Cari lettori, questo racconto fa parte del secondo ciclo della Storia Infinita. Ma cos’è, poi, questa Storia Infinita? Essenzialmente, è un lavoro svolto a più mani da tutta la redazione, un racconto senza una direzione predefinita, in cui la fantasia di ogni scrittore può andare a briglia sciolta. Ogni settimana, un membro della redazione inventa un nuovo pezzo della storia, agganciandosi a ciò che è già stato scritto dai compagni, ma prendendo qualunque direzione egli desideri. Perciò, se troverete strani mutamenti nella trama, se spunteranno alieni o zombie all’improvviso, se i personaggi diventeranno da biondi, bruni o viceversa, niente paura: questa è la sfida. Osare, sperimentare, inventare. E creare, scendendo a patti con gli altri colleghi, qualcosa che nessun autore, da solo, avrebbe mai potuto fare: una Storia Infinita. Buona lettura, allora! E che possiate scoprire e percorrere insieme a noi questo nuovo, misterioso sentiero.

Sofia non impiegò che pochi minuti per assopirsi, là sotto le radici dell’antico faggio, con Shelley e Charlie al suo fianco e Rothar che faceva da guardia curando che il piccolo focolare non si spegnesse. Per la prima volta dopo tanto tempo, Sofia dormì un sonno pieno e rigenerante.

Si svegliò di soprassalto perché un raggio di sole, penetrando tra gli interstizi del legno, la colpì dritta in faccia: non trovando né le bambole né il giocattolaio, uscì di corsa dal giaciglio e si precipitò all’esterno. Vide Rothar in piedi in mezzo all’ampia radura, con Shelley alla sua sinistra e Charlie alla destra: tenevano tutti e tre le mani giunte dietro la schiena, come se stessero attendendo qualcuno, e nessuno parlava, ma fissavano un punto indefinito tra gli alberi, nel fitto del bosco di cui il faggio segnava il cominciamento.

Senza neanche voltarsi, Rothar disse: “Dobbiamo metterci in marcia, addentrarci nel Bosco Ombroso”, quindi si girò verso Sofia, con sguardo inquieto “tristi presagi reca il vento, gli scricchiolii dei rami e i lamenti delle foglie non fanno presumere nulla di buono: Elvira ti starà già dando la caccia e non tarderà a giungere fin qua. Avviamoci”. E prese a camminare. Sofia non proferì parola, ma stropicciandosi gli occhi ancora assonnati li seguì a pochi passi di distanza.

Non era la prima volta che la bambina sentiva nominare il Bosco Ombroso e il pensiero di dovercisi addentrare non la faceva sentire affatto tranquilla. Rothar le aveva raccontato diverse storie ambientate in questo bosco, durante la permanenza con lui e Hilde: era un luogo non battuto da molti secoli ormai, grigio e oscuro, sempre ricoperto di foglie secche e con una densa nebbia perenne, abitato (così dicevano le storie) da creature mostruose. L’unico sentiero che vi si addentrava si biforcava migliaia di volte, come un labirinto, cosicché perdersi diventava estremamente facile e, una volta persi, si diceva, era impossibile ritrovare la via. Nelle sue storie Rothar sosteneva che nessuno ne fosse mai uscito, una volta imboccato il sentiero, né si sapeva a cosa questa strada conducesse. Alcuni raccontavano invece che il bosco fosse stato maledetto secoli e secoli or sono da un malvagio stregone e che lì avesse nascosto il proprio tesoro, temendo che fosse violato da qualcuno.

Comunque stessero le cose, Sofia si strinse nello scialle e chiese alle bambole di rimanerle vicine. Intanto il vecchio imboccò il sentiero con passo svelto, reggendosi al pesante e nerboruto bastone, col quale sembrava talvolta tastare il terreno prima di avanzare. La vegetazione era così fitta che a Sofia parve che fosse sopraggiunta la notte.

Camminarono per un tempo indefinito: la bambina non ce la faceva più e anche Rothar si mostrava estremamente affaticato.

Ad un certo punto la vegetazione si interruppe. Non c’erano più alberi ma solo un paesaggio tutto a massi e licheni, ricoperto da una caligine scura, a perdita d’occhio. L’aria puzzava di zolfo e in lontananza si udivano, lievissimi, rumori simili a grida e lamenti. Sofia rimase pietrificata.

Il giocattolaio si rivolse alle bambole: “Purtroppo il vostro percorso si interrompe qui: dovete tornare da Hilde e dirle che abbiamo superato il Bosco Ombroso: lei saprà cosa fare e avrà bisogno di voi. Mi raccomando, massima prudenza. Se venite catturate, potreste mettere in pericolo tutti noi”. Le bambole annuirono, come se lo sapessero dall’inizio. Guardarono Sofia e anche lei capì che questa separazione era necessaria. Si abbracciarono: “Tornate presto” disse la bambina e rimase a guardare le sue fedeli compagne finché la nebbia non le nascose di nuovo.

“Sofia, hai ancora la mia chiave, vero?” esordì Rothar. Sofia la estrasse dalla tasca del vestito e gliela consegnò. Imboccarono il sentiero in mezzo al nulla.

Giunsero infine presso un enorme masso che presentava una specie di serratura, in cui il vecchio inserì la chiave. Con un enorme rimbombo si aprì una porta di pietra: dalla soglia partiva uno stretto cunicolo che scendeva ripido come una voragine sotto terra, con gradini così minuscoli che a malapena Sofia riusciva a metterci il piede. Adesso l’odore di zolfo e le grida si fecero sempre più chiari. Con un gran sospiro e tenendosi per mano, i due cominciarono a scendere.

“Chi osa giungere alle mie porte?” rintronò d’improvviso un grido graffiato.

Rothar strinse Sofia a sé: “Andrà tutto bene, cara, non avere paura”. E riprese a scendere i gradini.

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