“Between me and P.” di e con Filippo M. Ceredi, 8 novembre 2016 – Danae Festival
Recensione di Francesca Sala e Lucrezia Iussi

Il cinema è il “come”, non il “cosa”.

– Alfred Hitchcock

Speriamo che il maestro della suspence ci possa scusare se prendiamo in prestito una sua frase per storpiarla e riadattarla al contesto teatrale ma, davanti a certi lavori, l’unica cosa da fare è ricordare le sagge parole di chi ci ha preceduto e lasciar perdere tutto il resto.

“Between me and P.” è il perfetto esempio di un teatro fatto solo di cosa e senza alcuna attenzione per il come.

Ceredi mette in scena la storia del fratello, sparito senza lasciare traccia a ventidue anni, nel 1987, costruendo questa poliedrica figura attraverso una continua sovrapposizione di elementi, ma sbaglia completamente la forma.

Che non sia facile tenere l’attenzione del pubblico è risaputo: stanchezza, preoccupazioni e pensieri vari possono distrarre in un secondo ma, se subentra anche il fattore noia, la situazione può dirsi praticamente perduta.

Ecco, un intero spettacolo quasi completamente costruito sulla proiezione di diversi materiali è una ricetta assicurata per la noia: il pubblico viene sballottato tra la pagina bianca di Word riempita sul momento (a volte anche con lentezza disarmante e con errori di battitura) e le fotografie scannerizzate, elementi mostrati senza raccontare nulla e senza un ordine apparente.

Il problema nel creare questo tipo di prodotto è il non pensare al pubblico: assemblare un insieme di materiali eterogenei in modo disorganizzato (volutamente? Per una distrazione?) forse con intento catartico verso se stessi. Certo, il teatro è da sempre catarsi; ma per chi? Se un’opera resta fruibile e apprezzabile solo per il suo autore, ed egli vi si immerge dentro e la usa come rifugio, come mondo sospeso in cui ricordare qualcuno che non c’è – ha fallito, sia l’autore che l’opera in quanto opera.

Il vuoto sa spesso essere qualcosa di assordante e presente: si pensi a Beckett, alla sua distruzione e morte (e così partenza di una rinascita) del teatro, dove il nulla demoliva e ricostruiva, e si faceva protagonista, l’artefice invisibile di un’arte complessa, ma mai fine a se stessa.

In “Between me and P.” il vuoto non è arte.

È solo vuoto.

Un vuoto che appare anche un po’ furbo e superficiale: è pigro? O è autocompiacente del suo essere diverso e incomprensibile e strano? Ce lo chiediamo, mentre scriviamo questa recensione. Ma la verità è che non ci interessa, perché, in fondo, dov’è la differenza?
Le avanguardie sono finite. Il postmoderno è finito. Che questo sia post-postmoderno? O forse post-post-postmoderno? Onestamente, sembra solo un’operazione mal riuscita, in cui si è tentato – moda dei nostri giorni – di smontare la narrativa e riassemblarla lasciando fuori dei pezzi e inserendone altri in modo completamente (di nuovo: volutamente?) casuale e distratto.

Ed è un vero peccato, perché la storia c’era: il fratello è un personaggio affascinante, nelle cui vicende si vorrebbe venir coinvolti almeno un po’ dal regista e dallo spettacolo. Certamente, siamo coinvolti dalla figura in sé, che però sarebbe interessante anche se fosse raccontata a mo’ di telegramma – ed essendo storia vera, non si può attribuire al regista alcun merito. Le belle storie non bastano: bisogna ricostruirle e renderle visibili, concrete – questo sarebbe il compito dell’artista.

Così lo spettatore se ne va confuso e incerto: da un lato è praticamente sicuro di aver incontrato, nella figura del fratello, un personaggio singolare e pieno di cose da dire ma, dall’altro, si sente insoddisfatto perché non ha potuto conoscerlo in modo appropriato, non ha potuto appassionarsi alle sue vicende né cogliere a fondo i suoi tormenti.

“Between me and P.” lascia il pubblico sulla porta, senza coinvolgerlo veramente in questo viaggio di scoperta, e tutto a causa di una scelta formale su cui ci siamo interrogate ma che ci è parsa incomprensibile, che lo rende un prodotto al confine con l’amatorialità pur avendo le basi per essere qualcosina in più.

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