La fine – nona puntata

Fosco correva lungo le stradine buie dietro a Giorgio, incespicando, ansimando. Il ragazzo andava troppo veloce, e a ogni angolo si girava verso di lui prima di svoltare, gli occhi sgranati a controllare che lui gli fosse ancora dietro.

Fosco correva, trascinandosi appresso i suoi cinquantasette anni impregnati di fumo e alcol, ma sentendosi tornare bambino, a correre scoordinato per le stradine del suo paese: le gambette da ranocchia, abbronzate, a galoppare in giù verso il mare ogni santo giorno, al vespro, che tornava papà dalla pesca e Fosco bambino si faceva le strade correndo per schizzargli tra le braccia. Ma un giorno suo padre non era tornato, dal mare. I piedi di Fosco s’erano frenati sul molo bianco, sgomenti; s’erano dondolati lì per ore, mentre il tramonto diventava notte, e Fosco smetteva di essere bambino.

Non aveva mai più corso, ma quella notte, seguendo la schiena magra di Giorgio, si era imposto di farlo per lei. L’aveva amata per anni di un amore dolce e silenzioso, profondo. Come l’edera che crescendo si aggrappa alle pareti delle case per non cadere, così il sentimento si era radicato dentro di lui, giorno dopo giorno, arpionandoglisi al cuore tanto che, a volte, gli toccava interrompere le prove dell’orchestra, uscire in strada per prendere una boccata d’aria, per quanto lo tormentava. L’aveva vista e saputa tra le braccia di altri uomini ed era stato quasi un sollievo: lui, si diceva, avrebbe avuto tempo per crescere, per migliorarsi per lei. Si sentiva meschino, codardo, sporco quando si paragonava a lei e preferiva, pur vergognandosene, guardarla da lontano, nonostante a volte gli si straziasse il cuore nella consapevolezza di non poterla avere accanto. Rimandava il giorno in cui le avrebbe confessato i suoi sentimenti, forte della convinzione di avere messo in atto un’opera di perfezionamento che presto si sarebbe compiuta. Mai avrebbe pensato di non avere abbastanza tempo.

“Fosco, muoviti!”, il grido di Giorgio lo fece sobbalzare. Strinse i denti e annuì, cercando di correre più veloce.

Livia aveva pianificato tutto sorprendendosi della propria velocità e precisione: era come se l’idea fosse stata sempre dentro di lei, in attesa del momento giusto. Aveva aspettato per un’ora, nella penombra della sua casa vuota. Poi aveva richiamato il figlio: “Giorgio”, gli aveva detto, “Invece che venire al King, puoi passare a trovare Fosco? Mi ha detto che doveva dirti qualcosa di molto importante”. Aveva poi usato lo stesso stratagemma per convincere Fosco a rimanere a casa, per ricevere suo figlio.

“Non saprei proprio perché”, aveva finto di esserne addirittura sorpresa, “ma Giorgio dice che è davvero importante. Ha detto che passerà intorno alle undici stasera”. Si era ravvivata i capelli e aveva ultimato i dettagli del suo piano.

Giorgio e Fosco si erano resi subito conto che qualcosa non andava, e allarmati si erano lanciati in strada verso il King, ma Livia ormai era già nel locale, ignara dei loro presentimenti, concentrata completamente sui due individui che avevano appena fatto il loro ingresso insieme a una schiera di uomini.

Livia ebbe un fremito, quando li accolse con un sorriso, ma non era paura, o ripensamento: era la scarica della consapevolezza che quella sera coloro che avevano cercato di portarle via ciò che amava di più avrebbero pagato per quello che avevano fatto e che, finalmente, lei si trovava dove doveva essere, nel ventre torturato del suo locale. I sentieri tortuosi che aveva attraversato la riportavano sempre lì. E lì doveva finire ogni cosa.

Né Gianni, né Ruocco, né i loro sottoposti fecero in tempo a rendersi conto dell’odore nauseante che impregnava le superfici del King. Per un attimo, al clangore sordo della porta che si chiudeva dietro di loro, si voltarono sorpresi: il tempo fu sufficiente, a Livia, per estrarre la pistola da dietro il bancone e mirare alla nuca di Ruocco, che cadde in terra con un tonfo.

Fu come un’esplosione di fuochi d’artificio la notte di capodanno. Nessuno seppe mai se a scatenare l’incendio fosse stata la raffica di colpi che partirono dalle armi degli uomini presenti e che squassò il corpo di Livia, crivellandolo, o la candela che lei portò in terra con sé cadendo, rovesciandola sul pavimento pregno di benzina. Il King quella notte bruciò dalle fondamenta, portandosi dietro tutti coloro che erano all’interno. Così il destino si dipanò senza intoppi, secondo quella che era stata l’ultima volontà di Livia.

Quando Fosco raggiunse Giorgio, il ragazzo fissava il locale attonito, mordendosi le dita in un’espressione di angoscia profonda.

Nella notte scura, rischiarata dalla luce rossa che si irradiava dal King, il direttore d’orchestra cadde in terra, come era caduto da bambino sugli scogli, quando aveva capito che suo padre non sarebbe tornato. Sul ciglio del marciapiede, le mani a strofinarsi la faccia, la schiena curva, spezzata dal peso di un dolore inconcepibile, Fosco ululò un pianto bruciante per l’unica donna che aveva mai amato.

Due giorni dopo lo trovarono disteso a letto, nella sua casa, che pareva addormentato. Sul comodino, sotto le bacchette d’orchestra, un biglietto: “Livia, mi sbagliavo. L’unica cosa che funzionava in quel posto eri tu”.

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Lucrezia Iussi

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