Miguel si svegliò verso l’ora di pranzo.

Ogni giorno, all’alba, le tende ampie, color cobalto, trattenevano gran parte dei raggi del sole, addormentandolo in una penombra delicata, marina; la stessa in cui poi si svegliava, avvolto dalle ombre bluastre delle piante che si affacciavano sulla sua camera. Sopra la sua testa, il ritratto sorrideva cristallino.

Rimase a lungo sdraiato a pancia in su, in attenta contemplazione del soffitto, ripensando alla sera prima: uno dei mercanti d’arte che erano soliti frequentare il Cafè, dopo un corteggiamento serrato e prolungato da parte di Miguel, aveva accettato di vedere i suoi dipinti. A lui non pareva vero: continuava a ripetersi nella testa le parole del vecchio – “Va bene, vediamo questi quadri, va bene…” – come una nenia, fino a inebriarsene. Fu solo dopo molto tempo che un rumore lo riportò alla realtà. Era quello della sua pancia che, vuota ormai da quasi ventiquattro ore, reclamava un pasto. E come si deve.

Miguel si alzò dunque dal letto con lamentosa pesantezza e, chiudendosi alle spalle la porta della camera, si incamminò per il corridoio del secondo piano, diretto alle scale che lo avrebbero portato in cucina, e in cuor suo pregando che ci fosse del cibo già pronto, avanzato da qualcuno. Si aggirò circospetto per la pensione, terrorizzato all’idea di rivedere il fantasma.

Sì, Miguel Desitos de Fuere non era pazzo: aveva visto un fantasma. O meglio, uno spirito, staccatosi dal quadro tanto amato che stava sopra al suo letto e animatosi sotto forma di una fanciulla gentile, nella mattina di tre giorni prima. Miguel ne era sicuro: primo, perché non l’aveva più vista nella pensione; secondo, perché, come gli aveva insegnato sua madre, non accettare che ci siano cose che vanno oltre la realtà è un atteggiamento da sciocchi. E Miguel era tutto fuorché uno sciocco.

La situazione sembrava tranquilla. Man mano che Miguel si avvicinava alla cucina qualcosa gli si insinuava nel naso, e da lì dritto nel cuore: c’era, nell’aria, odore di sugo di pesce. Come un bambino, corse con gioia in cucina, talmente accecato dalla fame e della sorpresa da non vedere che, di fianco al tavolo, il contenuto di una scatola si era rovesciato. Miguel finì diritto, a piedi nudi, su tre ricci di mare.

Le urla di dolore che ne seguirono scossero l’edificio fin dalle fondamenta; Miguel singhiozzò teatralmente, accasciato contro il lavello, tenendosi tra le mani il piede sanguinante, quando la porta della cucina si spalancò e fece il suo ingresso il fantasma. Miguel ricominciò a gridare ancora più forte, con tutto il fiato che aveva in corpo, mentre la ragazza-spirito lo fissava pietrificata.

Dopo qualche istante, Miguel tacque, gli occhi ancora fissi su di lei.

“Hai finito?”, la giovane gli si avvicinò con un cipiglio divertito. Da vicino Miguel si accorse prima di tutto che la ragazza non era un fantasma, e poi che non era così uguale al quadro come gli era sembrata la prima volta: la somiglianza era innegabile, ma non perfetta.

Si sentì un idiota. Annuì, tenendo gli occhi bassi. “Scusa”, mormorò a mezza voce.

“Scusami tu”, sorrise lei, “Devo averli fatti cadere prima, ma non me ne ero proprio accorta. Adesso aspettami qui”, gli fece cenno di non muoversi, “Vado a prendere qualcosa per fasciarti il piede”.

Sparì per qualche istante – Miguel ebbe il tempo di asciugarsi occhi e naso, per evitare di sembrare un bambino – e poi ella tornò brandendo del disinfettante, delle pinze e una garza.

“Ora asciughiamo un po’ di sangue, poi ti porto su e facciamo il resto”. Miguel annuiva, ammaliato.

“Sono Atalanta, comunque”, la ragazza gli tese la mano. Il pittore gliela strinse – “Miguel” – e, al contatto con le sue dita, si sentì come trasportato in un altrove di meraviglia, il cuore gli si fece lieve, pulsante, alla vista e al contatto di quella giovane misteriosa e gentile, appena conosciuta ma avvertita dal suo corpo come familiare, giusta.

“Sei una pittrice anche tu?”, tentò di non trasalire al contatto del suo piede con la garza imbevuta di disinfettante.

“No”, ridacchiò lei, “Ma possiamo dire che sono un’artista anche io. Sono una cuoca”, rispose così allo sguardo interrogativo del giovane.

“E cosa fai qui? Se posso chiedere”.

“È una lunga storia”, sospirò Atalanta, “Ma se hai voglia te la posso raccontare”.

Lui annuì.

“Sono ormai praticamente sette anni che giro lavorando. Me ne sono andata di casa che avevo appena compiuto diciotto anni, la mia famiglia è un po’ particolare: discendiamo da due famiglie nobili, e questo per loro significa molto; non sono cattive persone, ma parecchio aggrappate alle tradizioni, all’idea di…”, alzò gli occhi chiari al cielo, per trovare le parole, “mantenere alto il nome della famiglia, possiamo dire. Non gli è mai andata giù, l’idea di avere una figlia che fa il lavoro della servitù”.

