Cari lettori, questo racconto fa parte del secondo ciclo della Storia Infinita. Ma cosè, poi, questa Storia Infinita? Essenzialmente, è un lavoro svolto a più mani da tutta la redazione, un racconto senza una direzione predefinita, in cui la fantasia di ogni scrittore può andare a briglia sciolta. Ogni settimana, un membro della redazione inventa un nuovo pezzo della storia, agganciandosi a ciò che è già stato scritto dai compagni, ma prendendo qualunque direzione egli desideri. Perciò, se troverete strani mutamenti nella trama, se spunteranno alieni, o zombie allimprovviso, sei personaggi diventeranno da biondi, bruni o viceversa, niente paura: questa è la sfida. Osare, sperimentare, inventare. E creare, scendendo a patti con gli altri colleghi, qualcosa che nessun autore, da solo, avrebbe mai potuto fare: una Storia Infinita. Buona lettura, allora! E che possiate scoprire e percorrere insieme a noi questo nuovo, misterioso sentiero.

Al comando della regina, tutte le donne si sparpagliarono in direzioni diverse; solo Hilde indugiò: fatto qualche passo, si fermò proprio davanti al cespuglio dietro il quale era nascosta Sofia. La bambina trattenne il respiro, stringendo forte le mani di pezza delle bambole.

“Rimani lì, Sofia” sussurrò Hilde senza chinarsi, continuando a guardarsi intorno “Quando mi allontano, senza far troppo rumore, addentrati nel bosco. Ma non seguire nessun sentiero: saranno controllati. Continua finché non sarai giunta ad un faggio dal tronco enorme, lì troverai qualcuno che potrà aiutarti e spiegarti tutto questo”. Dalla manica del vestito, sfilò una pesante chiave e la lasciò cadere davanti a Sofia. “Mi dispiace così tanto che tu sia stata coinvolta, Sofia cara. Prendi questa chiave, ti servirà per

Non riuscì a terminare la frase: dall’oscurità comparve una figura incappucciata. “Hilde, che ci fai ancora qua? La regina ha detto di trovare la bambina.”

“Sì, certo, stavo solo riflettendo su dove possa essere” rispose Hilde. “Ora vado” e si allontanò nel buio della notte senza voltarsi indietro.

Quando anche l’altra donna se ne fu andata, Sofia si allungò e raccolse il grosso chiavistello di ferro, tutto arrugginito. Lo espose alla luce della luna per esaminarlo: sull’impugnatura c’era una specie di sigillo, un esagono contenente una spada e su ogni vertice una lettera a comporre il nome “Rothar”.

Quando le bambole videro la chiave, rimasero attonite e si guardarono l’una con l’altra; Shelly la strappò precipitosamente di mano a Sofia, dicendo “forse è meglio se la teniamo noi questa” e Charlie fece un cenno di assenso. La povera bambina non sapeva più cosa pensare, ma capì che non era il momento di perdersi in chiacchiere: bisognava sparire e seguire le istruzioni di Hilde.

Con le bambole sotto braccio, Sofia si avviò nel folto del bosco, evitando i sentieri battuti come consigliato dalla giocattolaia.

Cammina cammina, guidata dalla sola luce della luna, arrivò ad una grossa pietra sulla quale si sedette per riposarsi un poco. Charlie le tirò il vestitino per attirare la sua attenzione: “Sofia, vorremmo poterti dire a cosa serve la chiave e a chi appartenne, ma lo facciamo per tenerti al sicuroIn questo mondo, lo scoprirai, sono davvero poche le creature di cui puoi fidarti e meno sai, meglio sarà per te”.

“Comincio a capirlo, Charlie” e tornò a fissare la luna: nonostante tutto, sembrava la stessa luna che vedeva dalla finestra della sua stanza, a casa.

D’improvviso, a circa cinquanta passi da loro si accese il fuoco d’una torcia. “Piccola Sofia, eccoti qui. Dai, raggiungimi e ti porterò a casa”. Era la voce di Elvira e Sofia ammutolì. La torcia prese a muoversi verso di loro, ma non c’era nessuno a reggerla. “Sofia, vieni da me e farò in modo che tutto questo finisca” ripeteva la voce della maga.

“Charlie, Shelley, scappiamo, subito” disse Sofia e, prese le bambole, si precipitò correndo laddove il bosco le sembrava più folto ed impenetrabile. Le urla di Elvira si fecero roche e violente: “Ti troverò dovunque tu vada”.

Anche quando delle parole della strega non rimase che una lieve eco, Sofia continuò a correre a perdifiato finché le bambole le urlarono di fermarsi. Scivolarono sulle foglie bagnate e ruzzolarono per qualche metro. Sofia si tolse la terra dai capelli e dall’abito. Alzò gli occhi: ciò che le si parava davanti agli occhi non era una torre come le parse sulle prime, ma un enorme albero, l’antico faggio che Hilde le aveva indicato. Neanche quaranta uomini tenendosi per mano avrebbero potuto cingere quel tronco. Era talmente alto che oscurava quasi completamente la luna e a stento se ne vedeva la fine.

Le bambole si appropinquarono al largo tronco e Sofia le seguì: su di esso, con tagli profondi e precisi, era inciso lo stesso simbolo della chiave. Sotto di esso si poteva leggere un’epigrafe, sbiadita dal tempo: “Qui giace Rothar, ultimo custode del passaggio”.

Mentre leggevano, s’udirono dei movimenti fra la vegetazione e da dietro il tronco uscì un uomo robusto, incappucciato, che con passo spedito si diresse verso Sofia, scoprendosi la testa: era il giocattolaio.

“Oh Sofia, ce l’hai fatta!” disse abbracciandola forte, poi immediatamente si oscurò: “Hai ancora la mia chiave, vero?”. Sofia sussultò e rilesse terrorizzata l’epigrafe. “Sei tu RotharNon dovresti essere morto?” balbettò.

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