Recensione – Stranger Things

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Non sono una grande fan delle serie tv, nonostante sia il genere di intrattenimento che sicuramente ha mandato fuori di testa una generazione intera (in particolare la mia).

Molto spesso non riesco a farmi catturare dalle trame e dalle ambientazioni, oppure dopo poche puntate non riesco già più a star dietro al loro ritmo frenetico e finisco per perdere il filo e la voglia. Ciò molto spesso ha causato quel senso di disagio che si prova quando si è a una tavolata di persone e amici di vecchia data e tutti si mettono a parlare della nuova puntata di G.O.T. (per chi non sapesse in “tvseriese” sta per Game of Thrones) e tu ne hai viste giusto un paio ma non ti ha mai fatto né caldo né freddo.
Per fortuna, a volte capita anche a me di innamorarmi di qualche serie tv, e questa volta l’amore a prima vista è sbocciato con Stranger Things.

 

1983, città di Hawkins, Indiana. Il piccolo Willl dopo una partita interminabile con i suoi amici a Dungeon and Dragons torna a casa in bici. Durante il tragitto sente una presenza dietro di sè, non capisce cosa sia, ma sa che non è nulla di positivo, quindi abbandona la bici, e corre verso casa… Sarà subito dato per scomparso.

Intanto una bambina di nome Undici arriva nella città di Hawkins, sola e spaesata…

Stranger Things ha quell’atmosfera che mette subito a proprio agio, riportando alla mente i tempi passati dei Goonies e di E.T. riconducendo quindi lo spettatore in un’atmosfera non del tutto allegra, ma comunque familiare.

Nonostante il genere sci-fi, la serie può appassionare tutti grazie al suo lato thriller/giallo che invoglia immediatamente a voler scoprire chi diamine abbia fatto scomparire il piccolo Will (no, non è spoiler, lo potete trovare in qualsiasi trama su internet) e da dove provenga la piccola Undici.

Quindi, puntata dopo puntata, attaccati allo schermo del televisore o del computer ci si immerge in un’atmosfera cupa, un po’ decadente, tipica di quei paesini americani sperduti nel nulla: e non si può non resisterle.

Ogni personaggio partecipa a modo suo alle indagini: ci sono gli amici di Will, tre ragazzi dodicenni, molto “nerd”, molto presi in giro dai compagni di scuola ma solidali fra di loro, stretti da un fortissimo legame e che a tutti i costi vogliono trovare il loro amico.

C’è Undici, misteriosa e taciturna, comparsa dal nulla, che grazie alle sue capacità innate riuscirà ad aiutare i bambini a scoprire di più sulla scomparsa dell’amico.

C’è Joyce, la mamma di Will, interpretata da Winona Ryder, bella, sfatta e sull’orlo di una crisi di nervi (ma giustamente, chi riuscirebbe a mantenere la calma in una situazione del genere?).

C’è anche Jim, poliziotto buono, ma rude ed alcolizzato (tipico archetipo dell’immaginario americano, vi dice niente True Detective? O Il Verdetto?), e con cui il pubblico riesce immediatamente ad entrare in sintonia.

E ancora, ci sono molti altri personaggi, che sembrano essere tutti sapientemente costruiti, e che in effetti lo sono se si va a considerare il prodotto finito della serie, ma che in realtà sono stati molto cambiati rispetto alla sceneggiatura originale. Infatti, è stata la personalità di alcuni attori che ha reso necessario lavorare maggiormente su alcuni personaggi, che inizialmente dovevano fare un percorso completamente diverso (si pensi al fidanzato di Nancy) o che dovevano essere delle semplici macchiette (ad esempio, il personaggio di Dustin).

Oltre, dunque, alle molto figure che popolano la serie, anche la scoperta graduale di tutti i retroscena della poco ridente cittadina di Hawkins è ben costruita: molto spesso lo spettatore riesce ad intravedere quello che potrebbe accadere, altre volte lo capisce facendo proprie deduzioni, ma mai avendo l’impressione che ciò che sta guardando sia scontato o prevedibile.

Ogni puntata è ben equilibrata per quanto riguarda i ritmi; accade sempre qualcosa di fondamentale o, comunque, le sotto trame sono interessanti (non come in alcune serie in cui si saltano delle scene perché non interessano affatto le vicende di determinati personaggi) e non annoiano mai.

Stranger Things, dunque, è stata in grado di coinvolgere tutti, da quelli che negli anni ’80 effettivamente avevano dodici anni, andavano in giro bici e giocavano a Dungeon and Dragons, a coloro che erano adolescenti e si godevano i The Clash, a quelli che erano già adulti e per la prima volta vedevano approdare al cinema Alien o E.T.; chi è effettivamente nato negli anni ’80 e ha vissuto quest’atmosfera che nasceva in quegli anni, e infine, ha saputo coinvolgere noi, nati negli anni ’90, che non c’entriamo nulla con quel mondo, ma che tutt’ora continuiamo ad essere catturati da quell’atmosfera così tipica e affascinante.

 

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Valeria Pagani

Quella che fa cose. Nata a Milano nel 1995, vive e lavora tra le Colonne di San Lorenzo e Festa del Perdono. Ama il teatro e avere sotto controllo tutto (non sempre ci riesce).

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