La ragazza del quadro – Capitolo I

Era un quartiere signorile, di belle case e buone famiglie, senza però essere arrogante o supponente. Le vie erano larghe, linde e decorose, ed eleganti e distinti erano gli alberi che le fiancheggiavano, facendo ombra ai bei palazzi con le fronde che andavano ormai ingiallendosi. Tutto, in quella zona della città, ispirava tranquillità e piacere. In questa atmosfera così placida spiccava fra i pasciuti edifici borghesi un palazzo un poco più piccolo: la facciata color sabbia era alta e stretta, con due finestre per ognuno dei quattro piani, mentre sul retro riposava un piccolo giardino, protetto così da ogni contatto con la strada. Era, quella, una pensione di nove stanze, decorosa ed elegante e dai prezzi modici e contenuti, che non mancava di attirare grazie a queste caratteristiche talenti giovani e non, di belle speranze o reduci di glorie passate, tutti legati dal fatto di essere squattrinati. Ma questo poco importava ai due anziani proprietari e gestori, che avevano piacere ad aver gente in giro e che sapevano che ognuno, a modo suo, secondo inclinazioni e doti, un modo per ripagare della buona ospitalità lo trovava. I due nessuno sapeva più come si chiamassero, perché si era abituati a chiamarli con dei soprannomi: il primo, che faceva da concierge e giardiniere, era Picasso, perché somigliava molto al pittore; il secondo, che si occupava di tutto il resto, era Goya, perché era brutto come i soggetti ritratti dal suo omonimo. Questi nomi erano stati lasciati loro dal loro primo pigionante, un giovane critico d’arte con il vezzo della creatività. Da allora erano passati molti anni, duranti i quali Goya si era fatto sempre più brutto e Picasso sempre più simile al grande cubista spagnolo, cosa che avrebbe fatto molto felice quel giovane critico, rimasto molto legato ai due personaggi, che per lungo tempo avevano soprasseduto sui pagamenti del giovane viste le sue difficoltà iniziali.

Tuttavia il critico, una volta fatta fortuna e iniziato a girare il mondo, non aveva mai mancato di ricambiare quel primo gesto di gentilezza e, pur non essendo mai più tornato lì, aveva continuato negli anni, fino a poco tempo prima, a mandare quadri bellissimi e preziosi ai due, che li usavano per decorare molto felicemente le pareti della loro pensione.

Così era trascorsa la vita fino a quella mattina di settembre, e non ci si aspettava dovesse succedere nulla di diverso, quando dalla porta della pensione fece il suo ingresso una giovane donna.

Indossava un vestito azzurro, un largo cappello di paglia, da cui spuntava una ciocca di capelli ramati, e portava un bel paio di occhiali da sole. Subito Goya corse a prendere le sue due valigie a mano, ricevendo in cambio un caldo sorriso, e Picasso fu pronto al banco ad espletare le dovute formalità di registrazione. Mentre annotava con lettere chiare e tonde sul perfetto libro mastro il nome della giovane donna, provò la sensazione strana di averla già vista e dunque non poté esimersi dal cercare di soddisfare la sua curiosità mentre le consegnava le chiavi della camera numero 9, la mansarda in cima alla pensione.

“Prima volta in città, signorina?”

“In un certo senso. Dopotutto ritornare in un posto è un po’ come scoprirlo di nuovo come la prima volta.”

“Certamente, signorina. E come mai ritornate in città?”

“Perché succedono tante cose in città”. A quelle parole si tolse gli occhiali da sole, rivelando due occhi di un blu profondo e scuro, pieni di tristezza. E a Picasso venne quasi un colpo. Ecco chi gli ricordava, la nuova arrivata era uguale a quel bel ritratto della camera numero 5: una giovane donna vestita d’azzurro, con delle farfalle che le svolazzavano attorno.

 

 

 

 

 

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Carlo Daffonchio

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