzo al nulla, circondata da quelle distese infinite di steppa. Il contrasto tra un cielo azzurro infinito e la macchia di verde sotto di lui, altrettanto immensa, ha reso quel viaggio un’esperienza magica e liberatoria.

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Parco Nazionale dell’Hustaii

Istituito negli anni ‘90 per proteggere i famosi cavalli selvatici Takhii (Prewalski) e l’habitat nel quale vivono. Consigliabile andare la mattina presto o il pomeriggio tardi se si vogliono avvistare questi animali quasi leggendari perché nelle ore calde tendono a salire di quota alla ricerca di un clima più fresco.

La giornata si è conclusa raggiungendo il primo campo gher dove abbiamo sostato per la notte. Le gher sono le tende dei nomadi, erette attorno ad un grande palo di legno e molto confortevoli.

La Mongolia non è posto per persone troppo raffinate o che hanno in mente una vacanza di lusso con determinati comforts: le docce sono in comune e si dorme in tende che, sebbene siano molto suggestive, pulite e di gran fascino, sono pur sempre delle tende illuminate solo da una lampadina da pochi led (che consiglio vivamente di lasciare spenta se non si vuole dormire assieme ad una incredibile varietà di insetti). Lascio supporre alla fantasia del lettore come è stato per due ragazze milanesi dormire per la prima volta in una gher in piena balia della fauna mongola.

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DAY 2- “Se bevi l’acqua di una terra straniera devi berne anche le tradizioni.” Proverbio mongolo

Dopo una fantastica colazione a base di zuppa di riso al latte, involtini al vapore di carne, bacon e salsiccia (non temete, i buffet prevedono anche cibi più “europei”… ma preparatevi: le porzioni dei piatti mongoli, che hanno come protagonisti indiscussi la carne, il riso e i noodles, sono a dir poco enormi) siamo partiti in direzione sud-ovest verso il Middle-Gobi.

Durante il viaggio ci siamo fermati per una visita al piccolo monastero di Uvgun Khiid situato nella Riserva Naturale Khogno Khan. Una tradizione mongola da conoscere e da seguire sempre: entrando nei monasteri o nelle gher non bisogna mai calpestare lo stipite della porta perché porta sfortuna e nei luoghi chiusi, specialmente nelle tende, si deve camminare sempre in senso orario (nel buddhismo la circumambulazione avviene sempre seguendo il corso apparente del sole, ovvero dando la destra al centro del cerchio e procedendo da Est a Sud e da Ovest a Nord, cioè in senso orario.)

Nel monastero mi ha colpito subito il forte odore di incenso e la varietà di nastri colorati che adornavano l’edificio: il colore blu rappresenta il cielo, il bianco l’aria e il vento, il giallo la terra e la natura, il rosso il fuoco e il verde l’acqua. Spesso questi nastri vengono portati con delle offerte vicino fiumi e montagne per pregare e onorare lo spirito che risiede e protegge quei luoghi.

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Nel tardo pomeriggio ci siamo avvicinati ai contrafforti della catena montuosa che nasconde le rovine dell’antico Monastero di Ongii, punto di sosta delle carovane che arrivavano o partivano per attraversare il Gobi e raggiungere il Taklamakan lungo la Via della Seta. Il paesaggio cominciava visibilmente a desertificarsi.

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DAY 3-“Meglio vedere una volta che ascoltare mille volte.” Proverbio mongolo

Finalmente, dopo metà giornata passata sul nostro fedele 4×4 a osservare dai finestrini un paesaggio sempre meno verde, abbiamo raggiunto il Deserto del Gobi. Scesi dal veicolo abbiamo incontrato quasi subito i cammelli, guardiani di questo immenso e affascinante deserto che, dopo una gentile e reverenziale carezza sul muso, ci hanno concesso il passaggio.

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Nel tardo pomeriggio abbiamo intrapreso un’escursione a Flaming Cliffs, per ammirare i colori che assumono queste straordinarie formazioni rocciose al tramonto e per esplorare la “farnesina dei dinosauri”, uno dei siti più famosi al mondo per ritrovamento di reperti fossili di dinosauro (l’impronta di dinosauro più grande al mondo fu trovata proprio qui, come anche uova di dinosauri ancora perfettamente intatte).

