La ragazza del quadro – VII capitolo

Ad Humphrey era sempre piaciuta la sua città. Ci si trovava, la capiva. E lei capiva lui.

Ogni volta che gli capitava di girare per le sue vie, qualunque strada fosse, in qualsiasi parte della città, si sentiva a casa. La conosceva da cima a fondo.

E questo non solo perché i suoi casi come ispettore lo avevano portato a girare come una trottola da una parte all’altra, ovunque.

La conosceva bene perché lui era nato e cresciuto in quella città.

Ogni strada, ogni piazza, ogni angolo e ogni vicolo conservavano gelosamente per lui un ricordo, un’emozione. Era una memoria vivente, geografica, costante e mutevole ad un tempo, come in tutte le grandi città.

Isidora era lo specchio della sua vita, confusa e gioiosa e dolorosamente spezzata insieme.

Si ricordava i lunghi rientri notturni da casa degli amici, in bicicletta, sfrecciando da una zona all’altra, mentre davanti ai suoi occhi nella luce soffusa dei lampioni scorrevano quartieri sempre diversi.

O le prime uscite notturne per il lavoro, quando la notte non sembrava più amica, ma sinistra e oscura, piena di incognite e misteri.

Ricordava le giornate calde di giugno, quando, finito l’anno scolastico, non c’era nulla da fare se non tenere la mente libera e divertita. E gli autunni rossi e soleggiati, passati a riannodare i fili dopo l’estate o a cercare di dare gli ultimi esami all’università a rotta di collo per non andare fuori corso.

Ricordava.

Ricordava ancora, soprattutto, la pungente aria di febbraio del giorno in cui si era fidanzato con Lucia, quella defilata panchina dove era accaduto, qualche albero e tante impalcature intorno.

Ora le impalcature non c’erano più, al loro posto una bella piazza e anche la panchina era stata spostata, eppure lui e la sua città non dimenticavano.

Lucia sorrideva sempre della sua capacità di ancorare così saldamente i ricordi ai luoghi, e ne sorrideva anche sua figlia Alice, sebbene lo facesse anche lei.

Quando Humphrey passeggiava era sempre così, ogni passo un ricordo, ogni svolta un pensiero, ogni bivio memorie mai dimenticate.

Camminava di fretta (come tutti ad Isidora) per le strette vie acciottolate del centro città e, nonostante la sua mente si destreggiasse fra passato e presente, aveva una meta precisa.

Un unico indizio: Via Velasquez n° 5, Della Volpe.

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“Raffaele, dovrebbe essere questo. Via dei Santi n° 7. Una zona tranquilla.”

“Speriamo che Margareta Varga non abbia dato alla professoressa Malaspina un indirizzo falso.”

Humphrey scosse la testa “No, non dovrebbe. Lei stessa è venuta a trovare la Varga qualche volta qui, quindi l’indirizzo è affidabile.”

“Ottimo. Citofoniamo?”

“Citofoniamo.”

Ma nessuno rispose.

“Perfetto. È effettivamente scomparsa.” commentò ironico Raffaele.

“Assolutamente pessima. Citofona in portineria, ci apriranno.”

Il citofono gracchiò.

“Buongiorno, siamo gli ispettori di polizia Olmi e Arzeni, siamo qui per un’indagine. Ci apra, gentilmente.”

Il citofono smise di gracchiare e poco tempo dopo il portone si aprì, rivelando la testa tonda e calva di un ometto anziano alquanto sospettoso.

“Buongiorno signore.” disse conciliante Humphrey.

“Dunque sareste voi i due ispettori?” rispose l’altro, diffidente.

“Esattamente. Ecco i nostri distintivi.” Entrambi mostrarono il riconoscimento, che non mancò di fare un certo effetto sul portinaio, che però si ricompose immediatamente, non intenzionato a veder sminuita la sua autorità di custode del palazzo.

“Oh, ottimo. Effettivamente avrei dovuto intuirlo, con quell’impermeabile sembra Humphrey Bogart ne Il grande sonno, quando interpreta il detective Marlowe, sapete?” commentò l’ometto con molta competenza.

