Intervista a Fabrizio Falco

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Dal 12 al 28 ottobre è andato in scena al teatro Franco Parenti di Milano Partitura P- uno studio su Pirandello, spettacolo diretto e interpretato da Fabrizio Falco, giovane attore siciliano (classe88) vincitore del premio Ubu nel 2015 e premiato questanno a Venezia73 come migliore attore Under35.
Dopo
aver visto lo spettacolo, noi di ROA gli abbiamo chiesto un’intervista per la nostra rubrica Chiacchiere meneghine (eleggendolo milanese d’adozione in virtù della grande quantità di tempo che passa in città). Disponibilissimo, Fabrizio ci ha accolte al termine dello spettacolo, insieme al suo primo maestro (nonché assistente alla regia) Maurizio Spicuzza e al musicista e compositore Angelo Vitaliano. Così, in men che non si dica, ci siamo trovate sedute a tavola e fra tapas, sangria e tante chiacchiere, siamo riuscite a fare qualche domanda a Fabrizio e ai suoi colleghi.

Come ti sei avvicinato al teatro?

L’ho scoperto da ragazzino, avrò avuto tredici o quattordici anni. In realtà, sono sempre stato attratto dalla recitazione, anche se a quell’età non avevo idea di cosa fosse ilteatro vero. Mi piacevano molto le imitazioni e le barzellette, e fin da bambino ho iniziato a testare il pubblico: riunivo le persone, guardavo le loro reazioni. Quelli sono stati i primi tentativi.

Poi, appunto intorno ai tredici anni, sono andato con mio padre a una Festa dell’Unità dove aveva allestito uno stand per la sua casa editrice. Maurizio, che è suo amico, è passato a salutarci e mio padre, così dal nulla, gli ha detto che mi interessavo di teatro e avevo girato un cortometraggioinsomma, Maurizio mi ha detto che stava iniziando il suo primo laboratorio teatrale, e di passare pure per fare una prova.

Ho portato un brano, che era richiesto comeprovino”, e anche una barzelletta. Quando ho finito, Maurizio mi ha detto:puoi rimanere; e così ho cominciato. Gli devo tanto, tantissimo.

Ho lavorato molto con lui, pensate che durante tutto il liceo (io facevo l’artistico, dove si usciva alle quattro del pomeriggio) sono andato al laboratorio. Ma Maurizio iniziava alle 14.30, prima che io finissi le lezioni, così ci eravamo accordati che lo avrei raggiunto appena potevo. Mi facevo mezz’ora a piedi, con la cartella, dal liceo fino al teatro Orione. Era una lunga camminata. Specialmente con la cartella!

Quando arrivavo al teatro bussavo per farmi aprire, ma le porte erano chiuse e tutti erano in sala a lavorare. Allora provavo a fischiare, anche forte. E nessuno mi sentiva. Allora scavalcavo la rete di un campo da calcio e prendevo la scala antincendio, che portava dietro il palcoscenico. Da lì, finalmente mi sentivano quando bussavo. Ride. Si può davvero dire che io siaentrato in teatrodalla porta di servizio!

Dopodiché, al liceo c’era un professore che cercava qualcuno con cui fare un laboratorio di recitazione. Ovviamente mi sono proposto subito, e ho lavorato parecchio anche con lui. Portammo anche uno dei nostri spettacoli al teatro Bonci di Cesena, che ospita il Festival del teatro scolastico.

L’anno scorso, poi, sono tornato al Bonci per provare la Fedra di Seneca, e alla conferenza stampa ho detto che avevo già recitato in quel teatro durante il liceo. Oltretutto, quello spettacolo era stato il primo fuori da Palermo. La stampa e il direttore sono stati molto colpiti, tanto che a maggio sono stato invitato al festival per ricevere un premio come “attore onorario” del teatro. È stata una cosa molto carina.

Quando hai capito che volevi fare del teatro la tua vita?

Da quando ho iniziato, non ho mai avuto dubbi. Ci sono persone che cambiano idea sul proprio futuro tante volte, io mai.

A tal proposito, mi ricordo che durante il primo anno di liceo stavo andando all’esame di maturità di mio fratello con la sua fidanzata e lei mi ha chiesto:cosa pensi di fare dopo le superiori?” E io le ho risposto subito che mi sarei iscritto all’accademia Silvio D’Amico e avrei fatto l’attore. Ricordo benissimo che lei mi ha guardato divertita dicendomi:figurati quante cose cambieranno in cinque anni!E invece non è cambiato nulla. Ho fatto teatro ogni giorno, mi sono iscritto dove volevo e oggi sono attore. Quando l’ho incontrata alla sua laurea mi è venuto in mente quel giorno, e ne abbiamo riparlato. Non si ricordava della conversazione, ma io sì, ed è stata una bella soddisfazione poterle dire che avevo ottenuto esattamente quello che volevo, in barba a tutti.

Come hai vissuto quei primi anni di teatro?

