In un recente saggio sulla cultura statunitense contemporanea, lo storico Daniele Fiorentino sottolinea come l’attentato dell’11 settembre abbia portato il popolo americano a fare i conti con il proprio passato, il presente, ma soprattutto a riconsiderare il futuro. Nel contesto successivo ad una riflessione sulla propria identità – una sorta di autoanalisi complessiva – cinema, serialità e letteratura sono stati fondamentali e hanno avuto un ruolo centrale nell’elaborazione del trauma. Tutti noi ricordiamo dove eravamo e che cosa stavamo facendo quell’11 settembre, data dell’attentato che ha segnato indelebilmente gli anni Zero ponendosi come evento di portata epocale.

Prendiamo come esempio due lungometraggi rispettivamente di Sean Penn e González Iñárritu citati nel film 11’09”01. Questa pellicola è composta da 11 episodi (ognuno della durata simbolica di 11 minuti, 9 secondi e un fotogramma) affidati a registi provenienti da 11 paesi e culture diverse.

Iñárritu (Messico) apre il suo episodio con uno schermo nero. Udiamo rumori e voci della vita quotidiana interrotti dalle urla, dalle esplosioni, dalle telefonate fatte dalle vittime dell’attentato ai propri cari. Vediamo immagini di repertorio, lo schianto del volo AA11 contro la Torre Nord e poi il silenzio. Le torri crollano e sullo schermo bianco appare una scritta: «la luce di Dio ci illumina o ci acceca?».

Penn (Stati Uniti) ci porta invece nell’appartamento, oscurato dalle Twin Towers, di un uomo rimasto vedovo che parla con la moglie come se lei fosse ancora presente e si prende cura dei suoi fiori appassiti a causa della mancanza di luce. Quando le torri crollano la luce irrompe dalle finestre, rivelando all’uomo l’illusione in cui ha sempre vissuto, i fiori sono subito rivitalizzati.

È da notare come in entrambi gli episodi la metabolizzazione risulti ancora difficile. Nel film di Inárritu compaiono frammenti di documenti reali; in quello di Penn la presenza delle torri, data dall’ombra che proiettano e poi dalla scomparsa di questa. Occorrerà però tempo e coraggio perché luoghi reali o riferimenti diretti all’evento vengano presi in carico dalle immagini cinematografiche e televisive. C’è una sorta di esitazione, di paura ad avvicinarsi al vuoto.

Dobbiamo infatti aspettare La 25° ora di Spike Lee (2002), primo film a mostrare il Ground Zero, per trovarci di fronte alla realtà, al vuoto lasciato dall’11 settembre. La 25° ora rappresenta una testimonianza urgente e dolorosa del lutto collettivo e del tentativo di autoanalisi di un’intera nazione. La storia di Monty, le sue ultime ore di libertà e il tempo scandito da vari incontri, risulta esemplare e simbolica in questo senso. Nei titoli iniziali vediamo le immagini del Tribute in Light, una forte immagine di commemorazione del lutto. Il film si chiude poi con The Fuse di Bruce Springsteen, canzone tratta dall’album The Rising ispirato al trauma dell’11 settembre.

Fino a La 25° ora, però, il bisogno di narrazione che caratterizza il post 11 settembre passa soprattutto attraverso ad immagini e riferimenti impliciti, metaforici. Prendiamo come esempio Lost, la popolare serie TV creata da Abrams, Lindelof e Lieber, prodotta dalla ABC e trasmessa negli Stati Uniti dal 2004 al 2010. Il contesto raccontato dalla serie e la situazione vissuta dai personaggi pare una metafora della popolazione americana sopravvissuta al trauma dell’11 settembre. Emergono infatti alcuni temi fondamentali quali lo smarrimento, la lostness, la questione della giustizia e della violenza. I personaggi che sopravvivono al disastro provengono da diversi contesti sociali e rappresentano tipi diversi di eroe e antieroe che mettono in crisi il significato e la funzione stessa di tale ruolo.

Successivamente, il cinema di Scorsese con The Departed, Shutter Island ecc risulta cruciale nella rappresentazione degli Stati Uniti negli anni Duemila e pur senza richiamare direttamente l’11 settembre offre un ritratto della popolazione americana in seguito a quegli eventi. In tutti questi film ritornano temi quali la violenza e la lostness.

Per un approfondimento: Alonge, Carluccio, Il cinema americano contemporaneo e i testi indicati nel rispettivo capitolo.

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