Raffaele e Humphrey si guardarono trattenendo a stento una risata.

“Non c’è nulla da ridere. È un film appassionante, sapete? Comunque, come posso esservi utile?”

“Cerchiamo la dottoressa Margareta Varga. Ci risulta abiti in questo palazzo.”

“Ah, la signorina Varga! Sono tre o quattro giorni che non la vedo.” commentò il portinaio stupito.

“Infatti siamo qui per accertamenti, la sua datrice di lavoro teme sia scomparsa.” disse pratico Raffaele, “abbiamo citofonato e non ha risposto. Avremmo bisogno dunque di perquisire il suo appartamento. Lei può farci entrare?”

“Ovviamente! Ho tutte le chiavi io, sono un portinaio affidabile. Sono cinquant’anni che faccio questo lavoro. Seguitemi.” rispose l’ometto con un moto d’orgoglio. “Ah, vi avviso, non c’è l’ascensore ed è al sesto piano.” Aggiunse salendo il primo gradino.

“Ottimo. Al mio collega non farà male un po’ di moto. Intanto che cosa ci può dire di Margareta Varga? Che tipo le sembrava fosse?” chiese Humphrey.

“Una bellissima donna, alta. E molto intelligente. Mi è parso di capire fosse una scienziata, di origine ungherese. Molto discreta e cortese, forse talvolta un po’ fredda. Ricordo che un giorno le avevo raccontato di essere stato in Ungheria durante la guerra, in un campo di prigionia, un inferno. L’umidità ti gelava le ossa, le guardie erano dure, il lavoro massacrante e non c’era praticamente nulla da mangiare. Non so come, ebbi l’occasione di scappare e fuggii, trovando rifugio presso una famiglia di contadini. Fra me e loro, non so dirvi chi fosse più disgraziato. Tuttavia mi offrirono riparo e cibo, sapete come è fra disgraziati ci si aiuta sempre, almeno io la vedo così, comunque. È stato il cibo più buono che io abbia mai mangiato. Il giorno dopo che le raccontai questa storia la signorina Varga mi portò del gulash – ricetta di sua nonna mi disse – da assaggiare, era esattamente come quello che mi offrirono ai tempi della guerra. Lo stesso sapore. Quella donna deve aver sofferto parecchio, credetemi. Si può capire appieno una persona da come cucina, lo dico sempre io.” L’ometto aveva un fiato e un passo incredibili, sei piani fatti senza fatica, al contrario dei due ispettori, entrambi un po’ ansimanti. “Comunque eccoci, questo è l’appartamento.” aggiunse di fronte ad una porta di azzurro vivace.

“Bene.” Humphrey riprese fiato. “Ora noi faremo la perquisizione. Lei si tenga a disposizione, abbiamo altre domande per dopo.”

“Agli ordini, detective Marlowe.” ridacchiò l’ometto riscendendo le scale.

L’appartamento era piccolo ma luminoso. Ordinatissimo, nulla era fuori posto. Era elegante ed essenziale.

Tuttavia queste furono impressioni che arrivarono dopo. La prima sensazione di Humphrey entrando fu infatti quella di aver profanato un ambiante freddamente asettico, riservato e puro.

Non poté fare a meno di provare un piccolo brivido.

Comunque lui e Raffaele perquisirono la casa da cima a fondo, non trascurando il minimo dettaglio. Tuttavia la loro attenta ricerca portò a ben poco.

Armadi e cassetti per i vestiti erano vuoti, così come in bagno non c’era nessun effetto personale.

Le librerie erano stranamente mezze vuote, come se solo parte dei volumi fosse stata portata via e gli altri abbandonati lì. Nessuno strato di polvere eccessivo o altro indizio a indicare una scomparsa più vecchia di quel che supponevano. La cucina era a posto e pulitissima, mentre alla scrivania non c’era nessuna carta, nessun documento, niente di niente.