Devo ammettere che l’approccio è stato intensissimo, quasi ossessivo, anche se in senso buono: a quattordici anni, all’inizio del liceo, avevo già stampato il bando dell’accademia e lo sapevo a memoria; la sera mi mettevo a letto e lo leggevo, ragionavo su cosa significassero le varie prove, su come avrei potuto affrontarle. Per qualche anno i miei pensieri sono stati sempre e solo rivolti al teatro, ci pensavo ventiquattr’ore su ventiquattro. Adesso è passata, la passione c’è ancora ma è più equilibrata.

Poi è strano: ho la sensazione di fare questo mestiere da sempre. Anche all’inizio non ho mai pensato alle rappresentazioni come recite scolastiche; erano tutti spettacoli veri e propri e avevo lo stesso approccio che ho adesso.

E il famoso provino all’accademia?

Naturalmente ero tesissimo. Sapete, dopo aver aspettato quel giorno per anni, aver letto e riletto il bando e aver investito tutto nella recitazione, immaginatevi in che stato ero ridotto. E per di più il giorno prima del provino arrivo a Roma, mi sistemo in albergo, comincio a provare e mi sento male. Febbre a quaranta. Reazione psicosomatica certo, ma non ci potevo credere. Poi il giorno dopo il provino è andato, ovviamente. In fondo, lo preparavo da un bel po’.

Sei un tipo di attore che quando è sul palco si dimentica di se stesso e si lascia trasportare?

Certamente si cerca sempre di mettersi nella condizione di potersi abbandonare, ma in realtà dipende tantissimo dalle serate. Il pubblico si sente sempre e influenza tantissimo: se è nervoso ti tendi anche tu, se è rumoroso o silenzioso avrai delle reazioni diverse, e con te anche tutti quelli che lavorano allo spettacolo.

Poi ci sono sere che ti sembra di aver fatto uno schifo e altre volte in cui alla fine sei davvero soddisfatto. E la cosa strana è che a volte i feedback dall’esterno contraddicono completamente le tue impressioni. È capitato che mi dicessero:questa sera sei andato davvero bene, meglio di ieri!, e tu invece sei nervoso e hai la sensazione di aver recitato malissimo.

Quindi non c’è una risposta vera, cambia tutto a seconda del giorno, dell’umore, del pubblico. Troppe variabili. Ogni sera va in scena uno spettacolo tutto diverso.

Nel tempo libero stacchi completamente la spina o continui ad occuparti di teatro?

Come ho detto prima, per un lungo periodo il teatro è stato totalizzante. Poi mi sono accorto che non faceva tanto bene e che dovevo fare altro, almeno quando non lavoravo.

In genere sì, distolgo del tutto l’attenzione, ne approfitto per stare a casa, svagarmi, viaggiare (anche non in mete esotiche, va bene anche una cosa più contenuta). Mi influenza molto con chi vado e preferisco non essere solo ma in compagnia; dimentico tutto e mi rilasso, il telefono non lo guardo neanche. È una cosa estrema pure questa; c’è sempre una condizione in cui sei all’estremo, però senti che lo spirito si ritempra. La verità è che dopo un po’, comunque, ho bisogno di far qualcosa, non riesco a stare in casa a far nulla. Poi studio anche.

E cosa studi?

Di tutto. Se fai questo lavoro devi studiare le cose più disparate per necessità professionale. Ad esempio, mentre giravo il film sul banco dei pegni (Le ultime cose) sono andato da un perito e mi sono fatto spiegare come si fa una perizia, come si valuta un diamante, cosa bisogna fare. Se non avessi girato un film su questo argomento non penso che mi sarebbe mai venuto in mente di interessarmi a queste cose.

Comunque, alla base di tutto c’è la curiosità: più impari, più vorresti imparare per poter dare il meglio. L’unica frustrazione è che non c’è mai il tempo di approfondire come vorresti: per ogni saggio che leggi ne scopri altri dieci, altri venti che ti interessano. Ho sempre la sensazione di non fare abbastanza, di dare solo il 10% di quello che potrei. Quindi cerco di studiare il meglio possibile. Ci vogliono determinazione e curiosità, sono gli elementi fondamentali.

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Come ti sei avvicinato a Pirandello?

È un autore che non mi è sempre piaciuto, anzi, mi stava anche un po’ antipatico. Finché un giorno Ronconi, per il nostro spettacolo di diploma, ha deciso di lavorare sui Sei personaggi in cerca d’autore. È rimasto soddisfatto di come stava andando il lavoro e allora nei tre anni successivi abbiamo lavorato sul testo e abbiamo portato in scena lo spettacolo.

Ronconi ha proposto un nuovo modo di leggere Pirandello, inedito. Mi sono appassionato all’autore, ed è nata l’esigenza di approfondirlo. Allora ho proposto a Emons audiolibri di fare appunto un audiolibro con 12 novelle di Pirandello. Da queste ne ho poi scelte tre che ho portato in scena.

Ecco, perché hai scelto proprio queste tre novelle per il tuo spettacolo?

