Recensione: Partitura P – Uno studio su Pirandello

Su un palco spoglio, con solo una sedia e delle luci di taglio a fare da scenografia, Fabrizio Falco (regista e interprete dello spettacolo, nonché Premio Ubu 2015 e Miglior attore under35 a Venezia73) è tranquillo e intenso.

La sua figura, che accoglie lo spettatore all’ingresso in sala con fare meditabondo e a tratti un sorriso accennato sulle labbra, si trasforma sin dalle prime parole in quella dei personaggi, uomini alle prese con le prove della vita, i cui volti e nomi si confondono. Il soggetto delle tre novelle pirandelliane scelte da Falco è, infatti, proprio l’Uomo; l’uomo che chiunque di noi potrebbe essere, circondato da persone e parole, ma in realtà solo di fronte alla morte e alla sofferenza. E proprio questi due temi costituiscono il fil rouge della narrazione insieme a quello della fantasia.

La prima novella, L’uomo dal fiore in bocca, presenta un uomo che cerca la libertà dalla paura della sua morte imminente nella fantasia, e nell’immaginare le vite altrui. In questa rappresentazione, contrariamente a come accade nel testo originale, il protagonista senza nome non parla con un interlocutore definito, bensì con il pubblico. Così, bersaglio delle sue domande diventano gli spettatori tutti, senza eccezioni. Non si può fare a meno di rimanere intrappolati nello scorrere della storia, nei ragionamenti dell’uomo sul palco, e si fa fatica a non rispondere ad alta voce alle domande che egli pone. Al contempo, la mancanza di un referente definito rende estremamente chiaro che il protagonista non cerca un confidente specifico, né un ascoltatore empatico e partecipe delle sue disgrazie: ha solo bisogno di sentire il suono delle proprie parole e di fuggire grazie alla fantasia e al contatto fugace con la gente dalla morte inesorabile che gli ha lasciato un fiore in bocca e gli ha detto: “tientelo, caro: ripasserò fra otto o dieci mesi!” Il discorso frammentato dell’uomo, lo sguardo a tratti fisso su qualcosa oltre il pubblico e il disperato accenno alla violenza (ammazzerei me, se mai) lasciano nello spettatore immagini e sensazioni agrodolci e il senso melanconico di una fine già decisa, in parte forse anelata, ma certamente molto temuta.

Una giornata, racconta invece l’arco di una vita ripercorsa dall’alba al tramonto: un Falco smarrito, senza ricordi né identità vaga per una città che non riconosce, circondato da visi che lo salutano con familiarità ma che egli non ricorda. E lentamente, guidati dalle luci essenziali ma efficaci e dalle musiche suggestive che dialogano con l’attore, gli spettatori vedranno delinearsi attraverso le parole ambigue di Pirandello, come un quadro che prende vita pennellata dopo pennellata, non più un giovane uomo senza memoria, bensì un vecchio, che con occhi di ragazzo, atterriti, osserva nello specchio un volto ormai rugoso. E proprio questa ambiguità lascia chi osserva con la domanda: “sarà un sogno? O il ricordo sfocato di un vecchio malato? O altro ancora?”

Il treno ha fischiato cambia l’atmosfera, repentinamente: Fabrizio Falco, fino a quel momento contenuto e intenso, ride, sgrana gli occhi, salta sulla sedia. Il signor Belluca, intrappolato in una vita spenta, grigia e dolorosa, vissuta a capo chino come un mulo rassegnato, di colpo impazzisce. La fantasia si risveglia al fischio di un treno e tutti i ricordi e gli stimoli tanto a lungo soppressi e ora tutt’un tratto ritornati lo rendono di colpo libero e, finalmente, felice. Poco importa, forse, essere considerati pazzi se si è genuinamente, profondamente contenti.

La morte, dunque, come compagna di viaggio, e la fantasia come viatico e liberazione, unica possibilità di fuga da una realtà crudele. Pirandello tesse le sue storie con immagini semplici ma vivissime che si imprimono a fuoco nella memoria, e la sceneggiatura di Falco spoglia il testo delle fioriture di non semplicissima fruizione per portarne alla luce i significati puri e immediati. L’uomo sul palco, passando senza sforzo apparente dalla riflessione al sogno, rianima testi che altrimenti giacerebbero inerti, reminiscenze scolastiche un po’ surreali, un po’ angoscianti e difficili da ricordare e invita al silenzio e all’ascolto delle parole, alla ricerca del messaggio profondo del testo.

Lo fa con il musicista Angelo Vitaliano, che riempie lo spazio nudo del palco di suoni evocativi, ora eco ora controcanto ai monologhi di Fabrizio, e con il contributo davvero rilevante delle luci di Daniele Ciprì e di Maurizio Spicuzza, primo maestro di Falco e aiuto regista.

Partitura P, insomma, è uno spettacolo in grado di far avvicinare in maniera estremamente naturale e attiva ad una figura difficile quale quella di Pirandello: autore straordinario, ma che può risultare noioso o incomprensibile perché molto studiato e ricercato lessicalmente. Anch’io lo giudicavo così, e mi sono dovuta ricredere: non solo lo spettacolo mi ha coinvolta e a tratti persino commossa, ma mi ha restituito il desiderio e la curiosità di leggere questo autore.

 

Per il trailer dello spettacolo:

 

Per leggere il testo delle novelle:

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Claudia Campana

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