Recensione – MAUSER

Un rivoluzionario di nome “A” e la sua travagliata riflessione interiore. Un coro composto da sette voci femminili, tra razionalità e “no sense”. Un concetto, quello di rivoluzione, esplorato nelle sue sfaccettature più intime. Tra pregi e difetti, tra qualità e contraddizioni.

Dovessimo usare poche parole, potremmo riassumere così il “Mauser”, l’opera di Heiner Muller, interpretata e portata in scena dalla compagnia “Tutti bravi tranne uno”, dell’Università Statale di Milano. Con passione e metodo, sudore e difficoltà, la compagnia universitaria si è impegnata nella riproduzione di una scrittura teatrale complessa, concepita dall’autore tedesco tra il 1965 e il 1970. In un periodo storico, ovvero, in cui parlare di comunismo e rivoluzione proletaria era, al tempo stesso, scontato e pericoloso. Cinquant’anni dopo la prima stesura del Mauser, “Tutti bravi tranne uno” ha riproposto, lunedì 14 giugno, un’interpretazione fedele all’originale ma vicina all’attualità. E lo ha fatto in una location simbolica come il centro sociale Barrio’s, in piazza Donne Partigiane a Milano, sotto la guida attenta di Daniele Santisi, regista e attore protagonista.

È proprio lui a interpretare il ruolo di “A”, nella fase più consapevole della sua vita. Al suo fianco, co-protagonista è “A (coro)”, il giovane e infantile alter ego di “A”, interpretato da Alessandro Manfredi. Sono le due facce di una stessa medaglia, le due pagine di uno stesso copione. Battuta dopo battuta, riflettono sul significato della rivoluzione, quella rivoluzione che li vede insieme protagonisti e comparse, vittime e carnefici. Quella rivoluzione che si traduce ben presto in una forma di totalitarismo, al netto di quale possa essere l’ideologia di base che ne produce gli effetti. “A” e “A (coro)” impugnano una rivoltella “Mauser”, come se fosse la loro mano. E lo fanno per punire i nemici del partito, accompagnati dalle alienanti parole del coro della loro mente. Simona Allegra e Maya Castellini, Olga Egorova e Chiara Fortugno, Valeria Insogna, Federica Libretti e Giulia Petruzzi: sono loro, a interpretare le voci femminili che dettano i pensieri di “A” e al tempo stesso ordinano al tormentato rivoluzionario, cosa la rivoluzione vuole che si faccia. Il coro intona sia il fragore della battaglia, sia gli obblighi del partito. Pretende, in nome di un eden terrestre promesso, ma mai raggiunto. Non risponde, perché “certe domande non fanno bene alla rivoluzione”. Ha un ruolo centrale, insomma, nella figura ricoperta da “A”, quel rivoluzionario un po’ enigmatico e un po’ filosofo, che termina la sua vita senza averla mai capita a pieno.

 

Davide Mamone

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