Perché si possono leggere come una storia unica: si passa dalla consapevolezza della morte, all’attraversare la propria vita come se fosse un’unica giornata (già da morto praticamente), come in un sogno o in un purgatorio, per arrivare alla liberazione dalle sofferenze della vita attraverso l’immaginazione.

Questo racconto quindi parla anche di teatro, perché il teatro è immaginazione, e questa serve a superare la quotidianità, ti offre qualcosa di straordinario attraverso il quale possiamo liberarci. Al protagonista della terza novella (Il treno ha fischiato), ad esempio, non importa di essere considerato pazzo; lui è felice.

In che modo hai modificato il testo?

Non ho modificato nulla, ho semplicemente tagliato delle parti; ho cercato una via pertogliere, non so se ci sono riuscito. Ad esempio, L’uomo dal fiore in bocca è un dialogo, e io ho scelto di eliminare l’interlocutore sul palco per rivolgermi a una persona del pubblico. C’è una riflessione in questo: l’uomo che racconta di questo suo problema sta lì, come un senzatetto, sta tutto il giorno per strada, seduto a un bar (mi immagino uno di quei locali con i tavolini comunicanti) e attacca bottone con chi trova, non importa chi sia l’interlocutore.

Questa è una delle scelte che ho fatto, diciamo che appunto ho rimaneggiato i testi senza alterarne la struttura. Magari gli spettatori che fanno teatro o se ne intendono molto possono non apprezzare, trovare lo spettacolo troppo semplice, o troppo poco qualcos’altro, ma in realtà tutte le scelte sono molto ragionate.

Cè una parte del testo che ti è particolarmente cara?

Non direi, tutto il testo mi è caro. Poi ci sono momenti che mi hanno colpito di più, non saprei dire per quale motivo: ad esempio quando in Una giornata il protagonista si guarda allo specchio e si vede vecchio ma, di nuovo, non saprei perché.

Comè nata lidea di fare questo spettacolo?

Dunque, lavorando con Ronconi sui Sei personaggi è nata l’esigenza di portare in scena un testo pirandelliano. Dopodiché, il percorso fatto con quello spettacolo mi ha aiutato a capire come volevo strutturare il mio e allora ho chiamato Angelo, Nicola (Nicola Ragone, regista e vincitore con un cortometraggio del Nastro d’argento) e Maurizio e ho proposto l’idea. Maurizio ovviamente lo conoscevo già, gli altri due li ho incontrati quando mi hanno proposto un cortometraggio, e da siamo diventati amici.

Partivo da zero, quindi ho parlato con Angelo e gli ho spiegato come volevo mettere in piedi lo spettacolo, in che direzione volevo andare; piano piano l’abbiamo plasmato. Ci sono voluti diversi mesi.

Poi abbiamo girato un video: avevamo bisogno di una cosa da portare nei teatri, che la gente potesse vedere. Ho chiamato Nicola per il video, e ci siamo buttati. Era tutto una scommessa, non avevamo assicurazioni che saremmo riusciti a portarlo in scena.

Alla fine abbiamo debuttato al teatro Biondo di Palermo. Dopodiché, una volta ottenuto un cachet, abbiamo finalmente pagato tutti quelli che ci hanno aiutato.

PerchéPartitura P?

A rispondere a questa domanda è il compositore e pianista Angelo Vitaliano che, come già detto, ha creato le musiche che accompagnano l’attore sulla scena.

Quando Fabrizio è venuto da me, ci siamo accorti che bisognava dare un senso preciso al perché mettere in scena delle novelle che sono già bellissime di per sè. Dovevamo cercare di presentarle allo spettatore da una prospettiva diversa rispetto allo scritto. Partitura P è, in questo senso, uno spettacolo per il pubblico, mirato a coinvolgere le persone, a far vivere loro queste tre storie.

Dopo che Fabrizio mi ha spiegato in chi direzione voleva che andasse la musica, ci siamo messi al lavoro insieme. Questo non è uno spettacolo che può accettare una musica scritta prima e riutilizzata sempre uguale: la traccia è la stessa, ma di volta in volta interagirà con l’attore a seconda del ritmo dello spettacolo, le due cose si muovono insieme. Infatti ogni giorno è diverso, il pubblico può sperimentare delle nuances diverse.

La partitura è un oggetto musicale; strutturalmente lo spettacolo è concepito quindi come una composizione musicale, con un’overture iniziale di flauto che l’attore mima, con movimenti minimi delle labbra e che prelude un po’ a tutto lo spettacolo. La prima novella (il primo tempo potremmo dire) è un moderato, la seconda è dominata dal tema dell’onirico perché le interpretazioni che noi stessi diamo del testo cambiano e la rendono inafferrabile e la terza è un rondò.

Ultima domanda per Fabrizio: hai un gesto scaramantico che fai prima si salire sul palco?

No, non uno in particolare, dipende dalla serata; a volte metto Bruce Springsteen, altre ho bisogno di silenzio. A Palermo recitavamo molto La commedia di Dante,lo maggior corno de la fiamma antica…”.

Intervista di Claudia Campana e Valeria Pagani

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