Parlava con un tono di voce amaro, con gli angoli della bocca leggermente piegati all’ingiù. Miguel pensò che avrebbe voluto vederla sorridere, disperatamente.

“Ma a te piace farlo?”, domandò, accorgendosi a un tratto di quanto erano vicini, e di come profumava. Scosse la testa, sentendosi tornato ai tredici anni.

“Da morire!”, gli occhi le si illuminarono di colpo, “Vieni, prendimi la mano e prova a tirarti su, così ti porto alla tua stanza”.

Tenendosi in equilibrio su un piede, con l’altro fasciato, Miguel si rese conto che alzarsi e stare su non era impossibile.

“Ti sorreggerei un po’ di più”, si scusò lei porgendogli il braccio, “Ma non posso fare sforzi”.

“Come mai?”, chiese lui, facendosi aiutare lungo il corridoio e balzando sul primo gradino delle scale su un piede solo, una mano sul corrimano e l’altra aggrappata al braccio di Atalanta.

“Oh, aspetto un bambino”, rispose la ragazza con una naturalezza che disarmò Miguel, facendolo fermare per un attimo sulle scale.

“E… Il padre?”, chiese, cercando di mascherare la delusione acuta.

“Oh, no”, sorrise lei, “Niente padre. Siamo solo io e il piccoletto”, ridacchiò, indicandosi il ventre.

Il volto di Miguel si sciolse in un’espressione di sollievo.

“Mi stavi raccontando della tua famiglia”, proseguì.

“Sì. Niente, non ci siamo mai trovati d’accordo e, compiuti diciotto anni, mi hanno detto che ero libera di seguire i miei sogni, ma lontano da loro, lontano da questa città”, la sua voce aveva assunto un tono di rassegnata tristezza, “E così me ne sono andata in giro per l’Europa, ho lavorato in un gran numero di posti, conosciuto tanta gente… E poi, tre mesi fa, è successo il piccoletto, e ho pensato che non mi sarebbe spiaciuto tornare qui a Isidora, se non dalla mia famiglia almeno in questa città”.

“Ma perché nella pensione? Come l’hai trovata?”, erano quasi arrivati alla camera di Miguel.

Atalanta alzò le spalle. “C’era un signore che veniva a pranzo tutti i giorni nel ristorante dove lavoravo. Gli piaceva moltissimo la mia zuppa di pesce, e aveva preso l’abitudine di venirmi a salutare dopo ogni pasto. Fu lui, quando gli dissi che volevo tornare a Isidora, che mi diede l’indirizzo della pensione, mi disse che lui da giovane aveva vissuto qui per molto tempo e che era stato grazie a Goya e Picasso che non era finito sulla strada. Così sono venuta qui, e in cambio dell’ospitalità cucino”.

Miguel e Atalanta erano giunti davanti alla camera numero 5.

“Prima di entrare, c’è una cosa che devo dirti”, il pittore fissò la giovane con intensità, “Qui dentro c’è il motivo per cui mi sono messo a urlare quando ti ho vista prima, in cucina. Cerca di non spaventarti, va bene?”.

Lei scoppiò a ridere, “Mi stai spaventando un po’ tu, se dici così!”.

Miguel aprì la porta della stanza e le fece cenno di entrare.

Atalanta rimase per un attimo sulla soglia, come folgorata. Fece due passi verso il letto, la bocca socchiusa, gli occhi fissi sul quadro. A Miguel parve di assistere a una visione onirica: le due figure, complementari, una di fronte all’altra. Per un attimo gli sembrò che anche alla figura dipinta, come ad Atalanta, battesse il cuore nel petto, quasi per un fremito della tela.

Poi Atalanta si voltò verso di lui, e la geometria si ruppe.

“Pensavi che fossi un fantasma?”, gli domandò, aiutandolo a entrare e trattenendo visibilmente una risata.

“Sì”, rispose lui in un misto di vergogna e offesa, “Devi ammettere che siete uguali”.

Atalanta annuì. “Pensavo fosse andato distrutto, ma deve essere lui, per forza”.

“Conosci questo quadro?”.

“Per sentito dire, ma ne sono praticamente certa. Si è sempre parlato, nella mia famiglia, di un quadro di un’antenata, dipinto da un grande pittore e andato perduto in circostanze mai chiarite a metà del Seicento. Ma l’azzurro, le farfalle, e poi…”, si interruppe per un attimo, tornando con lo sguardo al dipinto, “Il suo viso. Deve essere lei”.

“Lei chi?”, domandò Miguel, sedendosi sul letto e non riuscendo a staccare gli occhi da Atalanta.

Lei gli si sedette affianco, facendo dondolare lievemente il materasso.

“Ardel Worthington of The Glances”, sussurrò.

Sotto la pioggia, due alte figure camminavano vicine, con lo stesso ritmo deciso, brusco, quasi inquietante.

“Hanno chiamato la polizia”, l’uomo parlò con voce grave e stizzita.

“Devi stare tranquillo”, rispose la donna con fermezza, “Se ne dimenticheranno tra qualche giorno”.

“E le farfalle?”, il tono di lui si fece rabbioso.

“Ci riproverò”, la risposta di lei non fu meno aggressiva, “Devi avere pazienza”.

“Sono secoli che ho pazienza”, ringhiò lui verso la pioggia, mentre si addentravano tra gli stretti vicoli di Isidora, e venivano inghiottiti dal buio.

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