Il deserto suscita in me emozioni che pochi posti riescono a farmi provare, la pace e il silenzio che regnano sovrani sono la chiave per apprezzare fino in fondo la potenza e la bellezza della desolazione, ma anche della vita, di questi luoghi.

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DAY 4- “All’ospite si offrono sorrisi, non domande.” Proverbio mongolo

Ci siamo svegliati immersi nel buio con solo la luna ad illuminarci il cammino. Abbiamo scalato con non poca fatica un’immensa duna di sabbia per ammirare l’alba (se non si ha paura di strani esseri che posso vivere sotto la sabbia consiglio di camminare scalzi, la sensazione della sabbia fredda sotto i piedi rende tutto molto più speciale); era ora di abbandonare il deserto per dirigerci a Nord, verso le montagne. Siamo partiti di buon mattino per l’escursione nella valle di Yolyn, caratterizzata dalla presenza di uno stretto canyon sul fondo del quale si possono trovare, anche in piena estate, accumuli di neve e ghiaccio. Proseguimmo poi per Khongoryn Sand Dunes, attraversando luoghi selvaggi con paesaggi straordinari.

DAY 5- “Una capra ha la stessa voglia di vivere di un uomo.” Proverbio mongolo

Il quinto giorno è stato occupato da un lungo tragitto in macchina durante il quale ci siamo fermati a visitare le rovine dei monasteri distrutti negli anni ’30 dai Soviet.

Abbiamo pranzato presso una famiglia nomade (il 60% della popolazione è tuttora nomade): i mongoli sono molto famosi per la loro ospitalità e non ti negherebbero mai un pasto caldo e un posto dove dormire. Però, è importante conoscere alcune usanze quando si chiede ospitalità: come già detto, mai calpestare lo stipite della porta, porta sfortuna alla dimora e alle persone che ci abitano; inoltre è buona norma togliersi le scarpe e i guanti prima di entrare, anche se ci sono -10 gradi, mentre il cappello non deve essere tolto ma al contrario indossato se se ne ha uno a disposizione.

Quando ci si muove in una gher occorre fare il giro all’interno in senso orario; il lato nord è quello d’onore, riservato ai padroni di casa, agli anziani e agli ospiti importanti, a est (lato destro rispetto all’entrata) siedono le donne, a ovest (sinistra) gli uomini.

Bisogna sempre accettare qualsiasi offerta per non offendere i propri ospiti, anche se si trattasse di vodka, tabacco o airag (latte di giumenta fermentato, assolutamente “fatale” per il nostro intestino: è consigliabile far solo finta di assaggiarlo, per evitare malori) e ricordarsi prima di bere di intingere l’anulare e schizzare una goccia in aria per gli dei e gli antenati, una ad altezza uomo per tutte le creature viventi e una verso il basso per la madre terra (il rito, chiamato sergim orgoh, viene eseguito solo al primo passaggio della ciotola).

DAY 6- “Se sei innocente non ti spaventano i rumori della notte.” Proverbio mongolo

Dopo ore e ore di lunghi tragitti in macchina, non sempre semplici, abbiamo raggiunto finalmente Kharkhorin, l’antica capitale conosciuta come Kharakhorum ai tempi di Chingiis Khaan, il cui nome significa “montagne nere”.

Fu proprio il famoso condottiero ad ordinare la costruzione di quattro immense tartarughe posizionate ai quattro lati della città, come simbolo e augurio di longevità e saggezza. Oggi ne sopravvive solo una, silenzioso guardiano di una civiltà antichissima.

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DAY 7- “Andremo da dio, lo saluteremo e se si dimostra ospitale resteremo con lui altrimenti risaliremo a cavallo e verremo via.” Proverbio mongolo

L’intera mattinata è stata dedicata alla visita del monastero di Erdene Zuu, sino agli anni Venti uno dei più grandi centri del buddismo lamaista al di fuori del Tibet.

Il muro perimetrale di questo monastero è formato da ben 108 stupa (piccoli altarini tradizionali), tanti quanti sono i grani del rosario buddhista . Le persone che vogliono fare ammenda per un grave peccato fanno 3 giri in senso orario attorno ad esse prima di entrare nel complesso per donare offerte e pregare.

