Quando fai fatica a scrivere l’attacco di una recensione e non riesci nemmeno a mettere giù una frase velenosa per cominciare, viene naturale chiedersi che film sia quello che ti lascia “senza parole”. Questo è l’effetto che fa Brimstone, ultima fatica del regista olandese Martin Koolhoven, presentata in concorso a Venezia 73.
Ci troviamo alla fine del XIX secolo in America occidentale, e la storia segue la vita di Liz (Dakota Fanning), una giovane madre che si ritrova a dover fare i conti con il suo passato a causa dell’arrivo di un nuovo parroco nel paesino in cui abita.

Il film è costruito per capitoli che ci raccontano, a ritroso, le vicende della ragazza, per poi, nell’ultima parte, tornare al presente e concludere la storia.
Ma anche questo espediente che, in linea teorica, potrebbe mantenere viva l’attenzione dello spettatore, non basta a salvare Brimstone, che potremmo tranquillamente classificare come vero e proprio “mappazzone”, per dirla alla Barbieri.
Il film, infatti, è un’accozzaglia di temi e generi: dal western in versione femminile, fino al thriller di stampo religioso.
Per tutta la durata, (ben 148 minuti!), le vicende sono condite da una violenza esagerata e spesso gratuita e da alcuni dialoghi e colpi di scena che scadono nel grottesco. Un esempio paradigmatico? La storyline del personaggio recitato da Kit Harington, che appare nel terzo capitolo per stare sullo schermo poco più di dieci minuti e riesce comunque a regalare un paio di scene al limite del ridicolo.

In altre parole, arrivare alla fine del film e non sapere cosa dire- nonostante gli infiniti “spunti” sia narrativi sia tecnici offerti dalla pellicola-  è senz’altro indice di un problema che fa di Brimstone un esperimento sfortunato da cima a fondo.

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