Venezia 2016 – Light between Oceans di Derek Cianfrance

Valeria PaganiUna storia strappa lacrime o una lacrima strappa storie?

L’inizio del film potrebbe essere l’inizio di una fiaba ambientata subito dopo la Grande Guerra:

“C’era una volta Tom Sherbourne, un reduce di guerra che non credeva più in nulla. Questi decise di ritirarsi su un’isola deserta per diventare guardiano di un faro; si innamorò di una bellissima ragazza di nome Isabel che viveva sulla terraferma e la sposò. I due si amavano tanto ma non riuscivano ad avere figli, fino a quando un giorno non si scagliò contro la riva una barca a remi con dentro una bambina”.

La storia, da qui in poi, perde la sua aura fiabesca e si scontra con una realtà che diventa sempre più angosciante: Isabel è ripagata dal suo senso materno accudendo una bambina che non è sua e facendo finta di esserne la madre biologica, quasi autoconvincendosi, e Tom è divorato sempre di più dai sensi di colpa perché conscio del fatto di non aver agito correttamente.

Il dramma prosegue coprendo l’intera vita dei due protagonisti che poi si intreccerà con le vicende di una terza: Hannah, una giovane vedova che ha perduto la figlia piccola e il marito in mare.

Il problema di questo film è principalmente uno: la drammaticità.

Le tematiche della pellicola non sono leggere (come per esempio l’impossibilità di Isabel di rimanere incinta) ma non lo è neanche il modo in cui sono affrontate.
Il carico di angoscia dello spettatore cresce sempre di più durante lo svolgimento del film senza lasciarci la possibilità di godere appieno della storia ma riuscendo unicamente a farci soffrire insieme ai personaggi, tanto che in sala, dopo nemmeno un’ora dall’inizio, già si singhiozzava.
Poche anime dure sono riuscite a resistere alla tragicità del melodramma, ma molti si sono traditi con la scena finale.
Sicuramente Michael Fassbender, Alicia Vikander e Rachel Weisz hanno saputo interpretare al meglio i loro personaggi, riuscendo a far immedesimare in molti momenti il pubblico, ma questo non basta a rendere “Light between the oceans” un film pienamente riuscito, nonostante ci siano molte cose da non cestinare.
È un film difficile da consigliare per la pesantezza che lascia addosso.

 

Francesca Sala: Un melodramma senza guizzi

Le poetiche e bellissime immagini del mare, uno degli effettivi protagonisti di questa pellicola, non bastano a salvare The Light Between Oceans, secondo film in concorso presentato alla Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia.

La vicenda si apre con Tom (Michael Fassbender), un soldato appena tornato dalle trincee, che accetta un posto lasciato vacante da tutti: il guardiano di un faro su un’isola completamente sperduta. La solitudine del compito è qualcosa che Tom ha sognato per molto tempo, ma che inizia a stargli più stretta del previsto a causa dell’incontro con Isabel (Alicia Vikander): la loro storia d’amore sarà costellata da attimi di gioia e di profondo dolore dovuto all’interruzione prematura di entrambe le gravidanze di Isabel, ma anche di speranza. Essa si manifesta la sotto forma di una barca a remi che porta a riva un uomo morto e una bambina che la coppia decide di crescere come fosse propria. Tutto procede per il meglio, fino all’incontro con la vera madre della bimba.

Non è la prima volta che Derek Cianfrance esplora i rapporti di coppia e, soprattutto, le relazioni che si creano con i figli: l’abbiamo già visto sia in Come un tuono (2012) sia nel bellissimo e delicato Blue Valentine (2010), ma in questo caso non riesce a ricreare le emozioni che avevano caratterizzato i suoi film precedenti e presenta una pellicola piatta e poco coinvolgente. Neanche le interpretazioni dei due bravissimi attori protagonisti riescono a salvare questo melodramma, che procede per due ore piene senza guizzi di nessun tipo. E se neanche Alicia Vikander e Michael Fassbender riescono a salvare un film, non so cosa possa farlo.

 

 

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