Film | Neruda

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“Posso scrivere i versi più tristi questa notte”

È il verso del poeta cileno più ripetuto in questo film ma, assurdamente e genialmente, per l’intera durata della narrazione, il regista si impegna a mostrarci quanto poco questa frase descriva Neruda o, almeno, il Neruda che questo film ci vuole far conoscere.

La pellicola, presentata nella Quinzaine des Réalisateurs a Cannes 2016, narra una storia ambientata nel 1948, anno in cui Neruda (Luis Gnecco), senatore del partito comunista, fu costretto a fuggire dal Cile a causa del mandato d’arresto emesso dal presidente Videla (Alfredo Castro), in seguito alle feroci critiche che il poeta aveva mosso al governo. Incaricato di catturare Neruda è l’ispettore Óscar Peluchonneau (Gael Garcia Bernal) che dà il via a un lungo inseguimento fino ai confini del paese.

E così iniziano anche le prime discrepanze rispetto al verso-bandiera del film: le notti che compongono la fuga, solitarie e meditative per Peluchonneau, spesso in compagnia di donne o di alcool per il poeta, sono numerose ed estremamente simili le une alle altre, fatte di noia e di attesa e di occasionali distrazioni dai propri compiti.

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Larraín fa cadere così il primo tassello del Neruda universalmente conosciuto per poterne costruire uno meno idealizzato, fortemente ancorato al suo tempo e alle sue convinzioni politiche. Un Neruda che vediamo concludere una sola poesia, sebbene passi l’interno film a raccontare la storia della sua fuga e del poliziotto che lo insegue. Ed ecco che il secondo pezzo del ritratto si sposta dal Neruda canonico al Neruda di Larraín: i versi si trasformano in prosa, gli intrecci della trama si infittiscono, la narrazione non viene confinata a un genere solo ma spazia, cambiando destinazione in corso d’opera. Le mosse del poeta influenzano quelle del commissario e viceversa, in una continua danza in cui i contorni dei protagonisti si ridefiniscono a ogni passo, ormai legati indissolubilmente.

Queste scelte narrative di Larraín, insieme ad altri elementi, come la perfetta recitazione e la fotografia, solo per citarne due, sono gli accorgimenti che rendono Neruda un grande film ma, soprattutto, una bellissima storia, capace di rispecchiare perfettamente i più alti esempi di narrativa sudamericana dell’epoca.

neruda-scena-1024x576Non una semplice biografia ma un dramma e un western, un racconto sempre in mutamento; non solo la storia di uno degli uomini più importanti del ‘900 ma la storia del Cile stesso in cui, sebbene lo spettro della seconda guerra mondiale sia ancora nell’aria, già si intravedono i semi della dittatura che verrà (si parla di campi di prigionia nel deserto per i comunisti e di un giovane di nome Pinochet a farne la guardia); ma, più di tutto, una dichiarazione d’amore all’arte del raccontare, in qualsiasi forma, alla capacità di usare la propria immaginazione per liberarsi dalle prigioni, reali o metaforiche, alla possibilità che ognuno di noi ha di reinventarsi per il meglio.

Così, quando Neruda, alla fine, pronuncia per la prima volta ad alta voce il nome di Óscar Peluchonneau dandogli una nuova vita, anche noi spettatori rinasciamo con lui. E siamo pronti ad ascoltare con orecchie diverse l’ultima ripetizione di “Posso scrivere i versi più tristi questa notte”, pronti a cogliere in essa tutte le sfaccettature che Larraín ha voluto mostrarci di Neruda, della sua storia e, volendo, anche della vita stessa.

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Francesca Sala

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