L’unico indizio lo avevano recuperato nel cassetto di una elegante toeletta da camera: una riproduzione fotografica del ritratto che Nilde Malaspina aveva mostrato loro al museo, parlando delle ricerche condotte da Margareta sulle farfalle. Una donna dai capelli rossi, con un abito azzurro, circondata da farfalle. Quell’immagine era davvero enigmatica e ancor più enigmatica era la scritta sul retro della foto, che in una grafia chiara e anonima recitava: Via Velasquez n° 5, Della Volpe.

“Questo è l’unico indizio rilevante che abbiamo trovato. Uff.” sbuffò Raffaele “Mi sembra incredibile che non ci sia nient’altro di utile.”

“Margareta Varga o chiunque l’abbia fatta sparire devono essere in gamba. Almeno abbiamo un indirizzo. Domani andrò a controllarlo.”

“Bene, ora direi di riscendere e fare qualche altra domanda al portinaio nostro amico. È d’accordo detective Marlowe?” sogghignò Raffaele.

“Un soprannome mi basta e avanza Raffaele, non ti ci mettere. Anche perché io sono curioso di vedere quanto riesci ad ansimare in discesa.” ribatté pronto Humphrey.

“Ok, ok, niente detective Marlowe allora. E stai pur certo che in discesa non mi verrà il fiatone, Humphrey!”

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Via Velasquez n° 5, Della Volpe

La via era una delle più vecchie, stretta e acciottolata. Sprazzi di cortili si intravedevano attraverso i cancelli o i portoni semichiusi, macchie di verde brillante e fiori protette dalle case antiche.

Ogni tanto questi spiragli cedevano il passo a vetrine di negozi di antiquariato, affollate di quadri e oggetti, o, in un paio di casi, all’ingresso sobrio e decoroso di ristoranti tradizionali, il menu elegantemente stampato in una piccola bacheca a lato della porta.

La strada era silenziosa.

Humphrey si fermò di fronte al numero 5.

Era un bel palazzo, bugnato per tutta l’altezza del grande portone, mentre la parte superiore, in un vivace giallo crema, era scandita da finestre lunghe e strette. Rimase ad osservare la facciata per un po’. Si ricordava quel palazzo, c’era passato davanti tante volte andando a trovare un amico che abitava nella via successiva o tornando dall’università per strade alternative. E ora si sarebbe caricato di nuovi ricordi.

Humphrey controllò quindi il citofono, subito trovando tra le targhette quello che cercava.

Della Volpe.

Suonò ma non rispose nessuno. Questa scena l’ho già vista, pensò fra sé.

Il portone era socchiuso, quindi poté comunque entrare senza difficoltà e questa volta si trovò davanti una portinaia che appena lui si identificò come ispettore di polizia si dimostrò esageratamente ossequiosa.

“Avrei bisogno di sapere a che piano posso trovare l’appartamento Della Volpe.”

“Al secondo, signor ispettore. Tuttavia non c’è nessuno, dato che il proprietario è mancato qualche tempo fa e gli eredi non hanno praticamente toccato la casa da quando è successo.”

“Come è mancato il signor Della Volpe? E quando?”chiese Humphrey improvvisamente allarmato.

“Quasi un mese fa, signor ispettore. Ormai aveva una cera età ed era gravemente malato.”

“Mi spiace.”

“Ai suoi eredi non deve essere dispiaciuto molto. Capisce, signor ispettore, il dottor Della Volpe era ricchissimo. Un critico e mercante d’arte di livello internazionale. Io lo vedevo il via vai di quadri, signor ispettore. Dovevano essere opere davvero di valore alcune, perché certe volte, signor ispettore, aveva una faccia, tutta in ansia per il trasporto dei quadri. Io ho sempre pensato fosse una brava persona, ma magari era un trafficante di queste cose, quadri, insomma.” La signora era loquace, non tradiva l’immaginario delle portinaie, pensò divertito Humphrey. Finché ci saranno loro il mio lavoro sarà più semplice.

“Non sono qui per furti di opere d’arte, non si preoccupi.” disse Humphrey sorridendo “E la ringrazio per le prime informazioni utili e preziose che mi ha dato. Avrei bisogno però di visitare l’appartamento. Sarebbe della massima importanza.”

