La realtà dopo la magia

La terza e ultima tappa del mio viaggio in Marocco è stata un’esperienza che mi ha fatto scontrare con la realtà del mondo di oggi e con tutto quello che un uomo è disposto a fare pur di scappare dalla fame, dalla miseria e dalla guerra.

Il mio ultimo giorno in Marocco è iniziato, come tutti gli altri, con una canzone allegra e l’euforia di visitare ben tre città in un giorno: Rabat, Casablanca e Tangeri. Partendo da Marrakech, in poco tempo sono arrivato a Casablanca. Qui ho visitato la Moschea Hassan II, che per quanto strabiliante sia per le sue immense dimensioni ( è la terza mosche più grande al mondo) non è altro che un monumento alla personalità di un re dispotico di cui il paese ha celebrato solo la dipartita.

Dopodiché, dal momento che dovevo visitare tre città in un giorno, sono ripartito subito alla volta di Rabat, la capitale del Marocco, dove la nostra guida locale, di tutte le meraviglie che la città offre, ci ha fatto visitare un mausoleo costruito negli anni ’70 come monumento al padre di Hassan secondo, Mohammed V, che agli occhi di tutti è sembrato un altro monumento alla personalità di un re poco amato dai suoi sudditi e che ha fatto di tutto per non essere dimenticato.

Una volta terminato l’elogio ai grandi re del passato, di dubbio gusto, ma utile a comprendere la cultura locale legata al culto della personalità, ci siamo diretti verso Tangeri. Questa era una delle città che desideravo visitare maggiormente in questo viaggio, insieme a Siviglia. Tuttavia, la storia che si può ancora vivere in quella città, le avventure che promette nelle sue strade e le fiabesche rappresentazioni date dal mondo del cinema (non ultima quella nel più recente film dell’agente segreto più famoso al mondo) ne danno un quadro così diverso dalla realtà, da far domandare al visitatore se la città in cui si trova sia effettivamente quella che era stata il cuore del Mediterraneo occidentale. Prima i cartaginesi, poi i Romani, gli arabi, i portoghesi, gli inglesi, i tedeschi, i francesi e per un certo periodo persino Garibaldi hanno scelto Tangeri non solo per la sua importanza strategica, ma anche per la meraviglia che questa città era in grado di offrire a chi la visitava e a chi la conquistava.

Eppure, l’esperienza che ho vissuto io va nella direzione opposta: ero venuto per il gioiello raccontato dai film e mi sono ritrovato in una delle città porta bandiera della crisi umanitaria che stiamo vivendo. Le guide ti avvisano che Tangeri è un hot spot per tutti coloro che vogliono raggiungere l’Europa, ma non ti preparano a quello che succede. Io ho affrontato questo viaggio con un’ agenzia che raggruppa ragazzi da tutto il mondo per offrire un’ esperienza più diretta e profonda delle località che si visitano. Essendo più di trenta persone, avevamo un autobus per i viaggi lunghi da una città all’altra, autobus che, ritornando in Europa, è diventato un obiettivo per coloro che, agili e disperati a sufficienza da mettere a rischio la propria vita infilandosi nel vano motore o tra le sue viscere meccaniche, cercano un passaggio verso la libertà. A Tangeri i disperati non mancavano di certo e soprattutto i disperati in una fascia d’età compresa tra i 12 e i 20 anni.

Ora, i punti di vista da considerare sono due: quello del visitatore che si ritrova in un autobus circondato da decine di ragazzini che si infilano nel vano motore, e quello di quegli stessi ragazzini che non ci pensano due volte a rischiare la vita nella speranza di avere una possibilità di raggiungere l’Europa; possibilità che si infrange inesorabilmente al porto quando l’autobus viene passato ai raggi x e anche coloro che riescono a nascondersi agli occhi dell’autista (che non vuole essere accusato di traffico di esseri umani) vengono trovati e ricacciati nei bassifondi.

Le parole faticano a descrivere come ci si sente ad essere testimoni di quel momento.

La paura di essere aggrediti è sempre presente, perché con il valore di uno solo dei telefoni cellulari dei passeggeri ognuno di quei ragazzi potrebbe pagarsi un passaggio al di là dello stretto di Gibilterra oppure mangiare per settimane, ma non è nulla in confronto al senso di colpa che si prova tenendo in mano quello stesso telefono. In un attimo confronti quello che tu hai e quello per cui quei ragazzini stanno rischiando la vita: loro non vogliono il tuo superfluo, ma solo fuggire dalla loro misera, e per farlo sono pronti a infilarsi sotto un autobus e a rimanerci delle ore.

In pochi minuti le notizie e le immagini della televisione acquistano un altro significato: non si può più essere spettatori silenti di questa crisi.

I consigli da dare, a questo punto, sono pochi: chi volesse andare a Tangeri da solo (magari con la sua auto) tenga presente che la sua targa è sinonimo di un’occasione di libertà per qualcuno che farà di tutto per coglierla, mentre chi viaggia in gruppo non deve mai andare in giro senza la propria guida.

Tangeri non è più il gioiello del Mediterraneo occidentale, ma è importante oggi quanto lo era allora, in quanto simbolo (e monito) di una crisi che non possiamo più ignorare.  

Riccardo Lichene

Quello che viaggia, lo storico e il fumettologo. Suono nel tempo libero, scrivo in quello che resta e quando non bastano le parole sfodero la macchina fotografica. Residenza attuale: via labirinti mentali.

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