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Nel pomeriggio, dopo la visita del mercato locale (preferisco non soffermarmi descrivendo la grandezza delle larve di mosca allo spiedo o le dimensioni delle cavallette o delle blatte fritte) e del Museo Etnografico, siamo ripartiti alla volta delle calde e rilassanti acque termali del Tsenkher Hot Spa.

Il paesaggio e il clima erano, ancora una volta, visibilmente cambiati. In questo luogo montano non potevano che venirci incontro (come avevano fatto pochi giorni prima i guardiani del deserto), gli Yak.

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DAY 8- “Meglio avere le ossa rotte che il nome disonorato.” Proverbio mongolo

Passando per Tsetserleg, ci siamo diretti verso il Parco Nazionale del Terkhiin Tsagaan Nuur, antica area vulcanica con splendidi laghi craterici dove abbiamo fatto trekking per ammirare la sommità di un vulcano ormai sopito da centinaia di anni.

DAY 9- “Cerca la risposta dentro di te, non chiederla a chi ti sta accanto.” Proverbio mongolo

Il nono giorno di viaggio fu una transizione per raggiungere Tsetserleg, centro commerciale e culturale della Mongolia, lungo il Chuulut River.

Molto carina è stata la sera, quando abbiamo festeggiato il compleanno della guida Jaga con una torta a sorpresa e cantando “buon compleanno” in mongolo (purtroppo non mi ricordo più le parole, ma ci abbiamo impiegato un intero pomeriggio per memorizzare il ritornello). Jaga, commosso e visibilmente felice ha cominciato, in puro stile mongolo, a offrirci vodka e birra e ovviamente, essendo considerato scortese non accettare dei doni, non abbiamo potuto far altro che bere!!

DAY 10- “Ad ogni uomo il fratello come al deel il suo colletto.” Proverbio mongolo

Visitammo la città Tsetserleg e il Monastero/Museo di Buyandelgeruulekch per poi partire per la capitale Ulaambaatar

DAY 11-12- “Un uomo nasce sotto la iurta e muore nella steppa.” Proverbio mongolo

Due giorni dedicati alla Capitale: abbiamo visitato il Monastero di Gandan, il Museo di

Scienze Naturali che ospita una delle più ricche collezioni di fossili di dinosauro di tutto il mondo e il Choijin Lama Museum per ammirare la splendida collezione di antiche maschere Tsam. Le danze Tsam appartengono all’antichissima scuola di pensiero Doigar, arte che dà forma “all’immaginazione indipendente”, che secondo la filosofia indiana è uno dei dieci tipi di saggezza. Si tratta di una rappresentazione di sacri misteri, allestita per proteggere, aiutare, guidare tutti gli uomini che cercano di liberarsi dalla catena della dipendenza dalla materia. Inoltre, non meno importante, le maschere vogliono abituare i fedeli alla vista di alcune divinità già durante la vita terrena in modo che non rimangano terrorizzati vedendole dopo la morte.

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DAY 13- “L’intelligenza esclude la rabbia e il rancore.” Proverbio mongolo

Con molta tristezza ci siamo diretti verso l’aeroporto per prendere il volo di ritorno.

Quest’avventura è stata per me una delle più importanti mai fatte fin’ora, perché è questo è stato il primo viaggio intercontinentale intrapreso senza la presenza dei miei genitori, interamente organizzato da me. Mi è servito per crescere e conoscere la cultura, la magia e le tradizioni di un Paese magico, orgoglioso e misterioso, e sicuramente lo consiglio a tutti coloro che amano la natura incontaminata, gli spazi infiniti e che soprattutto hanno voglia di entrare in contatto con una realtà sempre più rara e preziosa: quella di un popolo che ancora vive secondo tradizioni secolari con convinzione e serietà, che ama il suolo su cui cammina e che ha voglia di condividere tutto questo con lo straniero che, un po’ spaurito, un po’ curioso, bussa alla sua gher quando il sole tramonta sull’orizzonte infinito.

Testo e foto di Sara Napoletano

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