“Oh certo, signor ispettore!” esclamò la portinaia consegnandogli le chiavi “Meno male che c’è lei a confermarlo che Della Volpe era una brava persona; sa, ogni tanto, gli altri inquilini mettevano in giro voci, ma è gente invidiosa. Dell Volpe invece era un gran signore.”

Humphrey non poté fare a meno di annuire, travolto dal fiume di parole, e dopo aver ringraziato si avviò al secondo piano.

Qui lo aspettava una porta in legno scuro, con sopra una piccola targa in ottone dalle linee semplici, con sopra inciso Della Volpe.

La aprì.

La casa dentro era quasi del tutto buia, dalle persiane chiuse penetrava solo qualche sottile lama di sole che andava a tagliare la sagoma indistinta di mobili e oggetti, di cui la stanza sembrava ingombra.  Fortunatamente Humphrey trovò subito accanto alla porta l’interruttore e accese la luce, che lentamente gettò prima una tonalità arancione su tutta la stanza, per poi illuminarla di un giallo vivace.

La sala era, come aveva potuto intuire, ricolma di mobili e oggetti, su cui qualcuno aveva messo dei teli per proteggerli dalla polvere. Le pareti era quasi tutte occupate da quadri di ogni misura.

Humphrey fece un giro preliminare dell’appartamento, che era decisamente grande: c’erano il salone da cui era arrivato, la sala da pranzo, la cucina, tre bagni, due camere da letto e uno studio-biblioteca.

Tutte le stanze avevano una cosa in comune: straripavano di oggetti, libri, soprammobili, mobili, quadri, erano piene, abbondanti.

Perché diavolo non mi sono portato dietro Raffaele?! Sarà un lavoro lungo, rimbocchiamoci le maniche.

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“Ciao Alice. Sono tornato.” disse Humphrey chiudendo dietro di sé la porta di casa e appendendo l’insostituibile impermeabile.

“Ciao papà!” sentì sua figlia risponderglidalla cucina.

“Che sta preparando di buono la mia cuoca preferita?” chiese divertito lui con voce molto ironica, raggiungendola in cucina.

“Fai poco lo spiritoso! Solo perché una volta ho fatto prima bollire l’acqua e poi ci ho buttato dentro il riso. Come se tu fossi un grande chef!” ribatte Alice con cipiglio battagliero.

“Hai ragione, non sono nessuno per giudicare!” rise lui.

“Comunque ho fatto la pasta.”

“Almeno andiamo sul sicuro.”

Lei prese un cucchiaio di legno e lo colpì con energia.

“Te lo sei meritato.” concluse lei soddisfatta.

“Hai nuovamente ragione.” Sorrise lui. “Scuola?”

“Tutto bene. Ha restituito latino. Sette.”

Humphrey le diede un bacio, orgoglioso “Brava.”

Lei sorrise, felice, mentre dava una mescolata alla pasta.

“Al lavoro come è andata invece?”

“Volevo giusto parlartene, Ali. Ho bisogno che tu tiri fuori uno di quei tuoi trucchi, perché ho trovato questo.”

Humphrey tirò fuori una foto e un foglio apparentemente bianco, con sopra dei lievissimi segni di calcatura.

Lei li prese “Uhm, vuoi usare il trucco della matita per vedere quello che è rimasto scritto, giusto?”

“Esattamente detective Arzeni.” rispose lui con un occhiolino.

“E la foto?”

In bianco e nero, rappresentava tre uomini, uno giovane tra due uomini più anziani, uno dei quali somigliava tantissimo a Picasso. Il secondo era davvero brutto invece. Alle loro spalle un palazzo stretto di quattro piani, due finestre per piano.

“Era sulla scrivania con il foglio. Non so, ma mi dice qualcosa. Il palazzo dietro mi sembra familiare. Giurerei che è qui ad Isidora, ma stranamente mi sfugge dove!”

“Strano davvero papà! Ma tranquillo, i tuoi ricordi e questa città ti sapranno aiutare, come diceva sempre mamma.” disse la figlia con un dolce sorriso.

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Carlo Daffonchio

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